Discorso commemorativo per il “giorno del ricordo” del 2018

Compagne e compagni, cittadine e cittadini,
innanzitutto vi ringrazio di aver risposto così numerosi all’appello della sezione ANPI “Elvio Palazzoli” di Grosseto. Abbiamo pensato ad un gesto simbolico perché la convivenza civile di una comunità necessita anche di simboli, di riti e di tradizioni socialmente partecipate e dunque di una memoria attiva. Siamo qui per “pulire” le pietre di inciampo di tre cittadini grossetani deportati nel campo di sterminio nazista di Mauthausen. Ricordiamoli uno per uno: Albo Bellucci, Italo Ragni, Giuseppe Scoperani. Essi non tornarono a casa, l’unico sopravvissuto fu il loro compagno Tullio Mazzoncini come ricorda il bassorilievo dello scultore Bartolomeo Faccendi, regalato dalla famiglia e affisso alcuni anni fa nell’atrio della casa comunale di Grosseto. Le pietre d’inciampo sono dei blocchetti di pietra con un targa di ottone sopra, che l’artista tedesco Gunter Demnig  dal 1995 a partire da Colonia va collocando in tutta Europa dall’est all’ovest. Ne ha collocate fino ad oggi 56.000, affinché la memoria dell’olocausto degli ebrei e degli oppositori al nazismo ed al fascismo non venga dimenticata. Esse vengono definite “pietre di inciampo” non perché esse materialmente impediscono il passo. Infatti chissà queste tre di Grosseto dal 17 gennaio dello scorso anno, quando furono collocate, da quanti piedi sono state calpestate per cui meritano di essere pulite. Esse sono un inciampo della mente e della memoria, per cui chi si imbatte in esse e si china per leggere e compiere un gesto di deferenza e di ricordo deve riportarle alla luce dal passato e farle diventare pietra di edificazione del presente e del futuro. Le pietre di inciampo vengono incastonate nella pavimentazione stradale, di solito davanti alle case dei deportati nel normale contesto urbano, qui sono state collocate davanti alla casa comunale, non essendo reperibili le antiche case dei nostri tre concittadini. Il sindaco di Grosseto, su nostro invito, ha concesso il permesso per questo gesto simbolico, scusandosi di non poter partecipare perché è fuori Grosseto. La sua segreteria questa mattina ci ha comunicato che non si è trovato alcun sostituto che rappresentasse qui con noi l’amministrazione comunale, tutti gli interpellati avevano altri impegni. Non commento questo fatto perché esso si commenta da solo. Noi non rinunceremo mai a richiamare le istituzioni a manifestare apertamente il proprio volto antifascista dovuto al rispetto della nostra Carta Costituzionale. Le pietre di inciampo sono state qui collocate nell’ambito di un vasto progetto dell’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, che attraverso il suo Presidente ha aderito a questa iniziativa, insieme al Presidente Provinciale dell’ANPI.
Ricordando brevemente i tre nostri cittadini deportati non citerò la loro fede politica: essi erano sicuramente antifascisti, fecero parte delle prime organizzazioni clandestine in pieno regime fascista, quando opporsi poteva costare grandi sofferenze fino appunto al sacrificio della vita. Italo Ragni, dovette emigrare in esilio in Francia molto presto per sottrarsi alla persecuzione fascista e dalla Francia fu deportato a Mauthausen, dove morì. Albo Bellucci e Giuseppe Scopetani facevano parte di quel piccolo nucleo di antifascisti che all’indomani dell’ 8 settembre del 1943 costituì il primo Comitato Nazionale di Liberazione grossetano e eroicamente si presentò, quando i fascisti fuggirono dalla città, al Prefetto di Grosseto per chiedere la consegna delle armi della forza pubblica. Quando nei mesi successivi i fascisti tornarono riorganizzati nella Repubblica Sociale, essi furono arrestati e deportati a Mauthausen, dove morirono in una della dependances (così definita con termine eufemistica) del campo di sterminio, quella più feroce di Gusen dove persero la vita. Un’altra pietra di inciampo recentemente è stato collocata davanti alla casa di Tullio Mazzoncini a Campospillo, dove avvenivano le riunioni clandestine di quel primo nucleo di antifascisti.
È necessario spiegare con chiarezza perché abbiamo scelto proprio il 10 febbraio per il nostro gesto simbolico, il “giorno del ricordo”, che commemora ai sensi della legge nazionale del 2004 le persone che furono gettate nelle foibe del Carso dai partigiani dell’esercito di Tito durante il loro tentativo di annessione dei territori a cavallo del confine italo-sloveno, detto anche più impropriamente “confine orientale”, locuzione che allude solo al punto di vista italiano. Tutti i confini sono luoghi complessi che sono sempre forieri di conflitti, spesso anche produttivi. I confini politici sono linee arbitrarie spesso tracciati secondo rapporti di forza che non corrispondono ai confini dei popoli, i quali tendono a mescolarsi. Lungo il confine italo-sloveno: un po’ di slavi stavano a Trieste e un po’ di italiani stavano a Fiume e nelle regioni vicine. Come recita l’articolo n. 1 della legge, il giorno del ricordo vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Vorrei osservare che la legge non distingue né per nazionalità, né per fede politica “le vittime delle foibe”, ma si rivolge agli italiani e a “tutte le vittime”. Per noi le leggi di una Repubblica democratica vanno rispettate, anche se possiamo criticarle, in nome di un principio superiore che è quello della legalità. Per noi non è accettabile ciò che è accaduto negli ultimi 14 anni e che corrisponde alla cosiddetta “memoria divisa”, cioè che il 27 febbraio la “giornata della memoria” commemora le vittime dell’Olocausto degli ebrei e degli oppositori del nazismo e del fascismo e il 10 febbraio è “il giorno del ricordo” che ricorda le vittime delle foibe. La verità storica è che nelle foibe ci sono anche per così dire i nostri morti: partigiani italiani di tutti i colori politici, non solo “bianchi”, “azzurri”, ma anche “rossi”. Questa distinzione è strumentale e viene sostenuta dai neo-fascisti: essi pensano che ognuno deve onorare i propri morti, stabilendo una sorta di confronto tra i morti, che vuole eguagliare le ragioni dell’antifascismo e quelle del fascismo. Per noi i morti sono morti, meritano rispetto, anche se non sono uguali perché storicamente si sono trovati gli uni dalla ”parte giusta”, quella della democrazia, della libertà, della pace, della dignità del lavoro, gli altri furono dalla parte “sbagliata” quella della dittatura, della schiavitù, della guerra, del razzismo e della soppressione dei diritti del lavoro. La legge sul ricordo delle foibe è stata voluta in nome della “pacificazione nazionale”, dobbiamo dire con chiarezza che essa per quanto auspicabile non potrà mai avvenire fino a quando coloro che si trovavano dalla parte “sbagliata” o, ancor peggio, coloro che se ne riconoscono eredi non abbiano riconosciuto seriamente e definitivamente il proprio errore. Allora la definizione di coloro che continuano ancora oggi a dirsi “fascisti del nuovo millennio” non è accettabile: il fatto di dichiarare di essere “nuovi”, appartenenti al nuovo millennio, non cancella il richiamo ad una ideologia autoritaria, razzista e liberticida. Infatti – come leggo in questo cartello portato da una di voi – “il fascismo non è un’idea, è un crimine”, la citazione è di Giacomo Matteotti, che fu ucciso per mano fascista per aver denunciato i crimini del regime, delitto pubblicamente rivendicato da Mussolini. Non è accettabile neppure l’equiparazione tra i due fenomeni storici, non torna neppure il conto della serva, per quanto non sia brillante da farsi sulla pelle dei morti: l’Olocausto nel campi di sterminio nazisti e fascisti ha riguardato milioni di morti, con tutto il dovuto rispetto le foibe riguardano 10.000 persone e l’esodo esodo degli istriani, fiumani e dalmati circa 250.000 persone.
Per capire la questione delle foibe così strumentalizzata dai neo-fascisti e dalle destre in generale possiamo far riferimento al documento su “Il confine italo-sloveno”, prodotto dall’ANPI nel 2017, che non può essere qui riferito in dettaglio, ma che vi invito a leggere. Esso è stato prodotto da un gruppo di studiosi, di cui uno grossetano, dell’ISGREC. Innanzitutto è stata preferita la denominazione “confine italo-sloveno”, al posto di quella della legge del 2004 di “confine orientale”. Infatti quel confine è orientale dal punto di vista dell’Italia, non da quello della Slovenia. La spiegazione del contesto storico in cui si sono determinate le foibe è complessa, ma qui mi limiterò ad indicare due motivi:
1. L’esercito partigiano di Tito era animato da sentimenti di rivincita e di vendetta, conseguenti alla feroce politica di “italianizzazione forzata” condotta dalle autorità italiane fasciste in quei territori slavi, ottenuti a seguito della vittoria italiana nella seconda guerra mondiale. È un motivo comprensibile, ma non condivisibile di quella che rimane un’azione di guerra riprovevole.
2. Quell’esercito perseguiva una linea politico-militare nazionalista di acquisizione di territori al nascente stato jugoslavo; la contesa è quindi è di tipo nazionalistico e non politico-ideologico. Questo spiega come partigiani titini di ispirazione comunista hanno potuto “infoibare” partigiani italiani dello stesso orientamento politico, come ho ricordato poco fa.
Quanto è accaduto nelle foibe ha una spiegazione, che rende la comprensione del fenomeno molto attuale per la situazione in cui ci troviamo oggi. Citerò una fonte al di sopra di ogni sospetto: il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Egli ha detto in occasione della giornata del ricordo che le foibe trovano motivazione nell’”odio etnico”, prima quello fascista italiano contro le popolazioni slave e poi quello slavo contro gli italiani. Questo ci porta direttamente all’odio razziale attuale contro i rifugiati e i migranti che sbarcano nel nostro paese. Questo ci porta al tentativo di strage dei giorni scorsi a Macerata. Oggi la destra, che giustifica e protegge anche legalmente l’autore della tentata strage, cerca di minimizzare il gesto, sostenendo che egli è un folle. Questo potrà accertarlo la magistratura (e comunque anche la follia è influenzata dai contenuti politici e ideologici presenti nella società), ma un fatto è certo il clima d’odio sparso a piene mani dalla destra xenofoba e razzista, in primo luogo il fascio-leghista Salvini, ha armato la sua mano. La morte della povera ragazza uccisa e fatta pezzi dagli spacciatori, che l’avevano in potere, è stata strumentalizzata per giustificare la tentata strage di Macerata. Questo assassinio è un reato comune di particolare ferocia indipendentemente dal colore della pelle e dalla provenienza etnica dei suoi assassini. Salvini allora è a tutti gli effetti il mandante morale della tentata strage di Macerata e questo getta un’ombra sinistra sulle prossime elezioni e sul governo che potrebbe uscire dalle urne. La nostra speranza è che la manifestazione antifascista e antirazzista che si svolge in queste stesse ore a Macerata possa pienamente riuscire
Noi crediamo che contro l’odio etnico, da sempre la premessa di ogni fascismo, debbano prevalere i valori democratici e antifascisti della nostra Carta Costituzionale: il lavoro, la pace, la libertà, la giustizia sociale. Per questo siamo qui a compiere il nostro gesto simbolico di pulire e riportare a splendore la memoria di coloro che diedero la vita per questi valori.

Beppe Corlito, presidente della sezione ANPI “Elvio Palazzoli” di Grosseto

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