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La Presidente Nazionale ANPI: “Siamo indignati per il bagno di sangue in Palestina: ONU e UE intervengano immediatamente”

“Siamo indignati per il bagno di sangue che sta avvenendo in Palestina. La decisione americana di spostare la propria ambasciata a Gerusalemme e l’entusiastico consenso del governo israeliano contraddicono la storia millenaria di una città internazionale, culla e luogo di culto di varie religioni. Tale decisione è vissuta come un gravissimo oltraggio ed è stata condannata nel dicembre 2017 dalla Assemblea generale dell’ONU. L’inaugurazione dell’ambasciata, le stragi delle scorse settimane e il massacro di ieri potranno causare conseguenze gravissime per Israele e Palestina, per il Medio Oriente e per il mondo intero. È sconcertante l’impotenza della comunità internazionale. In altri casi per molto meno sono stati assunti concreti provvedimenti. Non basta l’assenza delle delegazioni della grande maggioranza dei Paesi dell’UE all’inaugurazione dell’ambasciata americana. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea si muovano immediatamente. I governi europei e gli stessi partiti italiani assumano una posizione chiara e ferma. Mai come oggi occorre rilanciare la proposta di due popoli in due Stati, perché la politica dei muri e della repressione feroce porta soltanto a nuovi e catastrofici sviluppi”.

Carla Nespolo – Presidente Nazionale ANPI
15 maggio 2018

una politica che sia ispirata da un pensiero umanistico forte e nuovo ———

La modernità sviluppista, modellata dal positivismo (torsione capitalistica dell’illuminismo), è finita a causa di un intreccio di elementi oggettivi e soggettivi. Quelli oggettivi sono l’inquinamento, l’esaurimento tendenziale delle materie prime, le crescenti diseguaglianze sociali. Le soggettive sono un cambiamento di sensibilità e di mentalità, di costume, a livello sia individuale sia collettivo. Tra loro c’è una forte dialettica: senza l’uno non ci sarebbe l’altro; entrambi si alimentano e modificano vicendevolmente.
Tanto che si impone la domanda: con il modo post-sviluppista di vedere la vita, in via di radicamento nella Comunità, siamo sicuri che i nostri giovani (i cui atteggiamenti sono sempre stati la spia dei mutamenti in corso) anelino ad un lavoro fisso, comunque alienato, sempre lo stesso fino alla pensione: cioè un’esistenza pianificata in partenza e modellata dalla dinamiche della produzione materiale? O piuttosto non tendano a decidere autonomamente la propria esistenza, riservando all’attività lavorativa uno spazio puramente strumentale di acquisizione di un reddito sia pur minimo, per viverla in maniera più creativa e libera? E ancora: non sarà per questo che in maggioranza essi voltano le spalle ad una sinistra per tanti aspetti tuttora calata nello sviluppismo, cioè vecchia, che rivendica la “crescita” quando occorrerebbe invece equità nella distribuzione della ricchezza; una sinistra che, a torto o a ragione, vede nel lavoro (quello tradizionale e sempre meno disponibile, in mancanza di una sua riconfigurazione) il mezzo per la piena realizzazione della persona umana?
Naturalmente non tutti i ragazzi la pensano così: basti pensare ai tantissimi scolarizzati che si accollano i sacrifici dell’espatrio per lavorare o ai sottoccupati e disoccupati che inutilmente si affannano alla ricerca di una occupazione. Ma è verosimile che siano in aumento coloro i quali rifiutano un rapporto di lavoro totalizzante, peggio se in mansioni dequalificate e con scarso futuro. Altrimenti negheremmo la profondità dei cambiamenti che si sono prodotti nella struttura economico-sociale e nel senso comune dall’industrializzazione in poi.
Se fondato, questo ragionamento pone più di un problema. Mi limito a questo: il mondo di domani non potrà né dovrà essere improvvisato e precario, retto da forme più indirette e subdole di sfruttamento. Per cui si dovranno individuare le nuove caratteristiche dell’attività lavorativa (maggiore sapere, più creatività e, grazie alle nuove tecnologie, meno tempo di lavoro, a parità di salario, per conseguire la massima occupazione); quindi, chi vuole scelga liberamente la flessibilità, che dovrà essere resa disponibile, con tutte le garanzie sociali, all’interno di una strategia economico-sociale più lungimirante, affrancata dalla dittatura del denaro e dal massimo profitto immediato. E che sia fortemente unificante, in quanto centrata su una nuova idea di progresso che, portando più cultura nell’economia, ponga il soddisfacimento dei bisogni vecchi e nuovi delle persone al centro del ciclo produttivo, come leve della sua necessaria rigenerazione, perseguendo stili di vita ecologicamente più responsabili. Cosa e come produrre, insomma. Costruire auto che si guidano da sé, nel momento in cui l’alterazione della biosfera ci obbliga prioritariamente a liberarci dei combustibili fossili, dimostra, con la stupidità di una industria che rincorre il superfluo, col miraggio dei soldi al posto della ragione, l’esigenza che la “riforma morale e intellettuale” della società, tornata di grande attualità, non si fermi ai cancelli delle fabbriche, ma in queste trovi uno dei suoi maggiori punti di forza.
Per fare questo ci vuole più, non meno politica. Ma una politica che sia ispirata da un pensiero umanistico forte e nuovo (i tanti discorsi su un post-moderno culturalmente disimpegnato si dimostrano una sciocchezza funzionale al sistema in essere del potere). Ci vuole una rete diffusa di corpi intermedi vivi, sensibili e dinamici che incanalino le domande sociali. Ci vuole più democrazia. Invece dell’uomo solo al comando. Tutte condizioni per l’avvento di una modernità più evoluta, proiettata nel Terzo Millennio.

 

Flavio Agresti.

3 maggio 2018.

7 maggio 2018 | ore 18 Sala conferenze ClarisseArte (Grosseto, Via Vinzaglio 27) I bombardamenti alleati durante la seconda guerra mondiale Ne discutono: Luca Alessandrini (Direttore dell’Istituto Parri Emilia Romagna) Luciana Rocchi (Comitato scientifico Isgrec)

75 anni fa, il 26 aprile 1943, lunedì di Pasqua, Grosseto subì il più terribile tra i numerosi bombardamenti aerei che la colpirono nella seconda guerra mondiale. Ne avrebbe subiti altri 18, ma questo sarà sempre ricordato per il tragico prezzo di vite di civili che costò: 134 grossetani, tra cui decine di bambini, uccisi mentre stavano giocando al Luna Park fuori Porta Vecchia. L’attacco colse di sorpresa la popolazione e in pochi riuscirono a trovare riparo nei rifugi anti-aerei. Sulla città vennero scaricate quasi 400 bombe da 300 libbre e circa 2000 a frammentazione. L’obiettivo degli americani era mettere fuori uso l’aeroporto militare e in particolare distruggere una scuola di addestramento per piloti di velivoli aerosiluranti che i tedeschi avevano creato nel 1942 proprio all’interno dell’aeroporto. Gran parte delle informazioni su questa scuola di addestramento, agli Alleati le aveva fornite un prigioniero di guerra tedesco catturato nell’autunno 1942 e che per diversi mesi aveva lavorato dentro all’aeroporto maremmano. Questo era l’attacco programmato. Diverso, come tristemente sappiamo, quello concretamente avvenuto.
L’eco di questa terribile strage fu grande, per la gravità dei lutti che lasciò, per le molte e contraddittorie voci che subito si diffusero sull’evento. Si parlò di mitragliamenti che non ci furono, di bombe intenzionalmente sganciate sulle giostre, anche grazie all’intelligenza con gli antifascisti grossetani. All’opposto, il mancato suono dell’allarme è stato attribuito ai fascisti, che ne avrebbero fatto un uso propagandistico contro gli alleati.
Su questo evento le memorie sono ancora vive, i lutti non sono stati superati, malgrado la distanza del tempo. Nella cripta della Basilica del Sacro Cuore, che custodisce tutti i nomi delle vittime, ogni anno ha luogo la cerimonia per non dimenticare.
Quest’anno abbiamo voluto offrire alla nostra città un momento utile a comprendere un fenomeno della contemporaneità, divenuto di nuovo attuale, nell’epoca delle guerre regionali, oggi drammaticamente e pericolosamente presente, non troppo lontano da noi.

Info: Info: Isgrec, via De’ Barberi, 61 | 58100 Grosseto | http://www.isgrec.it | segreteria@isgrec.it | tel/fax 0564415219

INTERVENTO DELLA SEZIONE DI MANCIANO PER IL 1° MAGGIO

Ora e sempre: resistenza!

L’ANPI partecipa a questa manifestazione del I maggio, che tiene assieme i diritti del lavoro e il ricordo della Resistenza e della liberazione dal nazi-fascismo, per ribadire l’importanza che ha per noi questo momento celebrativo, che quest’anno dedichiamo idealmente ai nostri cari Claudio Buffi e Guido Gabrielli, che dell’ANPI facevano parte, il cui prezioso contributo ci mancherà immensamente. Il monumento ai Caduti per la Libertà, davanti al quale siamo, è un luogo fondamentale della memoria collettiva di questo territorio. Fu eretto nei pressi del campo dove, dando esecuzione alle direttive del famigerato bando “Almirante”, furono fucilati i partigiani e i renitenti alla leva catturati dai nazifascisti. Tra loro il giovanissimo mancianese Italo Nanni. Nelle macchie di Montauto e del Pelagone, che dominano le vallate attraversate dalla strada che si apre davanti al monumento, si annidavano le bande partigiane del Comandante Arancio e del Tenente Antonio che forse i fascisti volevano intimidire con le loro macabre esecuzioni. Le lapidi dei due simbolici sepolcri posti dietro il monumento, riportano una ventina di nomi: sono giovani trucidati dai fascisti, appositamente trasferiti qui per la fucilazione, o morti in azioni di guerra partigiana. Persone che, nel momento decisivo, ebbero il coraggio di compiere una scelta: volevano la pace, volevano farla finita con il fascismo e la guerra, non volevano combattere per Mussolini e Hitler. Il loro lascito più prezioso è la nostra Costituzione che rappresenta il documento fondamentale della nostra convivenza civile e democratica.
In molti stanno cercando di cancellare la memoria, di legittimare il rigurgito fascista che si manifesta in varie forme, con parate pseudo storiche di SS per le strade dei nostri paesi, sminuendo la portata delle stragi di civili inermi da parte dei nazisti, spesso guidati da fascisti del luogo, o anche dedicando una via a Giorgio Almirante, fascista fino all’ultimo, che, in qualità di capo gabinetto del ministro Mezzasoma, firmò il bando in forza del quale furono fucilati partigiani e giovani renitenti alla leva repubblichina, figli del nostro territorio, colpevoli solo di non volere più combattere per la dittatura fascista e per i nazisti alleati di Mussolini. Noi chiediamo invece all’Amministrazione di dedicare una via a Mariella Gori, la prima donna partigiana di Manciano; a Martinez, il primo partigiano caduto a Manciano, morto lontano dalla sua casa e sepolto qui, nel nostro camposanto; all’eroico comandante Tenente Gino. È intollerabile che, in nome di una presunta pacificazione nazionale, si dimentichi che i morti non sono tutti uguali, chi è stato torturato e trucidato o è morto in combattimento per un ideale di pace e di lotta alla tirannia non è uguale a chi è morto per aver voluto difendere fino all’ultimo l’ideologia della sopraffazione, della discriminazione, della guerra, anche quando ha avuto la possibilità di cambiare idea. La pacificazione nazionale è avvenuta nel 1946, con l’amnistia di Palmiro Togliatti, a Manciano la pacificazione si è realizzata con il ritorno alla normalità, senza vendette di alcun tipo nei confronti di chi, fino al giorno prima inneggiava al Fascismo.
Conoscere la nostra storia, riaffermare le nostre radici, ribadire i valori fondanti della democrazia e della libertà per poter trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza del mondo che la guerra partigiana, le vite di questi giovani che vengono qui ricordati, ci hanno consegnato. Questo è il nostro compito.

Manciano, I maggio 2018