Per opportuna conoscenza e massima diffusione tra gli iscritti di allega il documento dell’ ANPI Provinciale “Norma Parenti” di Grosseto.

COMUNICATO STAMPA
In occasione del 25 Aprile, sempre da destra arrivano sollecitazioni alla “pacificazione”
nazionale su una memoria condivisa, stante il tempo ormai trascorso dalla Liberazione.
E si sprecano inviti a fare di quella ricorrenza la festa di tutti gli italiani, nella quale sia
celebrata la libertà, come fosse la stessa cosa, visto che ormai le ideologie sono
tramontate, ecc. ecc.
Noi siamo pacifisti e il richiamo alla concordia non può lasciarci indifferenti, ma non
siamo disponibili ad assecondare la montante melassa buonista e mendace (i fatti dicono
il contrario), tutt’altro che disinteressata, ed abbiamo in proposito più di una
precisazione da fare, anche per evitare che questo ragionamento, apparentemente di buon
senso, trovi qualche seguito nell’opinione pubblica meno informata sull’argomento.
Abbiamo personalmente conosciuto Vivarelli Colonna, trovando in lui un uomo aperto
al dialogo, con il quale sinceramente ci auguriamo di poter inteloquire; tanto che le
parole seguenti è in tal senso che dovranno essere lette. Perciò gli riconosciamo la buona
fede, ma politicamente non possiamo essere d’accordo con lui: perché il fascismo non è
affatto cosa del passato, tutt’al più da studiare sui libri di storia, destinato a non ripetersi.
Purtroppo il neofascismo è cosa soprattutto dei nostri giorni: vive nel razzismo e nei
muri di ogni tipo che vengono eretti in Europa, come nella mancata soluzione della crisi,
i cui effetti alimentano l’aspettativa dell’uomo forte al comando, senza alcuna
mediazione politica. E’ sostenuto dall’affanno della democrazia, dovuta all’assenza di
risposte alle ingiustizie e alle differenze sociali, sempre più marcate, e si annida nella
perdita dei diritti e della speranza nel futuro. Più di una minaccia, il neofascismo
comincia ad essere una realtà, dimostrata anche dal fiorire di partiti e movimenti che ad
esso si richiamano apertamente, dalla simbologia che questi esibiscono sfacciatamente,
dagli atti violenti che compiono, sempre contro i più deboli. Non sottovalutiamolo, come
avvenne negli anni venti del Novecento, con le conseguenze che sappiamo. Anche allora
la crisi economica si intrecciò con la crisi della politica e della democrazia. La Turchia
di Erdogan ci dovrebbe insegnare qualcosa.
Conseguentemente non concordiamo con lui, perché quando parla alla festa della
Liberazione riuscendo per tutto il discorso a non nominare mai il fascismo, quella che in
effetti egli ci propone è di fatto una riconciliazione che si fonda sulla rimozione della
memoria e dei delitti del fascismo. Quando invece uno dei tanti problemi della nostra
democrazia, tutt’altro che l’ultimo, è rappresentato dal fatto che in Italia con il fascismo
non si sono mai fatti veramente i conti, al contrario di ciò che è avvenuto in Germania
con il nazismo. L’effetto non potrebbe che essere quello di disarmare ancora di più la
democrazia davanti all’incalzare della destra neofascista.
Ricordiamo che è stato un consigliere comunale di maggioranza a postare il 25 Aprile su
Facebook il tricolore con la scritta “Solo in Italia si celebra una sconfitta”. Insomma, la
Liberazione dal nazi-fascismo, che ha portato il nostro Paese tra le nazioni libere, la
Repubblica e la Costituzione, che da essa derivano, sarebbero il risultato di una sconfitta;
quindi, se le parole hanno un senso, trattasi di cose negative delle quali disfarsi al più
presto! Una bella prova di appartenenza alla cultura democratica, non c’è che dire,
soprattutto una dimostrazione di quanto certi personaggi si riconoscono nel mondo
uscito dalla seconda guerra mondiale. C’è poco da fare: mentalmente costoro sono
ancora nel terzo reich o sotto il balcone di Piazza Venezia a osannare il duce. Questo il
punto. Per cui parlare di “pacificazione” in queste condizioni crediamo che sia fuori
dalla realtà.
Un passo avanti potrebbe essere consentito esclusivamente alla condizione che la destra
estrema rifletta seriamente su se stessa, e come abbiamo detto altre volte: sposi i valori
sanciti dalla Costituzione, agendo di conseguenza; riconosca che l’Antifascismo e la
Resistenza costituiscono la base ideale e politica dello Stato democratico; affermi, senza
infingimenti, che il fascismo è stato ed è il male assoluto, e che, come tale, debba essere
decisamente combattuto. Cioè alla condizione che essa diventi un’altra cosa: una destra
liberale e moderna, soggetto attivo della democrazia. Dubitiamo che lo faccia. Se non lo
farà, ci domandiamo: come ci si può pacificare con chi è nemico giurato del nostro
mondo e vuole distruggere tutto ciò che rappresentiamo e in cui crediamo fino al punto
di essere il tratto fondamentale dell’ identità, nostra e dell’Italia?
Gli stessi caduti nel bombardamento americano di Grosseto del 26 aprile 1943 sono stati
celebrati in questi giorni dai neofascisti locali in modo polemico verso la Liberazione,
strumentalizzando a fini politici la più grande tragedia che la nostra città abbia vissuto
nella sua storia, alla inopportuna presenza del Sindaco. E’ doveroso ricordare che quei
grossetani, grandi e piccoli, sono stati vittime innocenti di una guerra scatenata dai
nazisti e nella quale l’Italia è stata portata dai fascisti, non da altri. D’altronde è assodato
storicamente che le autorità fasciste del tempo non fecero quanto dovevano e potevano
per tutelare la popolazione civile. Esse non erano neppure fisicamente presenti in città.
Mentre la follia omicida della squadriglia che si accanì sulle giostre non può offuscare i
grandi meriti anche degli eserciti Alleati nella vittoria sul nazi-fascismo e per la
riconquista della libertà. La guerra è guerra, la cosa più assurda e stupida che l’uomo
possa fare, per quanto vi abbia ripetutamente ricorso nel tempo: stimola i peggiori istinti
distruttivi. Per questo noi diciamo alto e forte: “Mai più la guerra!”. Le controversie
siano affrontate e risolte dalla politica, ricorrendo a istituzioni mondiali
democraticamente elette. Su questo noi e il sindaco siamo d’accordo. Sarebbe
interessante sapere cosa ne pensano i “camerati” che sfortunatamente per lui e per
Grosseto ne condividono il cammino nell’Amministrazione della città.
Anpi –
Comitato Provinciale “N.Parenti” Grosseto.
Lì 4 maggio 2017
.

intervento di Valerio Entani al 1° maggio di Manciano

“Manciano durante la lotta di liberazione sosteneva coraggiosamente le
formazioni partigiane e, con l’unanime sostegno della popolazione, nonostante
le dure rappresaglie esercitate dai tedeschi, dava bella prova di tenacia e di
fede ne
lla libertà e nella Patria”
.
È questa la motivazione con la quale il comune di Manciano è stato insignito
della Croce di Guerra al Valor Militare.
Il 12 giugno del 1944 Manciano fu il primo paese della Toscana ad essere
liberato dalle forze angloamericane, dopo che i partigiani del comandante
Antonio Lucchini avevano occupato il paese. Quel 12 di giugno fu un giorno di
festa per tutto il paese perché finalmente finiva la guerra, i fascisti scappavano
e terminava l’occupazione tedesca.
Manciano fu un centro intenso ed importante della resistenza maremmana.
Qui le formazioni partigiane lavorarono intensamente contro i nazifascisti e
pagarono con molte vite la loro scelta. Oggi voglio ricordare solo una persona,
un comandante partigiano la cui memoria ancora oggi è viva in tutta la
provincia. È il tenente Gino, Luigi Canzanelli. L’ufficiale, fin subito dopo l’8
settembre, organizzò le prime formazioni partigiane e, insieme all’amico
Lucchini, coordinò e diresse la Resistenza nel sud della provincia riunendo e
comandando diverse bande. Operò in una vasta zona difficile e complessa che
va da Montalto di Castro a Manciano e da Campagnatico a Cinigiano. Fu
protagonista di molte azioni contro i repubblichini e contro i tedeschi. Il
Tenente Gino, rimarrà ucciso in un agguato fascista nei pressi di Murci insieme
al suo attendente soldato Giovannino Conti, giovane contadino mancianese.
La Manciano liberata dovette però aspettare quasi un altro anno per
festeggiare davvero la fine della guerra e la liberazione del resto dell’Italia. Il 25
aprile del 1945 con l’insurrezione generale il nord veniva liberato e solo allora
l’Italia poté dirsi libera dal nazifascismo. Fu così che il primo di maggio del 1945
fu la prima vera festa per Manciano. In quel momento si festeggiò non solo la
liberazione dell’Italia ma anche il riappropriarsi della festa dei lavoratori che
durante il regime era stata violentemente proibita.
Da quel maggio fino ad oggi, ogni ann
o a Manciano celebriamo il lavoro, la
fine della guerra, la pace, la libertà e la ritrovata democrazia.
1
Un mondo di fratelli di pace e di lavoro si cantava alla fine dell’ottocento nella
canzone
“figli dell’officina”. Trovo che queste parole siano ancora di estrema
attualità. Oggi qui vorrei darvi la mia lettura di cosa significa nel 2017 un
mondo di fratelli di pace e di lavoro.
Siamo qui davanti ad un monumento che ricorda i martiri della libertà, uccisi
durante la resistenza qui a Manciano. Tra quei nomi ci sono anche 5 ragazzi, 5
partigiani. Questi vennero catturati, fatti sfilare in catene come bestie per il
paese e poi barbaramente trucidati in questo luogo. Molti di voi avranno
ascoltato i racconti degli anziani che ricordano il dolore per quei giovani. Quei
ragazzi fecero una scelta, una scelta che gli costò la vita. Rifiutarono il fascismo
e preferirono la libertà. In qualche modo possiamo dire che combatterono e
morirono per un mondo di fratelli di pace e di lavoro.
Un mondo di fratelli appunto.
La fratellanza, l’uguaglianza, sembrerebbero oggi
parole e concetti antichi quasi romantici ma non ci dobbiamo scordare che
sono alla base della nostra costituzione. nell’articolo 3 infatti, viene sancito il
diritto all’uguaglianza. Una uguaglianza formale che ha origine dalla matrice
liberale della nostra costituzione e una uguaglianza sostanziale che deve invece
la sua origine alla matrice
più sociale.
Ancora oggi quell’uguaglianza formale significa che tutti hanno gli stessi diritti
e doveri in quanto tutti sono uguali davanti alla legge. Ma è grazie al concetto
di uguaglianza sostanziale che lo stato dovrebbe impegnarsi a rimuovere gli
ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. Mettendo tutti nelle
stesse condizioni di partenza per sviluppare e realizzare pienamente e
liberamente la propria personalità.
Dopo quasi 70 anni la nostra costituzione rimane nella sua prima parte ancora
attuale e purtroppo in alcuni casi come quest’ultimo disattesa. La grandezza
della nostra costituzione è d
ovuta al contesto in cui nacque ovvero
dall’incontro di quelle forze politiche che insieme riuscirono a sconfiggere il
fascis
mo durante la resistenza. La nostra costituzione rimane antifascista non
solo perché vieta la riorganizzazione in ogni sua forma del disciolto pnf ma
perché lo è nella sua anima più profonda.
2
Assistiamo da qualche anno ad uno svuotamento del significato del 25 aprile.
Da più parti questo giorno rischia di diventare una indefinita festa della libertà.
Libertà di non si sa che cosa ma soprattutto una libertà svuotata dalla sua
matrice antifascista. Il 25 aprile non è una festa della libertà ma è la festa della
liberazione, la liberazione dal nazifascismo. Senza questa matrice si perde il
valore del 25 aprile e la sua importanza nella fondazione della nostra
repubblica.
Ancora più grave è oggi la pericolosa avanzata in tutta Europa della destra
populista e dei neofascismi. Questo fenomeno è presente in Italia, nelle nostre
città e nella nostra provincia. A Grosseto i neofascisti si sono appropriati di uno
spazio politico e sociale purtroppo vacante. a Siena addirittura hanno intitolato
una loro sede ad un noto picchiatore fascista ben noto per le sue violenze nella
nostra provincia. Ma il fascismo non si sta manifestando solo in queste forme
politiche. c’è un fascismo più subdolo, un fascismo persistente e perenne, l
’ur-
fascismo
come ci ha spiegato Umberto eco. Questo fascismo non si manifesta
nelle forme tradizionali che abbiamo visto nella storia ma si nasconde in una
sotto cultura e in atteggia
menti quotidiani che stanno prendendo il
sopravvento purtroppo. Questo fascismo persistente risponde alla frustrazione
individuale o sociale , dividendo e rispondendo che la colpa è sempre dell’altro,
del diverso. l’
ur

fascismo
parla con un lessico povero e con una sintassi
elementare, con lo scopo di limitare gli strumenti per il ragionamento
complesso e critico. Con la crisi economica e con la crisi della politica e dei
partiti tutto si è
complicato e questo tipo di fascismo riesce a dare una identità
sociale a a chi non ne ha più una. Ovviamente la strada che mostra porta
verso il populismo, il razzismo e la xenofobia.
Dicevo un mondo di fratelli e di pace.
La seconda guerra mondiale permane
nella nostra memoria ancora oggi. Una guerra che distrusse e mise in ginocchio
il nostro paese.
Oggi stiamo vivendo in Europa il periodo più lungo di pace mai accaduto. non
vi è una guerra da ormai 70 anni. Ma in questo momento storico l’Europa vive
gli effetti di altre guerre lontane. Quelle guerre da cui scappano migliaia di
persone alla ricerca della sopravvivenza e che con tanta difficoltà cercano di
esse
re accolti.
3
Dicevo un mondo di fratelli, di pace e anche di lavoro.
Il primo maggio è una
festa fondamentale nella tradizione, nella storia e nell’identità dell’intero
movimento operaio e contadino.
Fin da quel primo maggio 1886 quando a Chicago gli scioperi operai vennero
repressi nel sangue quella data divenne un simbolo, un momento di
rivendicazione di diritti per i lavoratori di tutto il mondo.
Se alla fine del’800 i lavoratori si battevano e protestavano per lavorare solo 8
ore al giorno, oggi nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo durante il primo
di maggio si rivendica il fondamentale diritto al lavoro. Oggi ricordiamo il
lavoro. Il lavoro che manca e i diritti che sempre più spesso mancano o
iniziano a mancare.
A questi giovani caduti, ricordati in questo monumento, il nazifascismo rubò il
futuro uccidendoli. Oggi assistiamo ad una intera generazione a cui è stato
rubato il futuro perché gli è negato il lavoro.
In un mondo dove il lavoro manca e il precariato ricatta i giovani, viene meno la
forza e la possibilità di progettare un futuro e anche di vivere liberi. Così come
vengono meno quei diritti conquistati nel passato.
Non a caso la nostra costituzione dice che abbiamo il diritto di essere liberi di
autodeterminarci attraverso il lavoro.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge,
senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione
di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Questo è l’articolo 3 della nostra Costituzione.
Grazie e buon primo di maggio!
Valerio Entani

lettera aperta che Flavio ha inviato al Fatto Quotidiano

Come Martin Luther King ho un sogno: vedere israeliani e palestinesi che si tengono per mano in un mondo riscattato dal sonno della ragione. Un sonno ancora profondo, da ambo le parti e dei rispettivi sostenitori locali, stando al dibattito che si è sviluppato in seguito al rifiuto della “Brigata Ebraica” romana di sfilare nel corteo dell’Anpi per il 25 Aprile. Abbiamo letto un comunicato delirante dell’Associazione BDS, inviato ai Presidenti delle sezioni dell’Anpi, la quale, invece di condividere l’obbiettivo della lotta al neofascismo, non trova di meglio che prendersela con i legittimi rappresentati della Resistenza e dei Partigiani, accusandoli un po’ di tutto per aver sostenuto il diritto degli Ebrei, che hanno avuto un ruolo importante nella Liberazione, di partecipare alla manifestazione con la bandiera di Israele. E abbiamo letto anche argomentazioni di segno opposto, molto critiche con i Palestinesi, da parte di intellettuali che stimo e ammiro, come Furio Colombo, indimenticato direttore de L’Unità (mi riferisco a quanto da lui scritto su “Il Fatto Quotidiano” del 22 Aprile, nella rubrica “Piazza Grande”). Anch’egli molto polemico con l’Anpi per avere essa invitato alla manifestazione la Comunità palestinese, e non anche i movimenti indipendentisti di mezzo mondo, cogliendo in questo “un profondo pregiudizio antiebraico”, che in verità non ha mai albergato nelle fila dell’Associazione partigiana. La quale, anche in presenza di atti censurabili, ha sempre tenuto ferma la distinzione tra governanti e popolo.
Ritengo che gli uni e gli altri, nel loro speculare manicheismo, siano ugualmente subalterni allo stato attuale delle cose e non aiutino la situazione a fare il benché minimo passo avanti. Il rimpallo delle responsabilità alimenta la spirale dell’odio: e questo si risolverà inevitabilmente nella comune rovina dei contendenti, mettendo a repentaglio la pace nell’area e nel mondo. Hammas segue una strategia terroristica comunque inammissibile e suicida; i coloni israeliani, per loro interessi di bottega, ispirano la destra del loro Paese e ne spingono il governo a compiere atti contrari al diritto internazionale e al rispetto umano, perseguendo una politica di potenza, sorda alla volontà più volte espressa dalla Comunità mondiale.
Invece di azzuffarsi in un alterco infinito e senza senso, non sarebbe meglio che coloro i quali tengono la testa sul collo ed hanno veramente a cuore la pace, come indubbiamente sono i miei interlocutori, si sforzassero, indipendentemente dalla loro collocazione ideale e geografica, di costruire un terreno di comune iniziativa affinché anche quel conflitto cessi nel più breve tempo? A questo corrisponde la formula, già da tempo in campo e tuttavia ancora attuale, di due popoli e due stati, ugualmente sovrani e liberi, nella giustizia e nella sicurezza reciproche. Ovviamente da concretizzare nel rispetto dei molti deliberati, al momento restati lettera morta, dell’ONU. Questo dobbiamo prefiggerci lavorando non soltanto sui governi che, presi da mille condizionamenti e limiti oggettivi e soggettivi, sono fino ad ora venuti meno ai loro doveri. L’obiettivo è realistico costruendo una interlocuzione positiva tra i popoli palestinese e israeliano, i soli soggetti in grado di cambiare il corso degli eventi, impegnandovi soprattutto le loro rappresentanze intermedie sociali e culturali. Che dialoghino tra sé, facendo maturare l’amicizia e così costringere i governi a fare i conti con una realtà nuova e dinamica!
Ecco, l’iniziativa dell’Anpi, che fa “memoria attiva”, nel senso di far vivere nell’oggi i valori che animarono la Resistenza, non limitandosi alla celebrazione del passato, io la leggo in questa prospettiva. E credo che chiunque ne contrasti il percorso, sia pure muovendo da nobili propositi, ma sempre di parte, suo malgrado ostacola la pace. Giacché una soluzione del conflitto basata sulla vittoria di uno sull’altro sarebbe ingiusta ed è semplicemente impossibile.

Flavio Agresti, presidente provinciale Anpi Grosseto.

Grosseto, 25 aprile 2017 – Manifestazione per il 72° anniversario della Liberazione. Intervento di Carlo Ghezzi, ANPI nazionale

Il 25 aprile del 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale dichiarava lo sciopero generale e l’insurrezione. La popolazione insorgeva e i partigiani occupavano le città del Nord del paese; l’Italia riconquistava definitivamente la libertà e la democrazia.
Il fascismo negli anni venti aveva attaccato e cancellato la fragile democrazia italiana, aveva usato una feroce violenza contro i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali e politiche, contro le cooperative, contro la libertà di stampa e aveva saputo abilmente giocare sulle divisioni dei partiti democratici e dei sindacati. Il regime non solo aveva privato gli italiani della libertà e della democrazia, ma era giunto a promulgare delle vergognose leggi razziali, sottoscritte anche dal re, e aveva fatto precipitare il paese nell’avventura più tremenda: la guerra a fianco di Hitler e dei nazisti.
Una guerra non sentita che venne avvertita come persa dal popolo italiano sin dalla fine del 1942 quando Stalingrado resistette vittoriosamente all’assedio nazista e quando le truppe tedesche vennero sconfitti in Africa. Nell’incertezza sulle prospettive dell’Italia in quel triste frangente molti ceti sociali si interrogarono su quale potesse essere la via d’uscita dalla tragedia nella quale il paese era precipitato. Si interrogò la borghesia, gli intellettuali, la pubblica amministrazione, l’esercito, la Corona, la Chiesa cattolica così come parti consistenti dello stesso fascismo. Si interrogarono a fondo ma non si mosse nessuno contro quel dramma che avrebbe provocato nel mondo oltre 55 milioni di vittime tra le quali si evidenzierà il genocidio contro il popolo ebreo, l’uccisione di milioni di prigionieri di guerra, di zingari, di omosessuali, di Testimoni di Geova e di avversari politici e di altre minoranze sterminate nei lager nazisti.
Contro la guerra si mobilitarono i lavoratori italiani. Con i grandi scioperi del marzo del 1943 avviatisi a Torino ed estesisi rapidamente anche a Milano chiedevano più viveri, più salario, la possibilità di eleggere le proprie Commissioni Interne ma soprattutto chiedevano la fine della guerra. I lavoratori assestarono un colpo formidabile al fascismo, ne disvelarono le debolezze avviando processo che avrebbe portato al 25 luglio del 1943 con le dimissioni di Mussolini, all’armistizio con gli Anglo-Americani dell’otto settembre, alla Resistenza, agli scioperi ancor più grandiosi del marzo del 1944 che costituirono le più grandi manifestazioni di massa mai viste in territori occupati dai nazisti con la fermata di oltre un milione di lavoratori che impressionò la grande stampa internazionale.
E’ assurda e falsa la descrizione che taluni commentatori propongono per denigrare la Resistenza cercando di dipingerci una Italia dove vi sarebbero stati pochi fascisti, pochi antifascisti e una massa grigia, inerte, indifferente composta dalla stragrande maggioranza della popolazione. Analizziamo invece la concretezza dei numeri.
La Resistenza fu combattuta da 250.000 partigiani che ebbero più di 60.000 morti. I combattenti poterono sopravvivere perchè aiutati e sostenuti dalla popolazione civile che permise loro di approvvigionarsi e di nascondersi quando era necessario. La Resistenza fu sorretta dai 650.000 militari italiani che si trovavano sui diversi fronti all’estero e che vennero internati nei lager tedeschi perchè si rifiutarono di andare a servire la Repubblica di Salò e ben 50.000 di loro, in meno di due anni di prigionia, vi trovarono la morte. Resistenza fu la scelta di una parte importante dell’Esercito italiano di schierarsi con gli Alleati e che fu pagata con terribili massacri come quello di Cefalonia. La Resistenza fu sostenuta dai numerosissimi comitati del Comitato di Liberazione Nazionale che si formarono nei quartieri e nei paesi del Centro-Nord dell’Italia, dalla rete dei militanti del Cln operanti nei luoghi di lavoro, dal contributo dato da tante parrocchie, non possiamo dimenticare i 250 sacerdoti deportati e i 210 sacerdoti che vennero fucilati colpevoli di difendere dalla barbarie i loro parrocchiani. Resistenza furono il milione di lavoratori scesi in sciopero nel marzo del ’43 e del ’44 che seppero svolgere una grande funzione nazionale
Con la Resistenza erano solidali tantissime famiglie angosciate per i loro cari al fronte a combattere una guerra perduta che aveva richiamato sotto le armi furono oltre 4 milioni e mezzo di soldati. Contro la guerra erano coloro che soffrivano per la mancanza dei generi di prima necessità con i prezzi che salivano alle stelle in città sottoposte notte dopo notte ai bombardamenti. Molti lavoratori e numerosi macchinari vennero brutalmente deportati in Germania per alimentare le traballanti capacità produttive della macchina bellica tedesca e molti altri lavoratori furono colpiti nella fase finale della guerra per la loro scelta di difendere gli impianti industriali, di difendere le loro fabbriche, le grandi infrastrutture del paese come i porti, le centrali elettriche, le gallerie e i ponti dalla furia e dalla vendetta dei nazisti in fuga. Sommiamo questi numeri e ci rendiamo conto di quanta parte del popolo italiano chiedesse la fine della guerra, della occupazione straniera, il ritorno alla democrazia, alla pacifica convivenza civile, ad una maggior giustizia sociale, ci rendiamo conto di quanta parte del popolo italiano fosse schierata contro i nazi-fascisti.
La Resistenza e il lavoro permisero a De Gasperi di sedersi con dignità al tavolo della pace a Parigi nel 1947, nonostante l’Italia fosse stato uno dei paesi promotori della guerra. La Resistenza vittoriosa ha portato il nostro paese alla Costituzione dove è scritto al suo primo punto che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Un patto nazionale le cui radici sociali e popolari sono chiare, nette e ben visibili che ha rappresentato in tutti questi decenni uno straordinario patrimonio e un riferimento per la nostra democrazia e per la nostra convivenza civile anche se è stato applicata con tanta fatica e si è tentato più volte di manometterlo pesantemente.
Attuare la Costituzione, elaborata 70 anni or sono dalla Assemblea Costituente nei suoi principi e nei suoi valori fondamentali, per cambiare l’Italia è la parola d’ordine che proponiamo a tutti gli italiani in questa giornata solenne. Attuare la Costituzione per eliminare le disuguaglianze sociali, privilegiare il lavoro e la dignità della persona, per riportare la serietà, l’onestà e la correttezza nella politica e nel privato. Quanta è la distanza tra i valori affermati nella Carta costituzionale e la realtà di tutti i giorni nella vita delle persone e del paese. Pensiamo sopra tutto al lavoro e all’uguaglianza. Se la Costituzione venisse attuata completamente vi sarebbe per l’Italia una trasformazione radicale.
Quando nel 1945 è terminato il conflitto in Europa i resistenti di tutti i paesi dichiararono solennemente: “mai più guerre, mai più persecuzioni razziali”.
Si aprivano in quella primavera degli scenari ricchi di speranza nei singoli paesi e nel mondo. Sappiamo invece quanto è stato lungo e irto di ostacolo il cammino verso la tolleranza, la solidarietà, la giustizia sociale, sappiamo delle sfide che dobbiamo ancora vincere e che vanno condotte in un contesto internazionale che deve saper costruire una politica di sviluppo sostenibile, di equità e di pace.
Purtroppo sono state combattute da allora molte guerre che hanno insanguinato il mondo, si sono verificate molte violenze, molte sopraffazioni, molte violazione della dignità delle persone.
E nuove sfide ci incalzano a partire da una crisi economica gravissima che pare non finire mai e che è stata provocata da una finanza senza regole mentre avvertiamo che l’intera Europa è attraversata da rigurgiti reazionari e populisti, da movimenti xenofobi e razzisti, da episodi di intolleranza e di violenza, da nuovi muri che si intendono innalzare.
Non si chiude la piaga del terrorismo internazionale e dei suoi sanguinosi attentati mentre assistiamo a terribili guerre, a massacri, a nuovi esodi di dimensione biblica con la fuga dalla morte e dalla fame, assistiamo a tanto dolore e a tante ingiustizie, assistiamo ad un crescere spropositato delle diseguaglianze nel mondo.
Assistiamo preoccupati all’avventurismo di Trump e ai suoi ordini di atti di guerra fatti senza consultare il Congresso così come alle scelte sconsiderate della Corea del Nord.
Facciamo appello alle cittadine e ai cittadini affinché si mobilitino per diffondere il più possibile voci e iniziative di pace, anche in nome della nostra Costituzione che sempre ci ricorda che “‘Italia ripudia la guerra”.
E’ poi sotto i nostri occhi il caso poi della Turchia, con gli arresti dei magistrati, il blocco di gran parte della stampa libera.
Alcuni ci domandano con angoscia se stia ritornando il fascismo. Sappiamo che la storia non si ripete quasi mai nella stessa forma. Bisogna allora stare attenti a riconoscere i sintomi del fascismo per crearne gli antidoti.
Il grande movimento migratorio spaventa, preoccupa, crea tensioni. Invece di capire che è un fenomeno ormai insopprimibile, che va governato collettivamente e che va unito a un’idea di equilibrata convivenza, coloro che hanno tendenze autoritarie fanno leva sull’egoismo e sulle paure per costruire consenso.
In questo contesto il nostro paese manifesta altri aspetti negativi: è attraversato da una caduta senza precedenti dell’etica pubblica, dal manifestarsi quasi quotidiano di gravissimi fenomeni di corruzione. La conseguenza di ciò è una perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni e della politica che va superata con cambiamenti radicali di prassi, di costume, di modi di essere dei singoli e con una politica dotata di progettualità che, richiamandosi ai valori fondamentali della Resistenza, sia al servizio della collettività e del bene comune.
Purtroppo anche l’orizzonte antifascista non è ancora pienamente patrimonio dello Stato italiano in ogni sua espressione. Vogliamo cogliere l’occasione di oggi per seguitare a denunciare il clima pericoloso e preoccupante creatosi per le presenze sul territorio di formazioni politiche e movimenti che praticano e diffondono opinione e atteggiamenti che si richiamano esplicitamente ad esperienze naziste e fasciste. Chiediamo alle autorità competenti, a livello governativo, regionale e locale come alle forze dell’ordine di negare a tali formazioni le agibilità che permettano loro di organizzare presidi o manifestazioni. Ci rivolgiamo alle autorità nella loro veste di Pubblici Ufficiali che hanno giurato sulla Costituzione. Essa è intrinsecamente antifascista e, se l’articolo 54 della Carta fa obbligo ai cittadini di rispettare le leggi e la Carta stessa, coloro che rivestono cariche pubbliche hanno il dovere di attuarle con disciplina e con onore.
Chiediamo loro di essere coerentementi, di proibire manifestazioni che assumono un netto carattere fascista, che utilizzano pubblicamente simbologie e vessilli del passato regime e chiediamo loro di vigilare affinché non appaiano, in qualunque occasione, i simboli di epoche e di regimi che suonano di per se oltraggio alla Resistenza e ai valori costituzionali.
Alle forze culturali e ai mass-media chiediamo di non sottovalutare e di non banalizzare i nuovi fenomeni di destra che si stanno manifestando ai diversi livelli.
Le leggi garantiscono la libera espressione del pensiero e questo diritto di tutti i cittadini noi l’abbiamo sempre difeso e sempre lo difenderemo, facendone uno dei principali motivi della nostra stessa esistenza. Ma il fascismo non è un pensiero: è stato storicamente violenza criminale. Chiunque non lo abiuri, ma addirittura lo rivendichi, si pone fuori dalla Costituzione così che la richiesta dell’esercizio da parte loro dei diritti politici e di cittadinanza, sanciti dalla stessa Carta costituzionale, è irricevibile.
Ci sono crimini che moralmente non cadono mai in prescrizione e vi sono valori imperituri, in quanto fondanti la nostra civiltà: gli uni e gli altri non potranno essere mai confusi anche se sono trascorsi da allora molti anni.
Dobbiamo vigilare più che mai in ogni territorio affinchè il passato non ritorni mentre sentiamo pressante l’esigenza di affrontare e avviare a soluzione i tanti problemi che stanno dinnanzi a noi.
Sappiamo che senza memoria del proprio passato, senza coscienza del proprio presente un popolo non va da nessuna parte e rischia di ricadere nei drammi dai quali è faticosamente uscito. Bisogna invece ricordare, analizzare, capire, far sì che gli errori e gli orrori non si ripetano; anche per questo siamo qui oggi.
Abbiamo più che mai bisogno di idealità alte, di riferimenti e di valori forti, come li seppero costruire e testimoniare quelle persone che seppero scegliere tra il 1943 e il 1945, che seppero esprimere la loro rivolta morale con grande coraggio e con grande preveggenza, abbiamo bisogno di rinnovare le loro speranze. Anche i loro sogni. Tante donne e tanti uomini si sono impegnati e si sono battuti durante la Resistenza, hanno rischiato, hanno sofferto, hanno pagato per ridarci libertà, dignità e diritti. Facendo vivere la loro memoria e i loro valori dobbiamo continuare ad andare avanti e riproporre alle attuali e alle future generazioni la speranza di un mondo di pace.
Abbiamo bisogno di giovani, di donne e di uomini ancora capaci di indignarsi di fronte alle ingiustizie, alla carenza di democrazia, di libertà, di pace come seppero fare coloro che seppero scegliere di stare dalla parte giusta. Come seppero fare quei resistenti che pagarono le loro scelte coraggiose con il prezzo supremo della vita.
Davanti a loro inchiniamo le nostre bandiere.

A tutte le iscritte e a tutti gli iscritti all’ANPI della Provincia di Grosseto.

Carissime e carissimi, con il 25 Aprile si avvicinano le celebrazioni della Liberazione del nostro Paese dal nazi-fascismo. Questa è sempre stata l’occasione più importante per testimoniare i nostri valori democratici e per rinnovare l’impegno per una Italia e una Europa libere da ogni forma di oppressione e proiettate in un futuro migliore, nel quale tutti i cittadini possano compiutamente realizzare se stessi, nella pace, nella tolleranza reciproca e nell’uguaglianza, sviluppando nell’attualità gli ideali che tanti anni fa mossero i Partigiani, durante la Resistenza, e tutti gli Antifascisti nella ventennale clandestinità. Quest’anno c’è un di più, rappresentato dalle tante ingiustizie imposte a larghi stati della popolazione, compresa la perdita di molti diritti che ritenevamo acquisiti per sempre; dal permanere dei troppi conflitti armati che rendono insicuro il mondo e dai venti di guerra che proprio in questi giorni spirano specie in Medio Oriente. E in Corea, dove torna ad affacciarsi lo spettro di uno scontro nucleare. A tutto questo si accompagnano i ricorrenti attentati terroristici, il riemergere del razzismo e di movimenti di estrema destra che in tante parti dell’ Europa si richiamano addirittura al Terzo Reich, quale conseguenza dell’incapacità di molti governanti a gestire efficacemente, con criteri umanitari, la temperie epocale che stiamo vivendo con il dramma delle migrazioni, e della loro inadeguatezza di fronte alla crisi economico-sociale, aperta dalla grande finanza, che colpisce i più deboli e indifesi, i giovani. Anche la nostra Provincia è purtroppo investita dalla ripresa di una preoccupante iniziativa del neofascismo. La recente apertura a Grosseto della sede di Casa Pound è l’ultima di una serie di mosse, le quali formano un contesto estremamente allarmante, tanto più che questo movimento, dichiaratamente fascista, è presente con un proprio rappresentante nel Consiglio Comunale del Capoluogo maremmano, addirittura come parte della maggioranza che governa l’Ente. La reazione dei grossetani è stata pronta, ma occorre una più forte iniziativa per sbarrare la strada ai nuovi epigoni del fascismo, facendogli capire che neppure quella della nostra provincia è aria per loro, contestualmente ad una pressante sollecitazione alla politica affinché dia finalmente le risposte necessarie ai problemi aperti nella società globale del terzo millennio. E’ un compito immane, ma alla portata, a cui dobbiamo accingerci usando tutti gli strumenti della democrazia. Intanto impegnandoci tutti per il migliore successo di partecipazione delle celebrazioni programmate per il 25 Aprile, che dovranno essere grandi eventi di massa, con particolare riguardo a quella che si svolgerà a Grosseto, stante il suo respiro provinciale. Ricorre il 70° anniversario della Costituzione: ricordiamone l’approvazione come il momento che ha aperto un’epoca nuova dotando l’ Italia di valori e istituzioni ancora attuali e vitali. Perciò invitiamo le iscritte e gli iscritti all’ANPI residenti in Città, e nelle zone nelle quali non si svolgeranno manifestazioni, ad essere presenti alle ore 10 in Piazza De Maria, alla partenza del corteo che si concluderà con il comizio in Piazza Dante. Alle altre e agli altri chiediamo di prendere parte alle celebrazioni previste nelle rispettive località e successivamente di venire a Grosseto, se gli orari saranno tali da consentirne la presenza anche a questa manifestazione . Ci appelliamo alla vostra sensibilità, esprimendo la certezza di vederci tutte e tutti insieme nelle nostre piazze a lottare contro il neofascismo e per la piena realizzazione nel mondo di oggi dell’anelito di giustizia e libertà che tuttora viene dalla Resistenza.
Flavio Agresti
Grosseto, li 20 aprile 2017.

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