intervento unitario di Claudio Renzetti a nome di cgil cisl uil – 25 aprile 2018

Intervengo in rappresentanza di CGIL CISL e UIL

Nei 10 lunghissimi anni di crisi da cui ancora non siamo definitivamente usciti, in provincia di Grosseto sono state perdute 10.000 unità lavoro.

E al netto di pur significative eccezioni, il lavoro che è rimasto è complessivamente più povero, precario e con meno diritti.

Ma non c’è soltanto l’impoverimento di chi il lavoro lo ha perso definitivamente.

Quando le condizioni di lavoro peggiorano e la disoccupazione torna ad essere un fenomeno di massa. Quando lo spettro della povertà riduce l’accesso ai diritti e il precariato riconsegna i lavoratori all’arbitrio di imprenditori che troppo spesso provano a ri-comportarsi come i padroni negli anni 50,
tutto quello che il mondo del lavoro ha conquistato in decenni di lotte può andare perduto. E anche chi il lavoro l’ha mantenuto, si può trovare in una condizione peggiore. Di povertà relativa.

Ogni volta che pensiamo a tutti quei diritti che oggi consideriamo come naturali e normali ci deve accompagnare il ricordo, la memoria dell’asprezza del percorso compiuto per ottenerli.

E la crisi sta li a ricordarci che niente è irreversibile e per sempre.

Oggi assistiamo al trionfo degli egoismi: troppe persone si sono chiuse nei propri gusci e pensano solo a sé stesse, dilagano assurde paure culturali, si assiste al predominio dell’IO sul NOI.

Ma come se ne esce?

Per noi se ne esce con un’idea di Paese, di come si può difendere il lavoro buono che c’è e di come se ne crea di nuovo, contrattualizzato e con qualche diritto in più, in grado di riportare un maggior benessere diffuso che siamo certi contribuirebbe anche a ricacciare nelle fogne quei rigurgiti fascisti che si sono riaffacciati anche nel nostro territorio.
Se ne esce abbandonando l’IO e riscoprendo il NOI: quell’agire collettivo che ha consentito alle persone comuni come noi delle generazioni precedenti di lasciarci in dote quel sistema universale di diritti che oggi la nostra generazione rischia di dilapidare.

Se ne esce mettendo al centro il territorio e le persone che lo abitano. La collaborazione tra soggetti istituzionali, quella tra settore pubblico e privato.

Se ne esce battendoci tutti per un clima di coesione sociale, impegnandoci ogni giorno in comportamenti più adeguati a tenere unite le nostre comunità.

Se ne esce ripartendo dai simboli che uniscono. Rivitalizzando in chiave odierna la memoria di quello che è stato il nostro passato, per non ripetere gli stessi errori: ricordare per non dimenticare.

Ho provato a tracciare un perimetro ampio e confederale della nostra idea di società moderna e solidale.
In modo autonomo dai partiti, non ideologico e basandoci sul merito delle singole questioni. Cose di buon senso, crediamo normali.

Che auspicheremmo semplicemente tornassero ad esser patrimonio diffuso ed ampiamente condiviso.

Da questo punto di vista non abbiamo la minima intenzione di imporre o far cambiare idea a nessuno rispetto ai propri convincimenti, nemmeno sulla figura di Giorgio Almirante.

Per me, ad esempio, rimarrà un soggetto corresponsabile dell’uccisione di ragazzi inermi.

Per me, ogni volta che il 13 giugno mi reco a Niccioleta – ma anche il 22 marzo a Maiano Lavacchio – Almirante è il primo nome a venirmi in mente pensando ai responsabili di quelle orribili stragi.

Per me – che da militare ad Udine presi 24 ore di permesso per andare a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, piangendo per la prima volta nella mia vita come una “vite tagliata” – il solo fatto che Berlinguer possa essere in qualche modo accostato ad Almirante rappresenta un insulto intollerabile, peggio di uno sputo.

Per me, pensare al sindaco pro tempore della mia città che vorrebbe «passare alla storia» per aver dedicato una via ad Almirante, e che ha la scrivania accanto alla lavagna dove i due fratelli Matteini – appena massacrati di botte e insultati da parte di grossetanissimi fascisti – scrissero uno struggente e disperato saluto alla madre prima d’esser trucidati, tutto questo è inaccettabile. E sento salire un moto di rabbia e indignazione.

Per me Almirante e questa “piccola storia ignobile” che sono costretto a raccontarvi rappresenta un affronto insopportabile.

Per altri invece Almirante è stato un grande statista, e non ho pretese di provare a convincerli del contrario.

Per altri ancora tutti questi ragionamenti sono orpelli inutili del passato ai quali rimangono indifferenti; e non so se considerare peggiori i primi o i secondi.

Il revisionismo non è mai stato credibile ma è pericoloso, perché non ha bisogno di essere suffragato dai fatti. Per questo credo che il contesto sociale odierno ci imponga di essere particolarmente vigili per impedire lo stravolgimento della storia:

ci sono lutti e dolori che per quanto passino gli anni rimarranno sempre troppo recenti;

c’è un fuoco che cova sotto la cenere che va lasciato li dov’è e senza soffiarci sopra;
ci sono rabbie e risentimenti profondi che covano nella pancia del Paese, e chiunque ha un ruolo di rappresentanza deve comprenderlo e farsene carico in quota parte.

Il tema centrale, anche per Grosseto e chi la rappresenta credo che dovrebbe essere come si crea lavoro buono, come si difende quello buono che c’è. Come si combattono precarietà e illegalità. Come si fa ad avere meno morti sul lavoro, come si combattono le tante ingiustizie sociali.

Come si prova ad uscire da questa crisi con meno diseguaglianze sociali di quando ci siamo entrati, contrastando sperequazioni e disparità.

Per noi di CGIL CISL e UIL non è mai un problema di colore politico, e lo dimostriamo quotidianamente con i fatti: stando al merito delle questioni, valutandole in maniera non ideologica, proponendo ed agendo di conseguenza.

Crediamo che anche l’istituzione comunale del capoluogo dovrebbe fare altrettanto.

Sindaco, basta per favore con i giochi di parole:

riconosciti pubblicamente nei principi antifascisti della nostra Costituzione;
togli di mezzo questa intollerabile provocazione di via Almirante e concentriamoci insieme sul come possiamo fare a portare nella nostra comunità maggiore pace, benessere e prosperità.

Non occorre pensarla allo stesso modo su tutto, basta essere d’accordo sui fondamentali; e poi diciamocelo: la vera conciliazione nazionale la decisero i padri costituenti graziando gente come Almirante e dandogli l’opportunità di emanciparsi e di partecipare alla vita pubblica, in Francia avrebbe avuto ben altro destino.

E senza quei fondamentali in premessa, enunciazioni generiche sull’amore, la commozione e tutto il resto che oramai conosciamo a memoria, da una parte lasciano il tempo che trovano, dall’altra diventa difficile non catalogarli come mero tentativo di revisionismo.
Per trovare il giusto futuro dobbiamo non perdere la memoria del passato, e quelli che sono stati i suoi insegnamenti e i suoi valori. VIVA IL 25 APRILE!