Settantaseiesimo anniversario dell’eccidio di Murci, il ricordo del tenente Gino

Quest’anno ricorre il 76° anniversario dell’eccidio del sottotenente Luigi Canzanelli, noto popolarmente come il tenente Gino, e il suo compagno, il soldato Giovanni Conti.

Siamo qui come Associazione Nazionale Partigiani d’Italia per commemorare il 76° anniversario dell’eccidio del sottotenente Luigi Canzanelli, a cui è dedicata questa caserma, noto nella leggenda popolare della Resistenza grossetana come il tenente Gino, e il suo compagno, il soldato Giovanni Conti. Di solito questa commemorazione avviene nel luogo dove avvenne l’eccidio sulla strada della Dogana nel Comune di Murci, il cui territorio era presidiato dalla banda partigiana costituita dal tenente Gino, una spina nel fianco della Guardia Repubblicana fascista. È uno degli episodi più salienti della Resistenza grossetana. Quest’anno a causa della pandemia siamo costretti ad utilizzare questo videomessaggio. Dentro la caserma è collocata la lapide, che riporta la motivazione del conferimento della Medaglia d’argento al valore militare al tenente Canzanelli.
Era la sera del 7 maggio 1944, al culmine di una serie di azioni di guerriglia contro il controllo fascista delterritorio come l’assalto all’ammasso di Murci per la distribuzione del grano alla popolazione ridotta alla fame, l’attacco alla Guardia Repubblicana di Samprugnano e di Cana e alla Questura di Grosseto dislocata a Preselle fino all’occupazione di Murci. È in corso un rastrellamento dei fascisti divisi in due gruppi per complessivi 60 uomini contro la banda partigiana. Il tenente Gino e il fidato Giovanni, soldato e contadino esperto dei luoghi, abbandonano Murci in direzione della strada provinciale con l’idea di attaccare i fascisti ed effettuare un alleggerimento. I fascisti, forse casualmente o perché indirizzati da una delazione, tendono un’imboscata ai partigiani con in testa il tenente Gino e Giovanni. Gino viene colpito da una raffica alla gamba destra e Giovanni muore sul colpo. Il tenente da terra urla ai suoi di ripiegare con un compagno ferito e ne copre la ritirata. Viene ucciso. I fascisti infieriscono sui due corpi a terra con numerosi corpi di pistola come attesta la testimonianza del parroco di Murci, che ricompose i corpi. Ciò conferma la gratuita e consueta barbarie fascista, che si pone fuori anche dai codici militari di guerra. Nessuno ha pagato per questo eccidio, derubricato a scontro militare, quando la legge del nuovo stato italiano puniva esplicitamente coloro che avevano partecipato ai rastrellamenti.
Chi era il tenente Gino? un uomo di valore come riconosce tutta la pubblicistica dell’epoca compresa quella di parte avversa per i timore che gli portava. Il giovane ufficiale di complemento, caduto a soli 22 anni, aveva scelto “la via dell’onore” come scrisse lui stesso in un’accorata lettera di giustificazione alla madre per la sofferenza, che le arrecava. Ma era l’onore che lei le aveva insegnato. Canzanelli era nato in Egitto e era stato allevato in un ambiente cosmopolita, fuori dall’indottrinamento fascista. Tornato in Italia, dopo la morte del padre, si iscrisse ad ingegneria al Politecnico di Milano, un ambiente estraneo alle logiche del regime e poi antifascista. Aveva una formazione laica e parlava quattro lingue. Sorpreso l’8 settembre 1943 tra Baratti e Vetulonia con la sua compagnia anticarro, cercò con il suo amico, sottotenente Antonio Lucchini di ricongiungersi con l’esercito regio sul fronte di Cassino, mantenendo fede al giuramento al re. In questo percorso per vie interne si trovarono a Montemerano nell’impossibilità di raggiungere il fronte. Qui cominciarono un’attività pedagocica di insegnamento alla popolazione con l’idea di costruire la banda partigiana in stretto rapporto con la comunità. Si distinse per una concezione moderna della guerra partigiana per bande con rapide azioni di guerriglia. Sempre solidale verso i propri compagni e generoso anche verso i nemici da passare quasi per ingenuo, era nota la sua tendenza a non giustiziare nessuno.
Per gli indubbi meriti la sua militanza partigiana è stata circondata da un’aura leggendaria nella tradizione popolare della Maremma. Ne ho avuto un’ultima eco nella testimonianza di uno dei suoi uomini, scomparso di recente, il partigiano Aroldo Colombini di Cana, che la sera del 7 maggio con la mitragliatrice che non abbandonava mai, stava di copertura troppo più in alto per potersi rendere utile.
Questi due partigiani italiani, Luigi Canzanelli e Giovanni Conti, testimoniano la Resistenza militare, che non si lasciò trascinare nel disonore del collaborazionismo con i nazisti e nella barbarie fascista. Attestano, qui contro ogni detrattore e ogni negazionista l’unità della Resistenza, che fu movimento di popolo con componenti militari, patriottiche, femminili e politiche di tutti gli orientamenti. Da quel sangue nasce la spinta unitaria , che produsse nel tormentato dopoguerra la nostra Costituzione repubblicana, democratica e antifascista, che è il nostro patto di cittadinanza, il cui riconoscimento fa di noi cittadini italiani.
Con la nostra modestissima presenza qui oggi testimoniamo che esistono “memorie che nessun evento varrà a cancellare” e che cercheremo di onorare anche quest’anno così difficile per le sorti del nostro paese.