Lara, 88 anni, sorella del partigiano ucciso: «Chi ha appiccato il fuoco è un vigliacco»

Lara Palazzoli, 88 anni, ha portato una corona di fiori sulla lapide colpita dal fuoco a Porta Vecchia, dov’è inciso il nome di suo fratello Elvio morto a 20 anni, nel 1944. L’ha accompagnata sua cognata Virna Squarcia, vedova di Nilo Palazzoli, fratello di Elvio. “Famiglia Palazzoli”, hanno fatto scrivere entrambe in un fiocco arrotolato attorno al mazzo colorato, deposto ai piedi della lapide. Giovane partigiano (lo diventò la sera prima di morire), Elvio fu ucciso dai nazisti. Prima gli spari, poi il corpo scaraventato dalle Mura. Uno scempio. E un dolore infinito per la famiglia. Fu proprio lei – la piccola Lara – a trovare il cadavere di suo fratello al suolo; aveva solo 12 anni e di quel momento ricorda tutto. Cos’ha provato dopo aver saputo dello scempio alla lapide? «Una sofferenza tremenda, uno choc: c’è poco rispetto per chi è morto. Chi ha compiuto questo gesto è un vigliacco», dice con le lacrime agli occhi. L’anziana ha saputo quel che è successo perché «quella mattina mi chiamò Giuseppe Corlito (presidente dell’Anpi Grosseto, ndr) per dirmi: “Hanno dato fuoco alla lapide…”. È stata una offesa troppo grande per me: impossibile da sopportare. Io ero a letto, e quando ho risposto al telefono mi sono sentita male. Mai avrei pensato in vita mia di arrivare a una cosa del genere». Quale idea si è fatta? «Non lo so, ma so per certo che siamo in un mondo brutto, e che c’è gente cattiva e vendicativa: perché loro, quei ragazzi della lapide, hanno fatto solo del bene, hanno liberato Grosseto e la città ha tratto solo del bene dalle loro azioni. Io non so chi sia stato a far questo, ma spero che sia fatta chiarezza presto. E se è stata una cosa politica, è vigliacco chi l’ha fatta, specie alle persone che non ci sono più». Le parole di Lara risuonano ferme e lucide, nel salotto di casa davanti alla cornice che inquadra il volto perfetto del fratello. Lara ricorda molto bene il giorno in cui Elvio morì. «Ero una bambina», racconta, e in famiglia si respirava tanto affetto. «Stavamo in via San Martino». C’erano la mamma Rosa, il babbo Leopoldo, Elvio del 1924, Lara del ’32, Nilo del’34 e l’altra sorella Neva. Il babbo Leopoldo – mazziniano – lavorava alla stazione di Grosseto come ferroviere, «e siccome non era fascista lo licenziarono e gli buttarono un sacco di cemento addosso. Restò invalido al 100%». La storia si accanì poi su Elvio, il fratello che rappresentava una colonna portante per tutti, e che fu ucciso il 15 giugno del 1944. La sera prima non fece ritorno a casa. «Uscì senza far sapere niente: gli avevano detto che i tedeschi in ritirata stavano ammazzando le donne e i bambini, e lui quella sera diventò partigiano per proteggere me e mia madre. Non tornò a dormire e la mattina dopo alle 8, 30 io e mamma andammo a cercarlo. Andammo in fondo a via Solferino, trovammo in terra un corpo che poi scoprimmo essere di Paolo Santucci (altro nome sulla lapide, ndr): era a pancia in sotto, aveva una bomba a mano nella schiena attaccata alla cintura. Girammo il corpo per vederlo in faccia. Non era Elvio. Continuammo il giro delle Mura e salimmo da piazza del Mercato lassù in cima senza trovare anima viva. Guardammo sulle Mura e poi di sotto e a un certo punto, sporgendoci, vedemmo dall’alto un corpo senza vita. Lui era Elvio. Lo riconoscemmo dai pantaloni grigi e dalla camicia blu. Il viso era rivolto al cielo ma coperto da un giornale. Gli avevano sparato e l’avevano buttato di sotto. Più tardi ci dissero che cadendo di sotto aveva gridato “Mamma!!”», per cui non sarebbe morto subito per i colpi di fucile, ma dopo la caduta al suolo. «Chissà». Madre e figlia dopo averlo visto cadavere corsero via disperate. «Fuggimmo dalla disperazione e ci rintanammo a casa. Da lì in poi io non ricordo quasi più niente – dice Lara – Buio. Tranne qualcosa. Ricordo che avevamo una pentola dove nonna faceva il caffè d’orzo e quel giorno mamma si bruciò. E ricordo che scappai di casa e andai nella chiesina del corso: entrai e vidi mio fratello sul lato sinistro, era la seconda bara. Elvio era stato il nostro unico sostegno; mi portava sempre in bici. Io gli facevo: “Elvio, mi vengono le formiche ai piedi…!!” e lui allora, dolcemente, si fermava e mi faceva scendere. Era buono, mi chiamava Larilla con tanto affetto. Il dolore per lui mi ha accompagnata tutta la vita. Mia mamma diventò sorda dal dispiacere; mia nonna dopo 6 mesi morì». Ora il viso di Elvio, la sua figura elegante e pura, sono cristallizzati in foto nel salotto di casa. In quell’immagine lui è ancora vivo, lì con sua sorella. «Sono passati 76 anni ma me lo vedo ancora qui accanto, come l’ho visto allora: uguale», dice Lara. – «Sia restituita ai nostri morti la dignità che meritano»

Roberta Mucci e Gisella Ginanneschi, nipoti di due vittime: «Gesto gravissimo: dietro quei nomi c’è profondo dolore»

Elvio Palazzoli, Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Luigi Falciani, Agostino Sargenti e Giuseppe Cennini sono i nomi degli uomini uccisi dalla furia nazista e che figurano sulla lapide la cui corona è stata presa di mira dalle fiamme la notte tra sabato 18 e domenica 19 luglio, sul muro di Porta Vecchia. Le indagini per risalire al responsabile sono in corso; un uomo è stato ripreso dalle telecamere. Abbiamo rintracciato alcuni familiari delle vittime. Lara Palazzoli, 88 anni, sorella di Elvio che fu ucciso a 20 anni e il cui corpo gettato dalle Mura, è intervistata nella pagina accanto. Roberta Mucci è la nipote di Luigi Falciani (in foto qui a fianco), cioè è figlia di una sua figlia. Cos’ha provato dinanzi allo scempio? «Un dispiacere di più tipi – risponde lei al Tirreno – sia civile, che personale che familiare. Civile perché atti di questo genere verso strutture o oggetti pubblici di qualsiasi tipo non dovrebbero accadere mai, anzi dovrebbe sempre esserci rispetto. Personale perché la lapide commemora persone che hanno dato la propria vita per un credo, e non è giusto violarlo indipendentemente da quale credo sia; e poi c’è tutto l’aspetto umano, familiare, che provoca un’immensa sofferenza nei figli, nelle sorelle e nei nipoti. Per la verità io – dice Roberta – non ho molte informazioni su mio nonno Luigi: c’è sempre stata una certa reticenza in famiglia. Era il babbo di mia mamma; nacque nel 1903, e quando morì nel 1944 lasciò una moglie e 3 figlie, tutte femmine, di cui una piccolissima di appena 3 anni che era mia zia; poi c’era mia mamma Onorina che era la figlia di mezzo, oggi ha 90 anni ed è sempre viva, e poi c’era mia zia sorella maggiore che a 14-16 dovette iniziare a lavorare dopo la morte del babbo e assumere ruoli maggiori rispetto alla sua età: è morta due mesi fa a Bergamo, per Covid. Ecco, con queste fiamme appiccate alla corona della lapide non c’è stato rispetto per la nostra famiglia e le altre: questa targa rappresenta, per chi ha sofferto, un grande dolore». Come ha saputo la notizia? «Un’amica e mia sorella mi hanno mandato una foto della lapide annerita che hanno visto su Facebook. Poi mi ha chiamata Giuseppe Corlito (presidente Anpi Grosseto, ndr) per avvisarmi e organizzare il presidio della sera. Sono rimasta favorevolmente colpita da fatto che, malgrado la cosa sia stata organizzata così rapidamente, vi sia stata una certa partecipazione, anche con qualche giovane, perché il problema è quello di sensibilizzare i giovani che sono “ignoranti”, nel senso etimologico del termine, ovvero non sanno. Adesso spero che da questo fatto negativo possa nascere una riflessione vera e che i genitori, gli adulti, parlino con i figli ricordando cos’è stato davvero il passato. Io non saprei dire se sia stata una ragazzata o un gesto politico, ma in entrambi i casi, anche nel primo che riguarda i giovani, il gesto resta gravissimo, perché è stato dato fuoco a un pezzo di storia, per la quale molte famiglie hanno sofferto». Segno che non c’è cultura e non c’è memoria del passato». Gisella Ginanneschi, a lungo stimata dirigente Inps, oggi in pensione, è un’altra “erede” di quei nomi riportati nella targa presa di mira. Suo zio Renato Ginanneschi era il fratello del padre Leo. Anche per lei commozione e choc. «In origine erano 7 fratelli, mio babbo era del 1914, mentre lo zio Renato era più piccolo e quando è morto era veramente un ragazzo. Il suo nome è stato rammentato spesso, in famiglia, e quando si sentiva parlava di fascismo, beh… eravamo tutti allergici… Anche mio nonno morì per le conseguenze delle botte fasciste. All’epoca le famiglie sapevano poco o niente di quel che accadeva ai loro figli, e mia nonna – poverina – con tutti questi ragazzi ogni tanto se ne vedeva sparire uno. Andavano a chiamarla e lei veniva a sapere così, che qualcuno era morto. Successe anche quella volta, quando le dissero che mio zio Renato era stato fucilato. La sua storia è stata spesso rammentata da mio babbo, in famiglia, con grande dolore, e ogni 25 aprile è stato per lui una tappa indimenticabile. Quando ho saputo delle fiamme sulla corona della lapide sono rimasta sconvolta: non credo che sia stata una ragazzata. Sembrano gesti mirati e mi fanno pensare che stiamo vivendo un momento particolare e veramente brutto. Menomale che, oltre alle associazioni, c’è tanta gente sensibile e di buon cuore che non solo ha vissuto queste storie come me, ma conosce il passato. Quella sera al presidio c’è stata una buona quantità di gente ed essendo stato organizzato velocemente mi ha fatto piacere. Al presidente di Anpi Giuseppe Corlito ho chiesto la tessera – dice Ginanneschi – Ho apprezzato anche la partecipazione del sindaco, ma ora speriamo che mantenga la parola data e che si scopra il responsabile, restituendo ai morti la dignità che meritano».

«Quel coraggio di ribellarsi per un senso etico dei diritti»
Giuseppe Corlito (presidente Anpi Grosseto) inaugurò la targa nel 2014 Oltre ai nomi dei caduti, vi sono incise sei stelle che segnano l’avvenire

Il 14 giugno 2014 fu inaugurata la lapide sotto Porta Vecchia, nel corso di una sobria cerimonia promossa da Anpi che ricordava a 70 anni di distanza il sacrificio di sei uomini, alcuni dei quali molto giovani: «Elvio Palazzoli – disse all’epoca il presidente Giuseppe Corlito – aveva solo 20 anni: a lui abbiamo dedicato il nome della sezione Anpi di Grosseto, fu ucciso per primo alla Cavallerizza e scaraventato dalla furia nazista giù dalle mura con sprezzo disumano della vita. Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Luigi Falciani, Agostino Sargenti di Sinalunga, Giuseppe Cennini di Pomarance. Si scontrarono con una colonna tedesca in ritirata che voleva attraversare la città, erano male armati e inferiori per numero, ma la notte prima avevano giurato di farlo, quando i fascisti avevano abbandonato i grossetani al loro destino. La mattina del 15 (giugno 1944, ndr) chi poteva passò da casa a salutare i propri cari e un’ora dopo si era compiuto il loro olocausto. Ciò che mi ha sempre colpito leggendo le storia delle persone che hanno fatto la Resistenza a tutti i livelli (comandanti, semplici partigiani, staffette, sacerdoti, donne e uomini, giovani e adulti) è la semplicità delle azioni, che potevano costare loro anche la vita come in questo caso, con il senso di fare la propria parte, con il senso etico del dovere e dei diritti, che dovremmo ritrovare nel nostro vivere comune. Essi ebbero il coraggio di ribellarsi a 20 anni di dittatura e di fondare un paese nuovo, lasciandoci quel monumento al futuro che è la nostra Carta Costituzionale democratica e antifascista. La storia dei caduti di Porta Vecchia, come quella di tutti i partigiani, non può solo rimanere consegnata alle biblioteche e allo studio paziente e pur importante degli storici, ma deve essere carne, sangue, cultura viva della comunità sociale che l’ha prodotta e che da essa è ancora innervata perché vi ritrovi la ragione profonda della propria esistenza. Nella lapide che tra poco scopriremo – disse Corlito nel 2014 – abbiamo inciso nel marmo non solo i nomi dei caduti, ma sei stelle aggettanti verso l’alto perché come ha scritto Piero Calamandrei nel decimo anniversario dell’assassinio dei sette fratelli Cervi, “sono stelle che segnano, in cielo, le vie dell’avvenire”».

Tratto da IL TIRRENO – edizione di domenica 9 agosto 2020
Si ringraziano l’editore, l’autrice dell’articolo Elisabetta Giorgi e l’agenzia BF per fotografie