una politica che sia ispirata da un pensiero umanistico forte e nuovo ———

La modernità sviluppista, modellata dal positivismo (torsione capitalistica dell’illuminismo), è finita a causa di un intreccio di elementi oggettivi e soggettivi. Quelli oggettivi sono l’inquinamento, l’esaurimento tendenziale delle materie prime, le crescenti diseguaglianze sociali. Le soggettive sono un cambiamento di sensibilità e di mentalità, di costume, a livello sia individuale sia collettivo. Tra loro c’è una forte dialettica: senza l’uno non ci sarebbe l’altro; entrambi si alimentano e modificano vicendevolmente.
Tanto che si impone la domanda: con il modo post-sviluppista di vedere la vita, in via di radicamento nella Comunità, siamo sicuri che i nostri giovani (i cui atteggiamenti sono sempre stati la spia dei mutamenti in corso) anelino ad un lavoro fisso, comunque alienato, sempre lo stesso fino alla pensione: cioè un’esistenza pianificata in partenza e modellata dalla dinamiche della produzione materiale? O piuttosto non tendano a decidere autonomamente la propria esistenza, riservando all’attività lavorativa uno spazio puramente strumentale di acquisizione di un reddito sia pur minimo, per viverla in maniera più creativa e libera? E ancora: non sarà per questo che in maggioranza essi voltano le spalle ad una sinistra per tanti aspetti tuttora calata nello sviluppismo, cioè vecchia, che rivendica la “crescita” quando occorrerebbe invece equità nella distribuzione della ricchezza; una sinistra che, a torto o a ragione, vede nel lavoro (quello tradizionale e sempre meno disponibile, in mancanza di una sua riconfigurazione) il mezzo per la piena realizzazione della persona umana?
Naturalmente non tutti i ragazzi la pensano così: basti pensare ai tantissimi scolarizzati che si accollano i sacrifici dell’espatrio per lavorare o ai sottoccupati e disoccupati che inutilmente si affannano alla ricerca di una occupazione. Ma è verosimile che siano in aumento coloro i quali rifiutano un rapporto di lavoro totalizzante, peggio se in mansioni dequalificate e con scarso futuro. Altrimenti negheremmo la profondità dei cambiamenti che si sono prodotti nella struttura economico-sociale e nel senso comune dall’industrializzazione in poi.
Se fondato, questo ragionamento pone più di un problema. Mi limito a questo: il mondo di domani non potrà né dovrà essere improvvisato e precario, retto da forme più indirette e subdole di sfruttamento. Per cui si dovranno individuare le nuove caratteristiche dell’attività lavorativa (maggiore sapere, più creatività e, grazie alle nuove tecnologie, meno tempo di lavoro, a parità di salario, per conseguire la massima occupazione); quindi, chi vuole scelga liberamente la flessibilità, che dovrà essere resa disponibile, con tutte le garanzie sociali, all’interno di una strategia economico-sociale più lungimirante, affrancata dalla dittatura del denaro e dal massimo profitto immediato. E che sia fortemente unificante, in quanto centrata su una nuova idea di progresso che, portando più cultura nell’economia, ponga il soddisfacimento dei bisogni vecchi e nuovi delle persone al centro del ciclo produttivo, come leve della sua necessaria rigenerazione, perseguendo stili di vita ecologicamente più responsabili. Cosa e come produrre, insomma. Costruire auto che si guidano da sé, nel momento in cui l’alterazione della biosfera ci obbliga prioritariamente a liberarci dei combustibili fossili, dimostra, con la stupidità di una industria che rincorre il superfluo, col miraggio dei soldi al posto della ragione, l’esigenza che la “riforma morale e intellettuale” della società, tornata di grande attualità, non si fermi ai cancelli delle fabbriche, ma in queste trovi uno dei suoi maggiori punti di forza.
Per fare questo ci vuole più, non meno politica. Ma una politica che sia ispirata da un pensiero umanistico forte e nuovo (i tanti discorsi su un post-moderno culturalmente disimpegnato si dimostrano una sciocchezza funzionale al sistema in essere del potere). Ci vuole una rete diffusa di corpi intermedi vivi, sensibili e dinamici che incanalino le domande sociali. Ci vuole più democrazia. Invece dell’uomo solo al comando. Tutte condizioni per l’avvento di una modernità più evoluta, proiettata nel Terzo Millennio.

 

Flavio Agresti.

3 maggio 2018.