COMMEMORAZIONE LIBERAZIONE DI FOLLONICA

DISCORSO DI COMMEMORAZIONE DELLA LIBERAZIONE DI FOLLONICA, 22 GIUGNO 2019
Beppe Corlito, presidenza provinciale ANPI

Cittadine e cittadini, compagne e compagni dell’ANPI, assessore,
è per me un onore essere chiamato a tenere l’orazione ufficiale per il 75° anniversario della Liberazione di Follonica, avvenuta il 24 giugno del 1944. Mi fa piacere che siate così numerosi, come è stato il 14 giugno per la commemorazione della Liberazione di Grosseto. Quest’anno per esplicita volontà della Presidenza provinciale dell’ANPI, che si è data un piano di lavoro annuale, si sono tenute numerose commemorazioni in tutta la provincia, perché ogni comunità ha bisogno di riconoscersi nei suoi riti e nelle sue tradizioni per essere una comunità. Non aspettatevi da me alcuna celebrazione retorica, farò una ricostruzione dei fatti per la memoria attiva, perché il ricordo del passato è linfa vitale del presente e del futuro. Ricordare il passato e i suoi errori, come la feroce dittatura fascista, serve ad impedire che essi si ripetano oggi e in futuro. Ho utilizzato per la ricostruzione dei fatti due testimonianze oculari, due memorie partigiane, quella di Ugo Pelagagge (Per memoria non per nostalgia, 2011) e quella di Michele Marrini, nome di battaglia Zimichè (La mia vita di cittadino e partigiano nella banda di Scarlino, 2016). Ne ho tratto la conferma che la Liberazione di Follonica è un esempio della Resistenza e della Liberazione del nostro paese come la convergenza di un ampio fronte delle formazioni partigiane, dell’esercito alleato e della popolazione civile. Diedero un contributo anche gli sbandati dell’esercito tedesco. Ad esempio Pelagagge ricorda un’azione (lo scontro del Martellino), a cui parteciparono anche 28 russi reclutati, verosimilmente in maniera forzosa nell’esercito tedesco, che si arresero ai partigiani e chiesero di poter continuare a combattere insieme a loro. Ci fu un comprensibile momento di difficoltà iniziale, perché quei russi non volevano consegnare le armi, poi fu trovato un accordo. Pelagagge scrive: “senza quei russi non ce l’avremmo mai fatta, nello scontro uno di loro rimase ferito a una gamba” (p. 124).
Dunque siamo nel giugno del 1944, un mese denso di avvenimenti, perché l’esercito tedesco dopo la battaglia di Montecassino e lo sfondamento della linea Gustav (maggio 1944) si sta ritirando verso Nord per attestarsi sulla linea gotica: la Toscana rimane divisa. Gran parte della regione viene liberato entro l’estate 1944, mentre la parte nord appenninica dovrà aspettare l’anno seguente. La nostra provincia ha avuto una Resistenza “breve” di soli 10 mesi dall’8 settembre 1943 al giugno 1944. Il Nord della penisola dovrà aspettare il 25 aprile 1945. Furono dieci mesi lunghi e costellati di eccidi di vittime militari e civili, di rastrellamenti e di stragi come quella di Niccioleta, appena ricordata dall’assessore Ricciuti nel suo saluto. La Resistenza “breve” fu carica di conseguenze, forse non sufficiente a radicare più profondamente i valori dell’antifascismo nelle nostre popolazioni, come oggi sarebbe necessario. Mi riferisco soprattutto alla città di Grosseto, la cui liberazione ha caratteristiche specifiche.
L’esercito americano con la V armata al comando del generale Clark inseguiva l’esercito tedesco nella sua ritirata “aggressiva” come venne chiamata da Kesserling. Gli americani avevano fatto campo al Casone, dove per tutta la giornata del 23 giugno furono scaricati mezzi blindati, ma lo scontro per entrare in città fu sostenuto dai partigiani, che avevano un loro deposito presso il Castello di Valli a nord della città. Da quanto ricordano Pelagagge (p. 122) e Marrini (p. 158) furono riunite sotto la bandiere della III Brigata Garibaldi, quindi di ispirazione comunista, 120 partigiani, provenienti dalle bande di Valli, di Scarlino, di Gavorrano, ma c’erano anche gli uomini di Don Ugo Santi, un sacerdote, a conferma dell’ampio fronte di cui ho detto. Si formò una prima colonna comandata dal tenente Fabbrini, che entrò dalle baracche del quartiere Senzuno, e una seconda colonna, comandata dal tenente Pilade Rotella, avanzò per eliminare una postazione di mitragliera al Bivio Bicocchi, che dava del filo da torcere. Era un gruppo di Waffen-SS, che proteggeva la ritirata dell’esercito tedesco lungo l’Aurelia. L’occupazione di Follonica fu tenuta con forza per questa ragione, mentre la città era deserta perché la popolazione era sfollata per sfuggire i bombardamenti tesi a distruggere l’apparato industriale di cui la città era sede.
Ci sono cinque blindati americani, ma l’attacco è sostenuto dei partigiani, come accadde spesso, perché gli americani tendevano a ridurre le proprie perdite umane, anche se il loro tributo alla Liberazione del nostro paese fu elevato. Basta guardare le croci dei loro cimiteri di guerra. Scrive Marrini: “sotto il fuoco incrociato, i partigiani attaccarono le prime postazioni, le pallottole fischiavano intorno a noi” (p. 158). C’era anche una ragione militare: la mitragliera delle SS difendeva il ponte e si voleva evitare che un bombardamento distruggesse questa via d’accesso e ritardasse l’avanzata dell’esercito alleato. Inoltre si voleva evitare l’ennesimo bombardamento della città. Nel tentativo di annientare la postazione con le bombe a mano muore Virio Ranieri, il partigiano intestatario della nostra sezione di Follonica. Rio Colombini, un civile follonichese, sfollato che fa da staffetta agli americani e che li ha guidati fin lì, parla con alcuni partigiani su come risolvere la situazione senza che il ponte venga cannoneggiato. Viene trovato un cacciatore, di cui non ho reperito il nome, con il fucile caricato a palle da cinghiale. Mentre il mitragliere tedesco, unico superstite del presidio delle SS, sta ricaricando, il cacciatore lo centra. I partigiani e i soldati americani possono entrare nell’abitato. Scrive Marrini: “La battaglia durò [dall’alba del 24.6.1944] fino alle dieci del mattino, i tedeschi, prima arretrarono nella pineta lungo il mare, poi infine alzarono bandiera bianca” (p. 158). Follonica fu liberata strada per strada, catturando tedeschi e repubblichini sbandati. Nel pomeriggio del 24 Follonica era libera. I partigiani avevano liberato la città evitandone il bombardamento. La sera di quella giornata gloriosa, rientrati al campo del Casone i partigiani restituirono le armi, le bande furono sciolte. Il loro ruolo era finito. Continua Marrini: “Molti avevano paura, tra cui il governo americano, a lasciare i partigiani armati per non correre il rischio che si approfittasse di loro per fare la rivoluzione socialista” (p. 159).
Troviamo in questa ricostruzione dei fatti tutti i passaggi della guerra di Liberazione indicati dallo storico Claudio Pavone, partigiano combattente, nel libro Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (1991), che voleva spostare il focus storiografico da politico, in cui solo le linee dei partiti sono agenti della storia, a “morale”, cioè analizzando i soggetti operanti attraverso le loro motivazioni, aspirazioni, illusioni e speranze. Il titolo del libro sembra essere redazionale, ma sicuramente Pavone nell’indicazione che la guerra di Liberazione contenesse al suo interno tre guerre voleva sottrarre alla tesi nostalgica dei fascisti l’idea della guerra civile come un disvalore, una guerra fratricida. Egli scrive che ci fu la guerra “patriottica”, cioè tesa a liberare l’Italia dall’esercito invasore, in cui gli invasori non erano solo i tedeschi, ma anche gli anglo-americani; ma ci fu anche una guerra civile, combattuta tra italiani, i fascisti e gli antifascisti. Fino alla tesi di Pavone le sinistre democratiche italiane avevano respinto l’accusa dei fascisti, dicendo che essi erano stranieri nella loro stessa patria, dato che combattevano a fianco dell’invasore tedesco e Mussolini scappò vestito da soldato tedesco. Inoltre Pavone colloca la guerra civile italiana nell’ambito di una “grande guerra civile europea”. Mentre nel confino di Ventotene Altiero Spinelli e gli altri partorivano l’idea ancora attuale degli Stati Uniti d’Europa, sui campi di battaglia di tutta Europa si combatteva non contro uno “straniero”, ma un nemico con una diversa ideologia politica, i nazisti e i fascisti. Non è casuale che dalle macerie della guerra nasca l’idea dell’Europa unita. Possiamo dire tutto quanto vogliamo contro l’Europa, l’attuale modestissima versione di quel grande ideale, ma non possiamo negare che la costruzione dell’unità europea ci ha consegnato per la prima volta dopo secoli oltre 70 anni di pace. La terza guerra per Pavone è la guerra di classe, considerata un aspetto della guerra civile perché contrapponeva le classi, in cui è diviso il “popolo” italiano allora come ora. La concezione classista della guerra civile, secondo Pavone, è il modo in cui la parte comunista della Resistenza visse la lotta al fascismo, considerata lotta del proletariato contro il padronato. Nell’ampio fronte antifascista c’era chi sperava che la Resistenza aprisse la strada per la rivoluzione socialista, ma c’è anche chi, pur combattendo contro il fascismo, non aveva lo stesso obbiettivo. È ciò a cui fa riferimento Marrini. La divisione tra fascisti e antifascisti esisteva ed era profonda, dato che continua a esistere fino ad oggi a distanza di 75 anni dai fatti. Come dice il compagno partigiano Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’ANPI, gli italiani non hanno fatto mai i conti fino in fondo con il fascismo, che è una nostra “invenzione”, antecedente al nazismo purtroppo. Nella commemorazione dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema mi ha colpito un episodio lo scorso anno: un insegnante tedesco, figlio di uno dei soldati che misero in atto quella strage, viene tutti gli anni per l’anniversario, ha preso le distanze dal padre fino a cambiare il cognome. Si è meravigliato che sul Monte Sagro un insegnante italiano abbia fatto sventolare la bandiera della Repubblica di Salò. In Germania la legge vieta a chi aderisce ancora all’ideologia nazista di occupare un posto pubblico, di insegnare. Ecco la Germania, che pure ha i suoi problemi ancora aperti, ha provato meglio di noi a fare i conti con il proprio passato.
Pavone introduce anche un’altra distinzione tra la Resistenza armata e la Resistenza civile, quella che abbiamo vista in azione anche nella Liberazione di Follonica (ad esempio nell’episodio dello sfollato Colombini che faceva da staffetta ai partigiani, e in quello del cacciatore che centrò la SS alla mitragliera del Bivio Bicocchi). Le bande partigiane non sarebbero sopravvissute senza l’aiuto concreto della popolazione civile, che forniva supporto, informazioni, cibo e alloggio. Senza questo, che fa della Resistenza un movimento di massa, a differenza di altri paesi, ad esempio la Germania, il nostro paese non avrebbe riconquistato la propria indipendenza e libertà. Non gli toccò la sventura di essere diviso come la Germania. Questo dobbiamo ricordare anche ai nostalgici del fascismo: chi ha realmente difeso a costo della stessa vita gli interessi nazionali, o con un termine un po’ retorico la “patria”, furono i partigiani. Non per caso la rivista nazionale dell’ANPI si intitola Patria indipendente. In questo senso il termine “guerra civile”, intesa, come sostiene Franco Venturi, storico e antifascista, militante di “Giustizia ne Libertà”, è la sola guerra che implica lo scegliere drasticamente da che parte stare, cioè si pone come una vera scelta etica e dal punto di vista di Pavone serve soprattutto ad accentuare il valore morale della scelta antifascista, a sottolineare l’importanza di quella lotta e della posta in gioco per il futuro dell’Italia.
Arrivando alla conclusione di questo discorso, ritornando circolarmente all’inizio, voglio trarre alcune conclusioni utili per la nostra scelta antifascista del presente, altrimenti il discorso della memoria attiva rimane solo una vuota petizione retorica.
In primo luogo l’unità democratica e antifascista, che abbiamo visto in azione nella Liberazione di Follonica, è il fondamento della nostra Repubblica democratica e antifascista, intesa come una “nuova Patria” in discontinuità con quella risorgimentale per la partecipazione inedita delle classi subalterne. La costruzione di questa unità è ancora oggila parola d’ordine dell’ANPI. È la ragione profonda dell’incontro del 30 marzo scorso, che abbiamo chiamato un po’ in maniera altisonante gli “Stati Generali dell’Antifascismo Maremmano”, allo scopo di attrarre l’attenzione di tutti gli antifascisti sulla necessità di superare le divisioni e di cercare attivamente un terreno unitario. Ovviamente eravamo consapevoli che gli Stati Generali, da cui prende le mosse la rivoluzione francese, furono evento di gran lunga più significativo della nostra modesta assise, ma quei valori di libertà, uguaglianza e fraternità, nel senso della solidarietà, del 1789 attendono ancora di essere realizzati e l’epoca moderna che prende le mosse da quegli avvenimenti non potrà dirsi conclusa finché essi non saranno raggiunti e il modo di produzione fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non sarà superato. In questo senso tutte le ciance fatte sulla fine della distinzione tra destra e sinistra, che prende le mosse da allora, è ancora attuale, tra chi si riconosce in quei valori e chi è contrario. La Costituzione nasce dall’unità della Resistenza: quel processo storico portò a trovare l’unità dei costituenti, che stesero quel documento ancora attualissimo, non si può comprendere se non si prende atto di quel movimento unitario. La nostra Carta Costituzionale, che ha resistito a tutte le false riforme degli ultimi venti anni, ha tre valori non negoziabili: la forma repubblicana (art. 139, non a caso posto dopo l’art. 138, che norma di percorsi di modifica del testo costituzionale); il valore dell’antifascismo che informa tutto l’articolato del testo e sta nella XII disposizione finale (non transitoria, si badi bene), che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma il disciolto partito fascista. La natura democratica della nostra Repubblica è sancita non casualmente nel primo articolo dei principi della Costituzione ed è fondata sul lavoro.
In secondo luogo nella costruzione dell’ampio fronte antifascista, di cui la liberazione di Follonica è un piccolo, ma significativo esempio, non possiamo pensare di introdurre al suo interno una discriminante schiettamente ideologica come quella anticapitalista. Fanno parte di quel fronte anche i democratici, che pensano non sia necessario rovesciare il capitalismo. Con questo non voglio negare che il fascismo abbia un’origine di classe: è dimostrato il ruolo dei grandi agrari ad esempio nell’avvento del fascismo. Ma farne una discriminante è un errore di massimalismo. Antifascismo e anticapitalismo non coincidono politicamente e neppure storicamente: nella stessa Resistenza coloro che sostenevano il passaggio dalla guerra di liberazione a quella per la rivoluzione socialista, pensavano ad un passaggio di fase, appunto; anche dal punto di vista degli stessi teorici del movimento comunista la lotta per la difesa della democrazia, per l’allargamento degli spazi democratici e il passaggio alla rivoluzione sociale sono due fasi legate tra loro, ma distinte.
Infine il valore politico e morale della scelta antifascista di cui parla Pavone oggi come allora implica alcune conseguenze (o per meglio dire premesse) anch’esse contenute nella Costituzione e nelle leggi attuative (ad esempio la legge Mancino). L’essere antifascisti comporta l’essere contro il razzismo e contro il nazionalismo esattamente perché il razzismo e il nazionalismo storicamente furono le premesse dell’avvento del fascismo e del nazismo e potrebbero essere oggi le premesse di una svolta autoritaria: ricordiamo la persecuzioni degli ebrei, l’odio antislavo del fascismo, che risale ai primi anni Venti quindi ben prima delle leggi razziali del 1938. È una manipolazione della storia dire che Mussolini e Vittorio Emanuele III promulgarono le leggi razziali solo ad imitazione di Hitler: Mussolini aveva già anni prima detto che 50.000 italiani valevano di più di 500.000 slavi, avviando la feroce campagna di italianizzazione forzata dell’Istria, e andò proprio a Trieste per annunciare la promulgazione delle leggi razziali. Devo ricordare l’art. della Costituzione, che recepisce i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e l’art. 3 che garantisce l’eguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza ecc. Dobbiamo ricordare ancora a chi chiede di respingere o di affondare i barconi dei migranti o ci trascina il ridicole dimostrazioni muscolari con i porti chiusi, quando i migranti continuano a sbarcare clandestinamente, che l’art. 10 prevede il diritto d’asilo per lo straniero che nel suo paese non può godere delle libertà democratiche di cui godono i cittadini italiani in nome di un decretino (il n. 2), che secondo me è anticostituzionale. L’ANPI per definizione non ha governi amici o nemici, ma giudica i governi da quello che fanno. Il pericolo enorme dei provvedimenti anche recenti del governo verde giallo, cioè egemonizzato dal suo ministro di polizia, sta producendo a livello di massa, dentro il corpo elettorale, lo sdoganamento del fascismo, del razzismo e del nazionalismo. Occorre dire chiaramente che il populismo e il sovranismo e le loro scelte politiche stanno minando gli stessi valori fondanti della nostra Repubblica.
Vi auguro un buon anniversario della Liberazione di Follonica, ricordando con Piero Calamadrei, partigiano, giurista e costituente “ Ora e sempre Resistenza”.