FOIBE: UN ECCIDIO MATURATO PER LA GUERRA VOLUTA DAL NAZISMO E DAL FASCISMO

FOIBE: UN ECCIDIO MATURATO PER LA GUERRA VOLUTA DAL

NAZISMO E DAL FASCISMO

“Il dramma delle foibe non è separabile dai crimini commessi dai fascisti oltre il confine italo-sloveno con la
loro ‘italianizzazione forzata’ dei territori occupati. Ma dobbiamo anche dire che la reazione degli
antifascisti jugoslavi, tanto più se ha coinvolto innocenti, è estranea ai nostri valori. I tempi erano quelli che
erano, ma i colpevoli dovevano essere perseguiti in altro modo” (dalla “proposta di Manifesto
dell’Antifascismo Maremmano”, presentata dall’ANPI grossetana).
AL CRIMINE SI RISPONDE SEMPRE CON LA LEGALITÀ.
L’esodo dei profughi istriani, giuliani e dalmati fu anch’esso la conseguenza della stessa guerra, voluta dai
fascisti, i cui esiti rovinosi per l’Italia comprendono la sofferenza dei quei profughi nella storia accidentata
del confine italo-sloveno senza che fossero risolti i problemi di convivenza tra le popolazioni italiane e slave.
IL NAZIONALISMO E LA DITTATURA HANNO SEMPRE PORTATO

ALLA GUERRA.
MAI PIÙ GUERRE !

Lottiamo uniti per la pace e per l’affermazione dei valori che la alimentano: la dignità dell’essere umano,
chiunque egli sia; la libertà; la democrazia; il lavoro per tutti; la giustizia sociale; l’uguaglianza; la
collaborazione internazionale. Sono valori sanciti dalla nostra Costituzione Repubblicana, democratica e
antifascista, sconfiggendo il razzismo e i fomentatori di odio, la xenofobia e le crescenti differenze sociali,
che hanno sempre generato conflitti, lutti e tragedie, affinché gli orrori del passato non si ripetano nel
futuro.
LOTTIAMO PER UN MONDO MIGLIORE, FONDATO SULLA

CONVIVENZA CIVILE TRA I POPOLI.

MANIFESTAZIONE IN PIAZZA DUOMO DOMENICA 10 FEBBRAIO

DALLE 16 ALLE 19

Introduce Beppe Corlito, presidente della sezione “Elvio Palazzoli” di Grosseto
Interviene Valerio Entani del Direttivo della sezione di Grosseto

I membri del Direttivo leggono passi del documento ANPI “Il confine italo-sloveno”
Conclude Valerio Strinati del Comitato Nazionale ANPI
Fotocopiato in proprio

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INTRODUZIONE ALLO SPETTACOLO ARCI DEL 18.1.2019 di Beppe Corlito, Presidente sezione ANPI “Elvio Palazzoli” di Grosseto

Sono stato invitato dai compagni del Circolo Arci Khorakhanè come presidente della sezione ANPI di Grosseto ad avviare la discussione sullo spettacolo I mostri ci somigliano diretto da Chiara Migliorini e interpretato dalle ragazze e dai ragazzi della Lotus, associazione culturale di Piombino, rappresentato venerdì 18 gennaio 2019, sul tema del carcere e dell’abuso di potere.
Mi sono chiesto che cosa c’entrasse l’ANPI con questo tema. Questa è la mia prima ragione per essere qui. La nostra Associazione, che mantiene viva la memoria dei valori antifascisti della lotta partigiana, per statuto e per riconoscimento delle istituzioni, è garante della Carte Costituzionale, nata dalla Resistenza. Il costituzionalismo moderno nasce da due rivoluzioni borghesi, quella americana e quella francese. La presa della Bastiglia e la liberazione di coloro che vi erano rinchiusi senza processo per decisione del monarca assoluto, è l’evento simbolico, che sta alla nascita di tutti i valori costituzionali, cioè della difesa dei diritti del cittadino nei confronti del potere, il quale non è più assoluto proprio perché esiste il contrappeso della legge che protegge i diritti dei cittadini. Quindi, la nostra Costituzione contrasta i possibili abusi del potere.
In Italia la questione carceraria è antica quanto lo stato italiano dall’unità attraverso quello liberale e successivamente della dittatura fascista fino a quello repubblicano con una tragica continuità delle varie forme di governo. Non è mai stata risolta. Il sovraffollamento delle carceri “giustifica” tutti gli abusi e le violenze che vi avvengono, ma non risponde solo all’insufficienza edilizia, per quanto gli istituti carcerari italiani nella maggior parte dei casi sono in condizioni terribili. Alla base del sistema carcerario italiano, ben oltre le dichiarazioni retoriche, sta un’idea della pena come punizione e non come riabilitazione, quale dovrebbe essere in un paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria, il quale dell’idea illuministica del valore riabilitativo della pena è stato un pioniere. Proprio in Toscana sulla base delle sue concezioni il Granduca Pietro Leopoldo, primo in tutto il mondo abolì la pena di morte (30 novembre 1786). Ma proprio in questa regione è appena accaduto ad Empoli che una persona fermata è stata ammanettata e legata con le fascette ai piedi per “evitare che scalciasse” – è stato detto. Durante questo trattamento è morto “per un malore”, ora vedremo quale spiegazione ufficiale verrà data. Occorre dire con chiarezza che la limitazione della libertà personale con strumenti di contenzione meccanica è così disumana, che è costantemente a rischio di provocare la morte di chi vi è sottoposto, perché la libertà è intrinseca alla costituzione biologica degli umani prima di essere un valore morale, sociale e giuridico.
Il carcere è sempre esistito, ma solo in epoca moderna ha assunto quel senso di universo concentrazionario che ne fa una delle istituzioni della modernità, che poi ha prodotto i campi di concentramento nell’epoca coloniale degli imperialismi, dalle riserve indiane fino al suo perfezionamento industriale – con tanto di catena di montaggio – dei campi di sterminio nazisti e fascisti. Queste istituzioni moderne, dal carcere al manicomio, dal collegio alle case di riposo e agli ospedali almeno per alcuni aspetti, rispondono alla necessità di uno stretto controllo della forza lavoro all’interno di un’organizzazione industriale di tipo capitalistico, che ha bisogno di poterci contare quotidianamente. Esse sono state scientificamente studiate da Goffman e da Foucault e definite “istituzioni totali”, definizione che allude all’universo concentrazionario totalizzante, rigidamente amministrato, che esse rappresentano. Tutto quanto accade nell’istituzione totale è sotto un controllo centralizzato compresa l’entrata e l’uscita, che dipende dall’autorità preposta. Questa è la seconda ragione per cui sono qui questa sera: faccio lo psichiatra da 43 anni ed ho contribuito alla chiusura di due manicomi (Arezzo e Siena); quindi nella mia carriera professionale ho combattuto le istituzioni totali. In tutti questi anni non ho mai legato nessuno ad un letto, non ho mai ordinato o avallato una contenzione fisica, anche se ho subito alcune “imboscate” in tal senso. Quando nel 1998 sono arrivato a dirigere il servizio di salute mentale di Grosseto, nel cui reparto ospedaliero si praticava la contenzione, ho suggerito ai miei colleghi prima di ordinare qualsiasi contenzione di provare a farsi legare ad un letto per un po’ di tempo perché si facessero un’idea diretta di cosa si prova. In un lungo processo durato fino al 2005 è stato azzerato il ricorso alla contenzione e aperta la porta del reparto, uno dei 19 Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura italiani di qualità, in cui si applicano le procedure del no restinct e dell’open door. Quindi parlo con cognizione di causa. In primo luogo occorre partire da noi stessi e sconfiggere il piccolo Hitler che ciascuno di noi ospita dentro di sé. Di ciò ci hanno parlato con grande energia e bravura queste ragazze e ragazzi per tutto lo spettacolo di questa sera, è questo il senso fin dal titolo, I mostri ci somigliano.
In proposito vi racconterò brevemente l’esperimento dello psicologo sociale Stanley Milgram. Nel 1961, dopo il processo di Gerusalemme, dove Eichmann si presentò come un buon padre di famiglia che aveva contribuito a gasare decine di migliaia di persone perché gli era stato ordinato dai superiori, voleva dimostrare come i criminali di guerra nazisti potevano sterminare migliaia di esseri umani “diversi” (non solo ebrei, ma anche zingari, omosessuali, testimoni di Geova, comunisti, socialdemocratici, sindacalisti, oppositori politici, malati di mente, handicappati), giustificandosi con l’obbedienza agli ordini, perché si erano formati in una società autoritaria come quella prussiana e tedesca. Egli dovette fermare i propri esperimenti perché comuni cittadini statunitensi, normali, reclutati volontariamente, obbedirono all’uomo in camice bianco, che li aveva reclutati, per dare scariche elettriche sempre più forti a persone inermi tutte le volte che sbagliavano nel fornire una risposta. Anzi, essi somministravano scariche più forti (fino a 400 volt) se, pur sentendo le urla delle loro cavie umane, non li vedevano direttamente. Questo si chiama nel linguaggio di chi si è battuto contro le istituzioni totali, “repressione a mezzo delega”: è più facile legare una persona ad un letto se l’operazione viene delegata al personale infermieristico, invece di eseguirla direttamente con le proprie mani. Tali esperimenti sono stati la base delle procedure di consenso informato, perché alla base del lavoro di Milgram c’era un inganno: gli “aguzzini” volontari comandati dall’uomo in camice bianco non sapevano che “le cavie” erano degli attori che fingevano.
Se si fanno saltare alcune regole sociali, basate sull’empatia umana, che si può pervertire come fece propaganda nazista e fascista, allora si sdogana il piccolo Hitler dentro di noi, si sdogana il razzismo, la discriminazione, l’autoritarismo con le conseguenze note del fascismo e del nazismo. Non voglio “buttarla in politica”, ma è quanto sta succedendo oggi nel nostro paese. Il ministro di polizia, che usurpa una divisa che non è la sua e non gli spetta usarla, è una personalità autoritaria nel senso di Theodor Adorno, ha una testa “fatta a scatole”: i Rom devono stare nei campi e se “rompono” ci sono le ruspe, i migranti vanno rinchiusi nei campi di concentramento, dove entrano e escono a secondo dei suoi voleri, i malati mente devono tornare in manicomio, le prostitute nelle case chiuse eccetera.
Vi lascio con un testo poetico, di cui si conoscono varie versioni, una è stata attribuita erroneamente è Berthold Brecht, il famoso drammaturgo comunista. In realtà sono state tratte da un sermone del pastore luterano e teologo tedesco Martin Niemöller. Dopo un sermone antinazista, Niemöller fu arrestato su ordine di Hitler e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau. Riuscì a sopravvivere e passò gli anni Quaranta e Cinquanta a predicare a favore della pace e contro le discriminazioni, pronunciando più volte questo discorso diventato celebre. Non esiste una versione scritta e definitiva, per questo nel tempo il testo è stato rimaneggiato più volte cambiando le persone discriminate e il loro ordine. Una versione è inscritta nel Monumento all’Olocausto a Boston, in Massachusetts, e cita comunisti, ebrei, sindacalisti e cattolici.
«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».
Voglio sperare che questo non ci accada un’altra volta, occorre lottare perché non ci accada.