Intervento a Frassine, 16 febbraio 2020 di Lucio Niccolai

Intervento a Frassine, 16 febbraio 2020
di Lucio Niccolai
Ringrazio l’ANPI provinciale e gli organizzatori per avermi dato la possibilità di intervenire a questa manifestazione così partecipata e sentita, l’occasione di poter visitare questi luoghi, rievocare e riflettere con voi su questi eventi drammatici che fanno parte della nostra storia partigiana. Per preparare il mio intervento sono naturalmente andato a rileggere documenti e ricostruzioni della guerra partigiana nel nostro territorio, ma gli avvenimenti di Frassine erano già entrati a far parte del mio bagaglio culturale per altre vie. Sono vissuto per diversi anni a Santa Fiora. Abitavo vicino a Severino Meloni, un minatore, con cui divenni presto amico e compagno.1 La sua era una famiglia di minatori, per questo nel periodo del passaggio del fronte viveva a Niccioleta, suo fratello Renato fu fucilato il 14 giugno del 1944 a Castelnuovo Val di Cecina da un battaglione di SS italiane, insieme ad altri 76 minatori: è uno dei martiri di Niccioleta. Avevo scritto un piccolo libro2 sui fatti di Niccioleta, e Severino, mi rimproverava che, nella ricostruzione storica d’insieme, di aver prestato scarsa attenzione alla battaglia di Frassine nella ricostruzione storica d’insieme. La sua vibrata protesta testimonia l’eco che quell’evento aveva avuto tra le popolazioni locali e, in particolare, tra i minatori. Molte cose sicuramente sono note ai presenti, altre sono state già anticipate dagli oratori che mi hanno preceduto, o verranno dette da quelli che interverranno dopo di me. Mi si consenta, però, di ricordare alcuni fatti più generali e d’insieme, che permettono di
1 Lo andavo a trovare nella casa dell’ex-mulino dove si riposava curando il suo orto-giardino dal vago sapore rinascimentale. Parlava poco volentieri delle storie che aveva vissuto, ma con me si confidava un po’ di più che con altri. Severino, avendo solo 17 anni, e quindi non ancora in età di leva, al tempo dei fatti di Niccioleta, fu deportato in un campo di concentramento e di lavoro in Germania. Rientrato a Santa Fiora dopo la fine del conflitto e la sconfitta del nazismo, fu assunto in miniera, ma venne poi licenziato nel ’48, perché iscritto alla CGIL. 2 L. NICCOLAI, M. MAMBRINI, M. PAPALINI, La memoria di Niccioleta, Grotte di Castro (Vt), 2003.
chiarire meglio il contesto in cui si svolsero i fatti e, di conseguenza, il loro significato. Come è noto, dopo l’Armistizio dell’8 settembre, come in tutta Italia, anche i reparti militari italiani presenti in Maremma, privi di precise direttive, si sbandarono mentre le truppe tedesche – al comando del tenente colonnello Müller – occupavano il territorio provinciale. Mussolini, liberato dai tedeschi, diede intanto vita nell’Italia del Nord a una repubblica illegittima (il governo legittimo era ancora rappresentato dal Re e da Badoglio) collaborazionista, con capitale Salò. Alla fine di settembre, giungeva a Grosseto, Alceo Ercolani, un maggiore dei bersaglieri ex federale del fascio di Treviso, che assunse l’incarico di commissario straordinario del Partito fascista e, successivamente, il 22 ottobre, quello di capo della Provincia. Nel frattempo si riorganizzava la 98° Legione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (MVSN), trasformata poi nel 645° Comando della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), e venivano insediate, a Massa Marittima e a Castel del Piano, due compagnie di Ordine Pubblico. Il 15 settembre del 1944 nascevano però anche il Comitato di Liberazione nazionale della Provincia di Grosseto3 e il Comitato militare provinciale4 e si organizzavano, per opera di ex militari sbandati, antifascisti e prigionieri di guerra sfuggiti dai campi di concentramento, i primi gruppi partigiani. Dopo il bando di arruolamento per la repubblica di Salò, emanato dal generale Graziani il 9 novembre 19435, cominciarono ad affluire verso quelle prime formazioni decine di giovani che, piuttosto che aderire al bando della Repubblica sociale, sceglievano la renitenza alla leva. Molti di questi giovani, disillusi dalla sconfitta militare del fascismo, consapevoli del momento di cambiamento che il paese
3 Ne furono promotori Aristeo Banchi, Tullio Mazzoncini, Giuseppe Scopetani, Antonio Meocci e i fratelli Albo e Raffaello Bellucci. 4 Era composto da Aristeo Banchi, Ugo Pacini e Angiolo Rossi (Trueba). 5 Il bando era rivolto alle classi ’23, ’24 e ’25 e scadeva il 5 febbraio del 1944. In provincia di Grosseto, su 2176 richiamati, si presentarono agli uffici di leva solo 307.
stava vivendo e incerti sulle sorti della guerra (si pensava che l’avanzata angloamericana sarebbe stata molto più rapida), sempre più insofferenti della prepotente presenza tedesca, andavano così a ingrossare le bande partigiane. Mentre si moltiplicavano le azioni militari dei gruppi della resistenza, specie contro i gerarchi fascisti, i militi della GNR e le caserme dei carabinieri, anche al fine di assicurarsi una necessaria dotazione di armamenti6, i fascisti promuovevano un’ampia azione repressiva, tesa ad eliminare i gruppi di resistenza e di propaganda antifascista e antinazista.7 Ma l’azione partigiana si faceva ogni giorno più ardita e incisiva. Secondo la percezione diffusa «i partigiani alla macchia avevano armi e vettovagliamenti tali da poter competere contro l’esercito tedesco; essi aspettavano il momento opportuno per insorgere assieme alle popolazioni.»8 Forse, proprio per questo, anche per frenare o inibire l’ulteriore afflusso di renitenti alle formazioni partigiane, tra febbraio e marzo, i fascisti, misero in atto un’iniziativa repressiva articolata su una serie di rastrellamenti d’area che avevano come obiettivo quello di ripulire il territorio dalla presenza di gruppi partigiani, distruggendo, nel contempo, i luoghi di aggregazione, rifugio e accoglienza di renitenti alla leva, militari e prigionieri di guerra sfuggiti ai campi di concentramento. L’elenco è noto e la sequenza cronologica non casuale: Frassine (16 febbraio)9, Case Sbraci10 (2 marzo), Monte Quoio-Scalvaia11
6 Si registrano anche le prime azioni eclatanti, come ad esempio, l’attacco partigiano alla residenza delle autorità fasciste di Manciano e l’uccisione del sergente della GNR Catone Corridori (26 gennaio 1944) e il sequestro (4 febbraio) e successiva esecuzione (17 febbraio) di Carlo Favron, segretario del PFR di Selvena e Ministro della Società Mineraria del Monte Amiata. 7 L’11 novembre 1943 furono arrestati Lucchini e Canzanelli; il 15 novembre 1943, Albo Bellucci, Giuseppe Scopetani e Tullio Mazzoncini. 8 L. TARTAGLI, Alla macchia. Memorie di vita partigiana, Piombino 1996, p. 31. 9 Riferimenti bibliografici: AA.VV., La provincia di Grosseto alla macchia, Amministrazione provinciale, Grosseto 1965; N. CAPITINI MACCABRUNI (a cura di), La Maremma contro il nazi-fascismo, Grosseto 1985; C. GROPPI, La piccola banda di Ariano. Storie di guerra e Resistenza nelle Colline Metallifere Toscane (1940-1945), Castelnuovo Val di Cecina 2003; F. SORRESINA, Camicia rossa dal Frassine alle Murate, ANPI Grosseto 1991; R. VANNI, La Resistenza dalla Maremma alle Apuane, Pisa 1972. 10 Il 2 marzo 1944, a Case Sbraci, nel comune di Sorano, tedeschi e fascisti catturano 5 giovani (Marsilio Gavini, Alvaro Vasconi, Felice Grilli, Africo Balocchi e Francesco Sorrentino) appartenenti alla Banda di Montebuono. Condotti a Viterbo, processati sommariamente, furono condannati a morte e fucilati a Manciano.
(10-11 marzo), Maiano Lavacchio 12 (21 marzo), Fonte alla Monache13 di Santa Fiora (27 marzo). La battaglia di Frassine, o meglio, l’eccidio di Frassine, si colloca dunque nella fase iniziale dell’organizzazione resistenziale nel territorio maremmano e dimostra l’importanza che le formazioni partigiane assunsero fin da subito provocando la sanguinosa reazione fascista che si materializzò in una serie di massacri in nome e per conto dell’occupante nazista e anticipa di due giorni il Decreto Mussolini che sanciva la pena di morte per renitenti alla leva e i militari che avevano scelto di non aderire alla Repubblica di Salò. Il bando fissava all’8 marzo l’ultima data utile per presentarsi alla chiamata alle armi. Il decreto, stampato su manifesti, fu affisso anche nei più piccoli centri della provincia, ma in Maremma, solo 546 richiamati su 2697 si presentarono agli uffici di leva. Bandi di questo tipo, estesi anche ai partigiani combattenti, furono più volte reiterati e pubblicati: si ricorda quello che porta la firma di Giorgio Almirante, in forza del quale furono fucilati i minatori di Niccioleta.
La narrazione dei fatti di Frassine, da parte partigiana, è nota e generalmente condivisa e ripetuta con poche varianti. I partigiani della formazione Camicia Rossa, comandata da Mario Chirici, dislocati variamente in casolari e capanni, occupavano una vasta area montano-collinare sovrastante la zona del Frassine. La mattina del 16 febbraio i fascisti circondarono una parte dell’area, evitando di penetrare nelle zone più interne e boscose dove più forte era la presenza partigiana. Il rastrellamento fu compiuto da due colonne, dotate di armi automatiche, guidate da Ciabatti14 e Nardulli, che agirono contemporaneamente, contro i
11 I partigiani furono sorpresi nel sonno: 2 morti nello scontro e 18 prigionieri, dei quali 14 furono fucilati. 12 I fascisti catturarono e fucilarono 11 persone: giovanissimi renitenti alla leva, militari sbandati e un viennese disertore dell’esercito hitleriano. 13 Il 27 i fascisti organizzarono un rastrellamento a Fonte alle Monache, nel territorio di Santa Fiora, ma la trentina di renitenti e partigiani lì rifugiati riuscirono ad eludere l’accerchiamento e fuggire confluendo, in gran parte, nell’VIII Distaccamento “Ovidio Sabatini” della Brigata garibaldina “Spartaco Lavagnini”. 14 Vittorio Ciabatti, originario di Arcidosso, fu arrestato a Grosseto nel 1946 e condannato, in prima istanza, alla pena di morte per fucilazione. Negli atti processuali è definito «un sanguinario» perché «In tutte le operazioni dove viene
due casolari di Poggio Bocchino e Campo ai Bizzi, i più esterni dell’area controllata dalle formazioni della banda “Camicia rossa”. I partigiani furono sorpresi nel sonno, il primo allarme fu dato all’alba da uno di loro, svegliato da strani rumori, ma ormai il casolare di Poggio Rocchino era già completamente accerchiato. Disponendo di poche munizioni e armi inadeguate, il gruppo si arrese quasi subito. I partigiani di Campo ai Bizzi invece, messi all’erta dai colpi esplosi contro i loro compagni, resistettero finché poterono, contro forze preponderanti (un centinaio di fascisti dotati di adeguato armamento). Terminate le munizioni, feriti, furono catturati, fucilati sul posto e, sembra, finiti a colpi di pugnale. I loro nomi erano: Silvano Benedici, di anni 23, originario di Volterra; Pio Fidanzi, di anni 19, originario di Massa Marittima, Otello Gattoli, di anni 35, originario di Massa Marittima (al cui nome verrà poi dedicata una formazione partigiana); Salvatore Mancuso, di anni 23 originario di Catania e Remo Meoni, di anni 27, originario di Montale (decorato con medaglia d’argento al V.M. alla memoria). Anche il cavallo Sauro fu ucciso nella stalla data alle fiamme. I 14 partigiani catturati a Poggio Bocchino, in parte feriti, vennero trasportati prima a Massa Marittima, costretti a sfilare per il corso, rinchiusi nelle carceri e poi trasferiti alle Murate di Firenze. La sconfitta di Frassine, attribuita alla impreparazione (le munizioni tenute troppo lontane dai posti di guardia, le vedette addormentate) e alla disomogeneità dei partigiani, provocò fortissime polemiche e una rottura tra le due componenti (comunista e repubblicana) della formazione che condusse ad una scissione e alla formazione della 23° Brigata Garibaldi “Boscaglia”.
Perché parlare oggi ancora di questi fatti? Perché tornare a commemorare? Perché ritrovarsi di nuovo in questi luoghi a
impiegata la G.N.R. e dove si versa in abbondanza sangue umano, si ritrova il Ciabatti», in N. CAPITINI MACCABRUNI (a cura di), La Maremma contro il nazi-fascismo, Grosseto 1985, p. 247.
ricordare? La ragione è semplice: perché il fascismo non è morto e si ripresenta, seppur in forme diverse dal passato, con nuova virulenza. Viviamo un momento politico e culturale caratterizzato da un atteggiamento diffuso di molti organi di stampa (generalmente in mano a pochi imprenditori noti), di pseudo-storici e opinionisti permanentemente ospitati dalle trasmissioni spazzatura della TV (senza più evidenti confini e differenziazioni tra la pubblica e la privata), condiviso o alimentato spesso da varie forze politiche, teso a delegittimare il ruolo della Resistenza e sdoganare il fascismo. Si propone una rilettura in chiave revisionistica della storia che punta ad assolvere dai suoi crimini la feroce dittatura mussoliniana, salita al potere, con il sostegno delle classi dominanti, usando la violenza e gli omicidi. Si negano i fatti stessi che quella dittatura – insieme all’alleato nazista – ha prodotto: l’assassinio, il carcere e la deportazione per gli oppositori politici; la cancellazione di ogni diritto e libertà democratica; la guerra; le leggi razziali; i campi di sterminio. Il fascismo avrebbe fatto anche cose buone, anzi, secondo qualcuno, soprattutto buone come ripetono subdolamente in molti, cercando di renderlo credibile. Il loro obiettivo è di giustificare, a livello di opinione pubblica, una legittimazione politica, ideologica e propagandistica del fascismo e al contempo minimizzarne le colpe e i crimini. I suoi macabri simboli sono tornati a circolare liberamente; associazioni e formazioni politiche dichiaratamente fasciste, violando il dettato costituzionale, diffondono i loro messaggi di odio, violenza, razzismo. Questo revisionismo e sdoganamento del fascismo è stato consentito anche da chi ha voluto equiparare i caduti in nome di una cultura di morte e sopraffazione a quelli che hanno dato la loro vita per un’ideale di libertà e di pace. Si registra addirittura, nella cronaca quotidiana, il paradosso grottesco di un personaggio che, ostentando fieramente il cognome Mussolini (di cui dovrebbe vergognarsi), accusa la
senatrice Liliana Segre, sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz, di fare propaganda antifascista, evidentemente ignorando che il fascismo in Italia è fuorilegge! E quanto più i vari Vespa e Salvini cercano di rassicurarci che il fascismo è morto e sepolto, tanto più c’è da avere paura e da temere la sua risorgenza. In realtà il fascismo – come ha scritto Umberto Eco – non è mai morto, non è mai stato debellato del tutto. Le ragioni sono molteplici. Cassola in un romanzo, Fausto e Anna, in cui racconta la sua esperienza partigiana in questa zona riferisce il pensiero del padre di un giovane ucciso dai fascisti (potrebbe essere uno di quelli del Frassine): «Ora, dico,[…] che cosa gli fareste? Che cosa gli fareste se poteste mettergli le mani addosso […]». «Mi pare… [… risponde il partigiano] la fine che ha fatto il vostro figliolo, la faremo fare a loro.» […] «No,» fece «io ci penso giorno e notte, e dico : soffrirebbero troppo poco. Io, sentite: prima gli caverei gli occhi, poi gli strapperei gli orecchi, poi…»15 Il fascismo aveva provocato grandi tragedie, collettive e individuali; causato grandissimo dolore, seminando nei cuori rabbia, rancore, bisogno di giustizia.16 Ma, al contrario di altri paesi, non vi furono qui sentenze esemplari e i colpevoli di torture e stragi raramente pagarono fino in fondo per le loro colpe. Finita la guerra di Liberazione, ci furono sì dei processi, ma risolti spesso con lievi condanne. Semplici funzionari, magistrati, dirigenti delle forze armate e della polizia implicati con il regime fascista, ripresero presto i propri posti. Non ci fu un’opera di pulizia come quella che sarebbe stata necessaria e l’amnistia rimise in circolazione anche molti degli ex repubblichini già implicati in episodi drammatici della guerra di Liberazione.
15 C. CASSOLA, Fausto e Anna, Ed. Mondadori, Milano 2017, pp. 185-186. 16 Un altro grande scrittore, Vittorini, distingueva in un suo romanzo quelli che erano uomini (ad esempio i partigiani, i contadini come quello del romanzo di Cassola, gli operai) da quelli che uomini non erano, ma piuttosto bestie e assassini.
Almirante, a cui alcune amministrazioni, come quella di Grosseto, si pregiano dedicare una via cittadina, già caporedattore della rivista pseudo-scientifica «Difesa della razza» e firmatario del bando per colpa del quale furono fucilati decine di partigiani, mai pentito, poté fondare un partito ed essere eletto in Parlamento (in altri paesi forse sarebbe rimasto in carcere). Più in generale, molti di questi figuri ex-repubblichini, con la copertura di servizi segreti deviati, sono stati per anni la manovalanza dello stragismo (le bombe alle banche17 e sui treni, nelle piazze e alle stazioni18) che ha alimentato la strategia della tensione; hanno partecipato o sono stati coinvolti a vario titolo in tentativi di colpi di stato19; si sono resi responsabili di ogni sorta di azione provocatoria contro operai, studenti20 e movimenti che rivendicavano diritti; hanno fomentato di ogni forma più ignobile di razzismo e omofobia. Per anni abbiamo permesso «che i “nazisti dell’anno duemila”» andassero «disseminando su tutto il pianeta gli ordigni della morte.»21 E siamo costretti oggi ad assistere – non certo impotenti, ma consapevoli dell’apatia crescente dei mass media e della desolante ignoranza dilagante – a questo proliferare terribile di negazionismo, di provocazioni e violenze, di istigazione all’odio razziale, di oltraggio ai monumenti della Resistenza, di attacchi e proposte di modifiche alla Costituzione.
17 Per inciso, ricordo che Marcello Guida, il questore di Milano che condusse le indagini su Piazza Fontana dirigendole verso la pista anarchica e rimase coinvolto nella morte “per defenestrazione” del partigiano Giuseppe Pinelli, era stato l’ultimo Direttore della Colonia di confino politico di Ventotene. Sandro Pertini, allora Presidente della Camera, che sotto il fascismo era stato recluso a Ventotene, si rifiutò di stringergli la mano in occasione della sua visita a Milano dopo la morte di Pinelli. 18 Nell’avviso di chiusura delle indagini dell’11 febbraio 2020 sui mandanti della strage alla Stazione di Bologna, la Procura generale di Bologna individua in Liceo Gelli, di cui sono noti i trascorsi fascisti oltre che piduisti, insieme ad altri ex repubblichini e neofascisti (Mario Tedeschi, Umberto Ortolani e Federico Umberto d’Amato), uno degli ideatori della strage. 19 Nel tentativo fallito (7/12/1970) di colpo di stato di Junio Valerio Borghese, già comandante della Xa Mas, fu coinvolto anche Dante Ciabatti di Grosseto. Come annota la nipote Teresa in un recente romanzo di successo: «Dante Ciabatti (1921-1997), soprannominato l’Infaticabile, combatte nella Xa Mas e partecipa al golpe Borghese. Prima di lasciare l’Italia, Licio Gelli lo nomina reggente del Fronte Nazionale. Fugge in Svizzera. Nel 1974 torna in Italia, ricoverato per cinque mesi alla clinica Villa Flaminia per un generico “problema cardiaco” mai riscontrato né prima né dopo. Muore nel 1997.» In Teresa CIABATTI, La più amata, Mondadori, Milano 2017, p. 50. Nel 1991 quasi settantenne fonda insieme ad alcuni sodali l’associazione Ricerca storica e la rivista bimestrale «Verità Storia» con chiari intenti revisionisti. Cfr. http://www.Bianciardi2022.it/2017/09/25/grosseto-città-fascista-1. 20 Si pensi all’attacco all’Università di Roma guidato da Almirante nel ’68. Vi parteciparono picchiatori ed ex repubblichini provenienti da varie zone e, se non sbaglio, alcuni anche da Grosseto. 21 E. BALDUCCI, Quei miei compagni di scuola, «L’Unità», 20 giugno 1984. L’articolo era dedicato ai minatori uccisi a Niccioleta, molti dei quali, suoi coetanei originari di Santa Fiora, erano stati suoi compagni di scuola.
In un contesto di questo tipo è non solo legittimo ma necessario riconfermare le ragioni che spinsero centinaia di giovani – come quelli assassinati a Campo ai Bizzi – a scegliere la via dei monti, ad armarsi e combattere contro il fascismo e l’occupante tedesco, a rischiare la propria vita per una causa che oggi, e ancora di più, ci sembra giusta, necessaria, imprescindibile. Se non ci fossero stati quei giovani, se non ci fosse stata la guerra partigiana di Liberazione, l’Italia forse oggi non sarebbe una repubblica democratica e, soprattutto non avrebbe una Costituzione che molti considerano la più bella, democratica, pluralista del mondo. Una Costituzione scritta anche con il sangue di quei giovani massacrati in Maremma nei giorni del febbraio del 1944. Quei giovani, in un momento cruciale della storia del nostro Paese, fecero una scelta fondamentale, ben consapevoli dei rischi che correvano. Rifiutarono – nonostante il ricatto dei bandi repubblichini – la chiamata alle armi della Repubblica di Salò, vassalla e serva dei nazisti, rifiutarono di sostenere la continuità del fascismo, un regime criminale e razzista, cialtrone e corrotto, che aveva condotto il paese in una guerra disastrosa e drammatica, consegnandolo infine nelle mani dei tedeschi. Come giustamente ha scritto Chioccon, «Resistere significò saper dire di no [… La resistenza] è stata odio della guerra, guerra contro la guerra, rifiuto della guerra fascista; la resistenza fu volontà di ritorno agli affetti, alla casa natale, agli studi, al lavoro, alla pace; e poiché c’era l’aguzzino che voleva impedire tutto ciò, si impose la strada dei boschi, la lotta per non essere coinvolti nell’ultima rovina della patria. Ritrovare le verità buone della vita al di là della menzogna, questo è il senso della resistenza; vedere che bisogna finirla con la guerra tirannica e infame, e bisogna assumersi in questo senso tutte le responsabilità.»22 I partigiani lottavano per un futuro che apriva orizzonti di democrazia. Forse non lo sapevano, non ne avevano sicura consapevolezza. Certamente sapevano che le truppe alleate
22 Francesco Chioccon, 14 ottobre 1967.
risalivano la penisola e che l’Armata Rossa, rotto l’assedio di Stalingrado, aveva iniziato la sua travolgente controffensiva. Dal fascismo si poteva uscire, altri modelli di società andavano sperimentati e per questi valeva la pena di lottare e combattere. La Resistenza «fu un glorioso, immenso sogno di pace»23. Silvano Benedici, Pio Fidanzi, Otello Gattoli, Salvatore Mancuso e Remo Meoni sono morti inseguendo questo sogno. Ma il fascismo non è morto e la lotta antifascista torna ad essere una necessità drammaticamente attuale. E questo è il significato più profondo della nostra presenza come ANPI qui oggi, per partecipare non solo ad una commemorazione necessaria, ma anche e soprattutto per ribadire l’attualità dell’antifascismo, che oggi assume forme nuove e inedite come il sovranismo e cresce, anche nei consensi elettorali, sfruttando l’ignoranza, la paura e il razzismo. Viva la Costituzione, viva la Resistenza.
23 E. BALDUCCI, Quei miei compagni di scuola, «L’Unità», 20 giugno 1984. cit.