Saluti alla cerimonia per la commemorazione della Liberazione di Grosseto 14.6.2019

Beppe Corlito

Benvenuto a tutti i presenti. Come sezione ANPI di Grosseto siamo molto contenti della vostra presenza così numerosa questa sera. E’ il frutto prodotto dall’unità raggiunta per questa commemorazione, per quanto non sia stata facile da realizzare. Come vedete dall’invito e dalle locandine affisse in città le istituzioni e le associazioni, che hanno proposto l’evento sono, oltre l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, sia il Comitato Provinciale “Norma Parenti” che la sezione di città “Elvio Palazzoli, la Prefettura, l’ISGREC, il Comune, la Provincia, l’Associazione Archeologica Maremmana. Ritengo necessaria soprattutto in questo momento storico la massima unità democratica ed antifascista e che le istituzioni della Repubblica – come dice il presidente emerito dell’ANPI, il partigiano Carlo Smuraglia – “mostrino il loro volto antifascista” secondo il dettato della Carta Costituzionale. Era previsto che tutti i rappresentanti degli enti organizzatori intervenissero questa sera, mi rammarico che siano assenti a questo tavolo i rappresentanti del Consiglio Comunale e di quello Provinciale, i quali mi dicono essere impegnati in altre manifestazioni. Ringrazio per la loro presenza il Prefetto Vicario, dr. Alessandro Tortorella, il Vice Questore, dr. Mauro Mancini Proietti, l’Arma dei Carabinieri, i gruppi consiliari, che hanno deciso di essere presenti e le famiglie dei caduti, che sono in sala, la famiglia Palazzoli e la famiglia Falciani a cui daremo la tessera “ad honorem” ai sensi dello statuto dell’ANPI. Sono presenti anche il Presidente Provinciale dell’ANPI, Flavio Agresti, e il Presidente Onorario, la staffetta partigiana, Nello Bracalari.
Ricapitolo brevemente i fatti, luttuosi e gloriosi insieme, che portarono alla Liberazione della nostra città dal fascismo e dal nazismo, per trarne alcuni elementi di riflessione storicamente fondati. Dei fatti darà conto in dettaglio l’intervento della Coordinatrice dell’ISGREC, Prof. Luciana Rocchi.
Il 14 giugno 1944 le autorità fasciste fuggirono precipitosamente dalla città di Grosseto, abbandonandola al proprio destino, mentre l’esercito nazista si stava ritirando, incalzato dagli alleati, facendo terra bruciata e seminando morti dove passava. Non era la prima volta che i fascisti si davano alla fuga: in occasione del bombardamento del 26 aprile del 1943 fecero la stessa cosa, non facendo scattare l’allarme antiaereo, elemento determinante della strage di civili del giorno di Pasquetta. La sera del 14 giugno il gruppo dei partigiani interni alla città della formazione “Alunno”, intitolata a uno dei combattenti della Guerra Civile Spagnola, occuparono i palazzi strategici e predisposero la difesa della città dai nazisti. Nello scontro armato che ne seguì a Porta Vecchia il 15 giugno, caddero quattro partigiani e due patrioti, Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Luigi Falciani, Elvio Palazzoli, Agostino Sargenti, Giuseppe Cennini, che la lapide apposta dalla sezione ANPI e dal Comune ricorda, ad estrema difesa della città liberata dai fascisti. La sera di quella giornata elessero il consiglio comunale, fondando le istituzioni democratiche, cancellate dalla dittatura fascista. A cose fatte – come in molte città e paesi toscani – arrivarono le truppe alleate e accettarono la rappresentanza così costituita.
La prima riflessione è che le istituzioni democratiche cittadine portano questo marchio antifascista indelebile e si fondano su quel sangue partigiano versato a Porta Vecchia e questo hanno il dovere di ricordare tutti coloro che in passato, oggi e in futuro sono e saranno chiamati dalla volontà popolare liberamente espressa a servire le istituzioni democratiche.
La seconda riflessione è che per la stessa ragione occorre commemorare quegli avvenimenti ogni anno come abbiamo fatto fin da quando nel 2013 abbiamo fondato la sezione ANPI di Grosseto. La nostra sezione ha scelto come dedicatorio proprio uno dei caduti di Porta Vecchia, il giovane Elvio Palazzoli, che pur non avendo alcun dovere – se non quello morale – la notte del 14 giugno 1944 rispose alla chiamata dei partigiani, giurò di difendere la città e tenne fede al suo giuramento a prezzo della vita. Egli fu catturato dai tedeschi sulle mura, fu ucciso e fu scaraventato di sotto, a testimonianza della ferocia e del disprezzo di ogni valore umano dell’esercito occupante.
La memoria umana – come ha scritto Primo Levi – è fallace, tende a rimuovere soprattutto i ricordi più dolorosi, è soggetta ad essere manipolata come accade soprattutto oggi in cui ha preso campo il revisionismo e il negazionismo. Proprio per questo essa ha bisogno di essere rinverdita e rinnovata costantemente. Questo è il valore della memoria attiva, del passato che è linfa vitale del presente e del futuro. Inoltre ogni comunità ha bisogno dei propri riti e delle proprie tradizioni per poter riconoscere se stessa e farne fondamento della comune convivenza civile.
Alla luce di queste riflessioni questa sera renderemo omaggio oltre che alla lapide dei caduti di Porta Vecchia anche alla lapide, affissa alle mura della città in Piazza De Maria dal Comitato Giovanile Antifascista nel 1993, in ricordo di quelle vittime. Vogliamo sottrarre la loro memoria alle strumentalizzazioni politiche anche recenti di cui è stata oggetto, perché gli accadimenti storici possono essere interpretati, ma non sovvertiti: il bombardamento fu americano, la scelta dell’obbiettivo civile non fu casuale e le autorità fasciste erano fuggite. Giustamente quel gruppo di giovani nel 1993 scrisse nel marmo che gli stati possono vincere le guerre, ma i popoli ne escono sempre perdenti.

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PREFETTURA DI GROSSETO

ALESSANDRO TORTORELLA

Ringraziando l’ANPI per l’invito, le autorità, i relatori ed i cittadini presenti, porto il saluto del Prefetto Cinzia Torraco che, per un contrattempo istituzionale improvviso, non è potuto intervenire a questa cerimonia; ed il mio personale, come Vicario del Prefetto di Grosseto, da circa un anno in servizio in terra di Maremma.
Ricordare nell’intervento i particolari che hanno caratterizzato la Liberazione di Grosseto, sarebbe una parziale rilettura di eventi approfonditi dagli illustri relatori presenti. Peraltro molti presenti conoscono bene gli accadimenti grossetani perché vissuti direttamente o attraverso racconti di familiari o, magari, perché riconducono alla memoria giovanile la perdita di un parente in quel periodo. O anche per interesse alla ricerca e documentazione storica.
Ogni città d’Italia ha vissuto, con peculiarità ed in giorni differenti, tra il ’44 e il ‘45, la Giornata della Liberazione: il suo 25 aprile. Oggi ricordiamo la Liberazione di Grosseto del giugno ‘44: il 25 aprile maremmano.
Come ricordano le cronache del tempo, con appello radio l’avvocato scansanese Amato Mati, a Natale del ’44 esortava i maremmani ad alzare la testa con coraggio ed amor proprio, dopo la Liberazione dalla dittatura e dalla barbarie della guerra, ricordando che “Il maremmano sa volere, è forte, è lavoratore accanito…”. Nel ’45 sarebbe diventato Prefetto di Grosseto, come lui stesso disse: “alla guida, e non al comando della provincia”. A conferma che anche il ruolo del Prefetto, in quegli anni difficilissimi e tormentati, ebbe alterne e complesse vicende.
Giornate ricordate ovunque nel Paese, come quelle in cui le truppe naziste lasciarono il territorio e gli italiani, i grossetani, si liberarono dal nazifascismo. Iniziando a ricreare uno Stato democratico, senza dittatori nè monarchia, ripudiata con referendum.
C’è chi parla del Giorno della Liberazione come di una ricorrenza stanca ed invecchiata. Non è così; questa festa è più viva che mai ed è di tutti gli italiani liberi. Oggi festeggiamo, ancora una volta, la riconquista della libertà: il dono più prezioso per ogni essere umano. C’è gioia, ma anche commozione, perché il nostro pensiero va ai tanti che, per farci questo dono hanno perso la vita, sono stati uccisi, torturati o internati nei campi di sterminio. Ed erano spesso giovani.
Gli oltre 600mila militari italiani finiti nei campi di prigionia tedeschi rappresentano una parte di queste memorie. Insieme a loro, furono rinchiusi nei lager ebrei, diversamente abili, omosessuali, zingari, politici. Tutti coloro che rappresentavano i “diversi” e perciò erano considerati “meritevoli” di essere banditi dalla società.
La Resistenza fu un moto popolare e unitario, per restituire dignità all’Italia intera. Dal giorno della Liberazione donne, uomini e ragazzi hanno continuato a credere nei valori unitari di libertà. “Mai più il fascismo”- “Mai più guerre”: questa l’invocazione dell’Italia libera, subito dopo la Liberazione.
Ci piace immaginare che questo monito pulsasse nei cuori e nelle menti illuminate dei Padri Costituenti, mentre vergavano un manifesto di libertà e democrazia, più attuale che mai: la nostra Carta. Oggi, insieme alla Liberazione, è bene ricordare alcuni valori della Costituzione: il ripudio della guerra, l’uguaglianza, la giustizia sociale.
Ma può essere anche l’occasione per riflettere e chiederci da che cosa ci siamo liberati: da una concezione del potere basata su violenze, idee di superiorità razziale, espansionismo aggressivo. Ci siamo liberati dall’esclusione della donna dal lavoro, dalla società e dalla politica. E abbiamo accolto e condiviso altri valori: quelli di una società pluralista, dei diritti individuali e collettivi, della cittadinanza attiva. Quelli del ripudio della guerra e della ricerca della pace tra i popoli. Quelli della liberazione delle donne e dell’uguaglianza di genere. Sono i nostri valori: i valori della Repubblica Italiana. Non commettiamo l’errore storico di considerarli acquisiti per sempre: sono valori continuamente minacciati da chi approfitta a volte dello smarrimento di ragazze e ragazzi, ai quali si cerca di sottrarre la fiducia nel futuro.
Serve allora un serio ed equilibrato confronto culturale, di idee, di valori.
Parliamone, soprattutto con i ragazzi, nel modo più semplice e chiaro possibile; con l’esempio quotidiano e la bellezza di quei valori che ci vedono insieme oggi. Il germe dell’autoritarismo è sempre pronto a diffondersi, soprattutto in tempi di crisi economica.
Sia chiaro l’obiettivo strategico, della ricerca di serena condivisione e confronto.
Oggi è una giornata di ricordo. La memoria dell’umanità è più forte e resiste nel tempo, nella storia.
L’ANPI ne è la sensibile e pulsante testimonianza, per quello che ha significato nella storia e per il ruolo che continua a svolgere, innegabile custode della memoria e dei giusti valori di libertà e democrazia.
E’ anche questo un modo per dare un senso profondo a questa giornata. Per rendere onore a coloro che non ci sono più, ma di cui manteniamo la memoria. Grazie ai suoi 1.302 partigiani, 1.568 patrioti, 166 caduti per la guerra di Liberazione, 154 morti in combattimento, ai tanti dispersi e ad un numero imprecisato di feriti. Senza trascurare i tantissimi che hanno sofferto. Grosseto ha subìto 19 bombardamenti aerei, ma quello di Pasquetta del ’43 è ricordato per la strage di 134 grossetani, tra cui decine di bambini uccisi mentre erano al Luna Park. Solo in quel giorno, sulla città vennero sganciate quasi 2.500 bombe. E’ anche in loro onore che si celebra il “Giorno della Liberazione di Grosseto”.
Il nostro Paese ha tratto insegnamento dagli errori e dagli orrori del passato e, da questi, ha costruito la sua identità sui valori di dignità umana, libertà, democrazia e uguaglianza: gli stessi valori sui quali è nata e si è rafforzata l’Unione Europea. Chiamata oggi a rispondere in modo maturo, consapevole e condiviso alle complessità internazionali.
Le cerimonie non servono solo a ricordare accadimenti del passato; servono soprattutto a conferire energia, fiducia necessaria per affrontare sfide attuali e future, in un mondo profondamente diverso da quel 25 aprile maremmano.
Dobbiamo avere presente alle nostre coscienze civili che molti italiani -anche illustri e spesso giovani- sono dovuti fuggire dal nostro Paese per salvare la propria vita, in attesa “del 25 aprile”. Così, oggi, ci sono giovani che sfidano regimi dittatoriali in diverse parti del mondo rischiando la vita, in attesa “del loro 25 aprile”.
E’ una fotografia di questo momento storico, che dobbiamo riconoscere come italiani e, soprattutto, come europei. E l’Europa, l’Italia, non possono rimanere a guardare.
Confidiamo in un futuro migliore: ci sarà, se lo vogliamo -se lo vorrete- e se ci impegneremo per raggiungerlo, con energie sane. Non è mai la sopraffazione, la strada che porta alla libertà!
Chi rappresenta le Istituzioni deve imprimere una forte spinta alla “coesione sociale” e alla “tenuta della democrazia”. Percepire “lo Stato, come sintesi di valori”: questo ci chiede la gente; e questo dobbiamo impegnarci a fare. Con il supporto di tutti i cittadini, ciascuno con consapevole maturità ed impegno. Artefici del nostro futuro, capaci di trasmettere valori positivi alle nuove generazioni.
“Il maremmano sa volere, è forte, è lavoratore accanito…” diceva il Prefetto Mati.
Se saremo capaci di condividere tutto questo allora, oggi, sarà un “buon 25 aprile maremmano” per tutti noi; grazie.