La liberazione di Grosseto

La Resistenza, quest’opposizione alla tirannide
e alla sua guerra, questo moto di liberazione,
è un ritrovamento della patria attraverso la difesa
dell’essenziale alla vita: la patria degli orpelli,
degli imperi, è cartapesta travolta, è falsità…
(Francesco Chioccon)

Con un appello trasmesso alla radio nel Natale del 1944, l’avvocato Amato Mati esortava i maremmani ad alzare la testa con coraggio e amor proprio dopo la tragedia della dittatura e la barbarie della guerra. “Il maremmano sa volere, è forte, è lavoratore accanito, ha già fatto molto, si è rialzato e se ancora siamo nell’abisso ove la guerra e il fascismo ci hanno fatto precipitare, noi già saliamo”. Così Mati, scansanese del Partito d’Azione, subentrato come prefetto ad Aster Festa, si presentava orgogliosamente“a guidare la provincia, non a comandare la provincia, a guidare la provincia maremmana, a guidare i maremmani è uno dei vostri”. Ricordava la perfetta sintonia con il Governo alleato e con il Comitato provinciale di Liberazione Nazionale, del quale avrebbe dovuto essere presidente, se non fosse giunta la nomina ai vertici della prefettura. Per affermare la comunanza d’intenti con il Comitato, Mati asseriva che “in provincia di Grosseto il prefetto e il Comitato di Liberazione non si sono incontrati, come si incontravano prima, in Prefettura, ma presso il Comitato di Liberazione”. Rievocando la religiosità che aveva animato la predicazione di David Lazzaretti e lo spirito del Natale “giorno sacro all’amore e alla fratellanza”, il prefetto stimolava i maremmani all’unione, alla pace e alla buona volontà: “Opponiamo a chi crede ancora che l’Italia sia immorale, perché immorale era l’Italia fascista […] Popolo maremmano! In piedi! Ma questa volta per un’opera di bene e all’avanguardia del popolo italiano![1]”.
L’esortazione del “prefetto politico”, il suo energico appello alla ricostruzione, prima morale, poi materiale, giungeva 6 mesi dopo la Liberazione delle provincia, quando le risorte amministrazioni comunali provvedevano a rimuovere le macerie dai centri storici dei paesi devastati, a bonificare il territorio dagli ordigni bellici inesplosi, a ripristinare la viabilità e ad arrestare i fascisti repubblicani su ordine del Governo Alleato e del CPLN, anche per sottrarli all’ira della popolazione inferocita.
Ma come era avvenuta la Liberazione di Grosseto? La nostra città fu la prima a essere raggiunta dagli alleati dopo la conquista di Roma. Una volta occupata la capitale, tra il 4 e il 5 di giugno del 1944, l’avanzata degli americani, inglesi e francesi, fu rapidissima: in soli 6 giorni le loro truppe raggiunsero l’alto viterbese e il sud della provincia di Grosseto, incalzando i tedeschi che non opposero resistenza fin quando non arrivarono in Toscana. A grandi linee l’inseguimento degli alleati avvenne su 3 direzioni: gli inglesi a est del lago di Bolsena, il Corpo di spedizione francese e l’americana Task Force “Ramey” verso la strada statale n. 74 e poi della Cassia, mentre a sud, lungo la costa, avanzava la 36° Divisione di fanteria “Texas”. Giunti al confine con la Toscana, i tedeschi si organizzarono percontrastare gli avversari con reparti della 90. Divisione Panzergrenadier, con la 20. Divisione da campo della Luftwaffe e con unità raccogliticce chiamate Kampfgruppe, cioè guastatori disposti a tutto. Proprio al confine fra Lazio e Toscana, in un territorio collinare caratterizzato dalla presenza di boschi vastissimi, si materializzò il peggiore incubo per le armate del Reich: pressati dagli alleati, alle loro spalle iniziò la guerriglia degli uomini della Banda Arancio Montauto. La banda, a seguito di un grande rastrellamento subìto il 20 maggio, si era divisa in vari reparti, pronti a occupare i centri abitati non appena si fosse presentata l’occasione. La Liberazione della Maremma a sud di Grosseto avvenne fra il 10 e il 14 giugno 1944. Nell’area collinare e alle pendici dell’Amiata l’attività partigiana fu intensissima, come rilevarono i tedeschi nei loro diari di guerra. Manciano, Sorano, Pitigliano furono i primi paesi di una certa consistenza a essere liberati. Pitigliano, probabilmente caso unico in Toscana, ottenne la libertà 3 giorni prima dell’arrivo degli alleati grazie ad un’azione dei partigiani di Pietro Casciani, che sbaragliarono i tedeschi appartenuti alla 20. Divisione della Luftwaffe. La battaglia di Pitigliano, unita alla Liberazione di Capalbio da parte della 36° Divisione di fanteria “Texas”, aprì un varco nel fronte di oltre 30 chilometri, così da permettere un’avanzata rapidissima degli alleati e uno spostamento dei tedeschi a est della linea del fronte, verso La Rotta, località nel comune di Pitigliano dove ebbe luogo lo scontro decisivo per liberare questa parte di Maremma. Poi i francesi e gli americani si diressero velocemente verso il Monte Amiata.
Lapide a ricordo del bombardamento del 26 aprile del 1943

Lapide a ricordo del bombardamento del 26 aprile del 1943

A sud, come si è detto, la 36° “Texas” aveva occupato Capalbio, dopo aver sopraffatto la 162. Divisione di fanteria turkmena, uno dei reparti più multietnici della Wehrmacht. Il fronte si spostò verso Magliano in Toscana, dove si combatté strada per strada. In quest’occasione si distinse lo Staff Sergent Homer L. Wise, che verrà insignito con la medaglia del Congresso, la massima onoreficenza militare USA. La sera del 14 giugno la fanteria “Texas” aveva raggiunto il fiume Ombrone. Predisposti i ponti di barche nella notte, all’alba del 15 giugno riprese l’avanzata verso il capoluogo maremmano[2].
Intanto, proprio in quei giorni di Liberazione, cominciò in Toscana la “guerra ai civili”, cioé decine di singole uccisioni e massacri di massa eseguiti dai tedeschi con la partecipazione e la complicità dei “ragazzi di Salò”, che si verificarono anche nel territorio grossetano, perché Grosseto si trovava sulla linea della cosiddetta “ritirata aggressiva”. La dinamica e l’entità delle stragi è stata compiutamente studiata, per la nostra provincia, da Marco Grilli[3]. La prima vittima dei tedeschi nei giorni della Liberazione fu, quasi certamente, il cittadino soranese Severino Orienti, di vent’anni, mitragliato alle 8.30 del mattino dell’11 giugno 1944 mentre si stava recando a fare rifornimento d’acqua presso una fonte. Qualche ora dopo Roccalbegna fu il teatro della prima strage di civili in Toscana, con 6 vittime e vari feriti[4]. La scia di sangue sarebbe continuata con altri eventi, fra cui l’eccidio di San Leopoldo del 12 giugno, in prossimità di Grosseto, e quello di 83 minatori di Niccioleta e Castelnuovo Val di Cecina, crimine commesso il 13 e il 14 giugno 1944 dalle SS italo-tedesche.

Grosseto: 15 Giugno 1944
E’ necessario un passo indietro, al 25 luglio del 1943, alla caduta di Mussolini, quando la notizia si diffuse rapidamente anche a Grosseto, provocando, come del resto ovunque, una gioia incontenibile nella popolazione. Anche in Maremma, infatti, il crollo della dittatura fu associato alla fine della guerra. Già il 26 luglio un gruppo di antifascisti si riunì in un negozio di Sale e Tabacchi presso Porta Vecchia, di proprietà di Bruno Carmignani, per organizzare una manifestazione. Si trattava di Antonio Meocci, Gastone Barbini, Rinaldo Ludovichi, Umberto Comi e Aristeo Banchi, cioè il comunista “Ganna”, che era tornato dall’esilio nel 1941 e aveva fondato un Comitato antifascista prima del 25 luglio[5]. Con bandiere tricolori il gruppo si recò presso la Questura, presidiata da militari in assetto di guerra. Dopo un alterco, gli antifascisti si diressero verso le carceri per dimostrare la loro solidarietà a Raffaello Bellucci, arrestato alla frontiera francese mentre rimpatriava[6]. Inizialmente vi furono delle difficoltà organizzative, che dipesero dall’isolamento degli antifascisti grossetani e dall’impossibilità di ricollegarsi ai partiti, di cui, per stessa ammissione di “Ganna”, si sapeva poco o nulla. Tuttavia, anche a causa della confusione che caratterizzò i 45 giorni del governo Badoglio, a Grosseto gli antifascisti poterono in qualche modo riorganizzarsi e contare sul sostegno di Angiolo Rossi, detto “Trueba”, antifascista di vecchia data e combattente in Spagna, ritornato dal confino. Così l’8 settembre del 1943, non appena circolò la notizia dell’armistizio, i nemici del regime si attivarono immediatamente. Il giorno successivo “Ganna”, Mazzoncini, Albo e Raffaello Bellucci, Gastone Barbini e Antonio Meocci, s’incontrarono nella villa di Mazzoncini in via Mazzini e ciclostilarono volantini inneggianti alla lotta senza quartiere contro il nazifascismo[7].La loro attività fu interrotta da un bombardamento alleato, uno dei tanti che si erano abbattuti sulla città e che avevano provocato morte e distruzione, come quello del 26 aprile del 1943. Quel giorno, lunedì di Pasqua, come ha recentemente scritto Giacomo Pacini,“Grosseto subì il suo primo bombardamento aereo durante la seconda guerra mondiale. Ne avrebbe subiti altri 18, ma questo sarà sempre ricordato per il tragico prezzo di vite civili che costò. Morirono infatti 134 grossetani, tra cui decine di bambini uccisi mentre stavano giocando sulle giostre di un Luna Park situato appena fuori Porta Vecchia. L’attacco, condotto da 48 fortezze volanti americane, colse del tutto di sorpresa la popolazione e in pochi riuscirono a trovare riparo nei rifugi anti-aerei. Sulla città vennero scaricate quasi 400 bombe da 300 libbre e circa 2000 bombe a frammentazione, le cosiddette cluster bombs…[8]”.
Grosseto, Porta Vecchia

Grosseto, Porta Vecchia

A metà settembre Aristeo Banchi, Tullio Mazzoncini, Giuseppe Scopetani, Antono Meocci e i fratelli Albo e Raffaello Bellucci si riunirono clandestinamente presso la fattoria Mazzoncini di Campospillo (Magliano in Toscana) per dare vita al primo Comitato di Liberazione Nazionale (che avrebbe trasferito la sede a Castel del Piano) e a un Comitato Militare Provinciale per organizzare e coordinare la lotta armata, del quale si occuparono lo stesso “Ganna”, Ugo Pacini e “Trueba”. In questa occasione vide la luce anche la Federazione clandestina comunista grossetana.
Intanto, dal 12 settembre, la provincia di Grosseto era stata occupata dai tedeschi e il colonnello Muller, capo delle Forze Armate Germaniche, assumeva l’incarico di responsabile esecutivo del territorio. Contemporaneamente si riorganizzava il Partito fascista repubblicano con l’arrivo, il 26 settembre, di Alceo Ercolani, pluridecorato maggiore dei bersaglieri ed ex federale del fascio di Treviso. Questi, originario di Bomarzo, in provincia di Viterbo, assumeva la carica di commissario straordinario del Partito fascista. Nominato prefetto il 22 ottobre, o meglio Capo della provincia, come era solito definirsi e firmarsi nei suoi bandi, accettò l’incarico il 25 e lo mantenne fino alla Liberazione. La sua designazione, con cui sostituiva Palmardita, avvenne dopo insistenti pressioni del comando tedesco, che nei propri rapporti definirà Ercolani “Gauleiter”, per sottolineare la perfetta sintonia fra le forze di occupazione germaniche e il prefetto che, fra l’altro, si rivelerà un irriducibile persecutore degli ebrei[9]. Riorganizzato il Partito fascista repubblicano, con la riapertura delle sezioni in tutti i comuni, dalla Maremma all’Amiata, la provincia venne a dipendere dal Comando tedesco di Livorno fino a dicembre, poi, da gennaio, dal MK 1043 di Viterbo. I fascisti si erano riorganizzati militarmente con la fondazione del 645° Comando della Guardia nazionale repubblicana e con 2 compagnie di Ordine pubblico, di stanza, rispettivamente, a Massa Marittima e Castel del Piano. Tale apparato repressivo permise di contrastare gli antifascisti e i partigiani che si stavano organizzando e infliggere loro anche gravi perdite. Nel novembre del 1943 la Guardia nazionale repubblicana di Grosseto arrestò a Campospillo, a seguito di una delazione del fattore di Mazzoncini, Tullio Mazzoncini e poi Giuseppe Scopetani, che in quel momento si trovava sfollato a Scansano. Invitato a presentarsi presso la caserma dei carabinieri, Scopetani, anziché fuggire, vi andò e venne arrestato. Affidati al Tribunale speciale, i 2 furono trasferiti, insieme ad Albo Bellucci – arrestato a Paganico – nelle carceri di Siena e successivamente in quelle di Parma. All’inizio del 1944 per i tre antifascisti si aprirono le porte del lager di Mauthausen. Solo Mazzoncini sopravvisse a quella disumana vicenda. Gli altri due morirono a Gusen nel 1945. Tutto il materiale del Comitato Militare di Campospillo, un ciclostile, la carta, le armi e altro, fu sequestrato dai fascisti[10]. Meocci, “Ganna” e Raffaello Bellucci riuscirono invece a evitare la cattura, prendendo ognuno direzioni diverse.
La stazione di Grosseto devastata dai bombardamenti (Foto archivio Isgrec)

La stazione di Grosseto devastata dai bombardamenti (Foto archivio Isgrec)

All’inizio di gennaio del 1944 il Comando Militare grossetano era finalmente riuscito a organizzare piccoli gruppi partigiani nel boschi limitrofi Grosseto. Come ha rilevato Luciana Rocchi, quella di Grosseto fu “una Resistenza breve […]. Tanto breve il tempo della lotta armata, quanto lungo il cammino dell’antifascismo, erede di una tradizione democratica pre-fascista. I fasciscoli dei sovversivi grossetani negli anni del regime documentano i percorsi dell’emigrazione politica, il confino, le presenze nella rete europea dell’antifascismo, tra Brigate internazionali in Spagna e Resistenze.[11]”. I nuclei partigiani costituiti avevano lo scopo di difendere la città. Erano il gruppo di Magliano in Toscana, di Istia d’Ombrone (con “Trueba” Commissario politico), di Rosselle-Montorsaio e la formazione di Grosseto “Vittorio Alunno”, così chiamata dal nome di un antifascista maremmano, combattente nella Brigata Garibaldi, morto nel 1938 nella guerra civile spagnola. La “Alunno”, che aveva come zona d’impiego Grosseto e la pianura a ovest della città, era nata nel 1944 dalla fusione di un precedente Gruppo grossetano (fondato nel novembre del 1943), con i GAP guidati da Ugo Pacini. “Ganna” fu nominato Commissario politico e gli obiettivi del reparto furono la difesa dell’acquedotto e della centrale elettrica di San Martino da eventuali sabotaggi tedeschi[12].
Il Generale Clark ,comandante della V armata, nelle vicinanze di Grosseto (Foto Archivio ISGREC)

Il Generale Clark ,comandante della V armata, nelle vicinanze di Grosseto (Foto Archivio ISGREC)

La mattina del 15 giugno i partigiani, armati di moschetti e bombe a mano, attendevano l’arrivo degli alleati. I fascisti avevano abbandonato la città già da diversi giorni, non senza prima aver commesso varie ruberie. Così gli antifascisti occuparono la Prefettura, la Questura, la Casa del fascio e il Municipio. Poi il CLN ordinò lo schieramento dei combattenti in 3 diversi punti ritenuti strategici: a difesa dell’acquedotto, presso il campo sportivo di via Amiata e alla Cavallerizza per controllare Porta Vecchia. I partigiani avvistarono il grosso dei tedeschi che avanzava in direzione di Roselle, evitando di passare per la città, mentre un gruppo si dirigeva proprio verso Porta Vecchia. Qui avvenne la battaglia in cui si distinse la formazione garibaldina grossetana “Alunno”: “Dopo uno scambio di colpi, i tedeschi superarono Porta Vecchia e dalla piazzetta del Mercato cercarono di risalire fino alla Cavallerizza, per imbottigliare i partigiani. In quel frangente Mario Vannuccini, che aveva una bomba, ebbe la prontezza di scagliarla all’ingresso della Cavallerizza, causando numerose perdite agli attaccanti e consentendo ai compagni di ritirarsi presso i bastioni del Teatro degli Industri[13]”. Nello scontro avevano perso la vita 6 partigiani e 12 tedeschi. Poi le truppe del III Reich attraversarono Grosseto procedendo in direzione di Livorno. I partigiani uccisi furono: Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Luigi Falciani, Agostino Sergenti di Sinalunga, Giuseppe Cennini di Pomarance e Elvio Palazzoli che, catturato mentre arretrava verso il bastione delle carceri, fu immediatamente assassinato. Il corpo del ventiduenne Palazzoli venne gettato giù dalle mura per spregio[14]. Al giovane partigiano è dedicata la Sezione ANPI di Grosseto. Recentemente a sua famiglia ha ricevuto una medaglia in argento coniata dal combattente Lucio Parigi. In occasione del Settantesimo della Liberazione è stata posta una lapide in onore dei partigiani uccisi presso Porta Vecchia.
Dopo la conquista della libertà il CPLN nominò sindaco Lio Lenzi. Così, quando gli americani entrarono a Grosseto, la trovarono già con un governo organizzato. D’altra parte, ciò era avvenuto in varie località della provincia, come ha ricordato Francesco Chioccon: “Gli Alleati, quando arrivano, trovano quasi ovunque l’ordine, trovano i governi locali funzionanti, il sindaco, il Comitato di Liberazione. Sindaco di Grosseto per designazione del CLN è Lio Lenzi, ed in prefettura, fuggiti i repubblichini, vi è già il commissario provinciale Aster Festa cui succederà poco dopo l’Avv. Amato Mati; in provincia, sempre dal CLN sarà insediato il nuovo presidente nella persona di Giovanni Magrassi; ed il Governo militare alleato riconosce l’autorità morale e politica e prende a collaborare con gli uomini della Resistenza[15]”.
Il partigiano Elvio Palazzoli (Foto ANPI E.Palazzoli Grosseto)

Il partigiano Elvio Palazzoli (Foto ANPI E.Palazzoli Grosseto)

Alla fine di giugno del 1944 l’intera provincia era finalmente libera, anche grazie ai suoi 1302 partigiani, ai 1568 patrioti, ai suoi 166 caduti per la guerra di Liberazione, ai 154 morti in combattimento, ai tanti dispersi e a un numero imprecisato di feriti. Mi preme qui ricordare, in particolare, il sacrificio di Norma Parenti, di Delio Ricci, di Flavio Agresti, di Luigi “Gino” Canzanelli, del neozelandese Lance Corporal Roderick Douglas Lawrence e del capogruppo del “Reparto Lamone” Ugolino Lombardi.
Così la Maremma si lasciava alle spalle la dittatura fascista e la guerra, orientandosi verso quella ricostruzione sollecitata da Amato Mati nel suo discorso di Natale. Il CPLN, il sindaco e la Giunta, nominata dal Comitato nel luglio del 1944 con un criterio di equilibrio nella scelta dei componenti e dei partiti politici di riferimento, approvarono un piano di ricostruzione civile e amministrativo della provincia che ebbe il pieno assenso dell’AMG, cioè del Governo Militare Alleato presieduto dal colonnello scozzese Hamilton. L’unica nota dolente, stigmatizzata senza indugio dal CPLN nel Verbale n. 50 del 16 ottobre 1944, necessaria senz’altro di un approfondimento, furono degli “incidenti provocatori verificatesi la mattina del 15 corrente a seguito di atti vandalici compiuti da militari dell’arma dei cc”. Il CPLN approvò un testo di protesta all’unanimità, da sottoporre al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Comitato Centrale di Liberazione Nazionale, al Commissario Provinciale dell’AMG e “presso l’Ecc. il Prefetto[16]”.
Si trattò tuttavia di episodi isolati, poiché il percorso della ricostruzione proseguì lineare, tanto che le elezioni amministrative del 10 marzo 1946 confermarono il buon operato del CPLN e del suo primo cittadino. Le consultazioni, a cui votarono per la prima volta anche le donne, videro infatti il trionfo dei partiti di sinistra, con la convalida a sindaco del comunista Lio Lenzi; così Grosseto si avviava a diventare la Kansas City di Luciano Bianciardi, una città “aperta al vento e ai forestieri”.
Wise L. Homer

Homer L.Wise, Sergente della Compagnia L, 142° Reggimento Fanteria 36a Divisione “Texas”, insignito di Medaglia d’Onore del Congresso (foto Giulietto Betti).

Gli uomini della resistenza grossetana[17]

Partigiani Combattenti

Comitato Militare di Grosseto
Albo Bellucci, Aristeo Banchi, Ugo Pacini, Lorenzo Butelli, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Antonio Brancati, Alfonso Passamanti, Rino Ciattini, Alfiero Grazi, Attilio Sforzi, Alvaro Guidoni, Alvaro Minucci, Mario Becucci, Alcide Mignarri, Angiolino Soldateschi, Pietro Mario Magini.Nell’elenco ufficiale manca Angiolo Rossi “Trueba” che,tornato a Grosseto, entra in settembre nel Comitato Militare e partecipa alla lotta di Liberazione come antifascista di primo piano, come era sempre stato nel corso della sua esistenza[18]. E’ lui, che fra l’altro, avrà l’incarico di collegarsi alle bande partigiane nel mancianese. Ciò è confermato da varie relazioni partigiane, prima di tutte quella del Reparto “Lamone” della Banda Arancio Montauto, che riferisce dei suoi contatti già dall’autunno del 1943.

Formazione “Vittorio Alunno”
Agostino Sergenti, Giuseppe Cennini, Elvio Palazzoli, Alberto Tosi, Renato Ginanneschi, Paolo Santucci, Ircano Mechini, Luigi Falciani, Oscar Grotti.

Distaccamento “Istia d’Ombrone”
Augusto Cambi, Nestore Zamperini, Ugo Nuzzi, Giovanni Reginali, Ubaldo Della Salica, Benvenuto Tonini, Alberto Badini.

Formazione “Rosselle-Montorsaio”

Cesare Benocci, Liborio Masi.

Banda “Monte Bottigli” Magliano in Toscana (Raggruppamento M. Amiata)
Wladimiro Paganelli, Don Gioberto, Pietro Verdi, Settimio Biagi, Duilio Biagi, Otello Biagi, Mario Cipriani, Amorino Dottorini, Azeglio Benelli, Piero Pieri, Adelino Biagi, Bruno Bonaccorsi, Silio Monaci, Sinibaldo Biagi, Amedeo Zuffi, Pietro Zuffi, Renato Di Francesco. Non risulta nell’elenco il carabiniere Roberto Pellicci, fondatore del reparto assieme al comandante Wladimiro Paganucci. L’attività della “Monte Bottigli” si svolse principalmente fra Montiano, Montorgiali e Scansano, ma il 14 giugno, all’arrivo dei soldati americani, la formazione collaborò fornendo informazioni e indicando la strada verso il capoluogo provinciale. Alcuni partigiani si misero al seguito degli americani a bordo di un autocarro tedesco catturato, arrivando sino a Grosseto e oltre[19].

Patrioti

Comitato Militare di Grosseto
Raffaello Bellucci, Antonio Meocci, Emilio Di Renzone, Luigi Bani, Gastone Barbini, Enrico Orlandini, Gino Lenzi, Lio Lenzi, Aster Festa, Ferdinando Paganelli, Luigi Verdi, Giuseppe Faralli, Livio Fontani, Domenico Chipa, Gino Giorgetti, Raffaello Cambi, Caterina Sellari in Meocci.

Formazione “Vittorio Alunno”
Ezio Baricci, Giuseppe Guidocci, Sofia Orlandini, Luigi Castelli, Ultimino Ripaldi, Giovanni Leprai, Aurelio Magi, Sestilio Vannozzi, Angelo Rossi fu Daniele, Adriano Pieraccini, Iginio Bennati, Luigi Degli Innocenti, Alvaro Gualandi, Libertario Carletti, Rinaldo Lodovichi.

Distaccamento “Istia d’Ombrone”
Osio Orlandini, Gino Alessandrini, Livio Volpi, Eligio Fommei, Amelio Babbini, Primo Del Canto.

Formazione “Rosselle-Montorsaio”
Ugo Zacchei, Damaso De Bono, Zeno Sallei, Georg Pidlisupy.

Banda “Monte Bottigli” Magliano in Toscana (Raggruppamento M. Amiata)
Giuseppe Limandri, Fabio Costantini, Bruno Moschini, Vittorio Giorgetti, Gervasio Mannelli, Egisto Vagaggini, Frichugsdorff Gunter (“Gino”, l’unico sopravvissuto alla strage di Maiano Lavacchio del 22 marzo 1944), Chlofch Frurin, Sebastiano Turco, Ugo Sperlazzo, Egizio Configliacco, Andigo Gino, Pietro Tenerini, Primo Cicaloni, Argenido Guerri, Ado Tognarini, Adelino Tarassi, Amos Bonini, Ulisse Caselli, Quinto Fertani, Silvio Pielli, Celestino Alberti, Egidio Martellini, Ferruccio Ferretti, Rolando Grazioli, Sisto Benocci, Angiolino Moretti, Leo Galloni, Lorenzo Bartuccini, Emilio Moschini, Rolando Pieraccini, Delfo Consani, Virgilio Caselli, Raffaello Vittiello, Alberto Grazioli, Aristodemo Graziani.

Franco Dominici

NOTE

[1]Avv. Amato Mati, Per l’Unità ed il Risorgimento dell’Italia, Discorso trasmesso dalla Radio il 25.12. 1944, a cura del CPLN di Grosseto, Scansano, Tipografia degli Olmi.

[2] Le notizie riguardanti il passaggio del fronte fra Lazio e Toscana sono riprese da: G. Betti-F.Dominici, Banda Armata maremmana, Effigi, Arcidosso 2014.

[3]Si veda il sito http://www.straginazifasciste.it

[4] F. Dominici, La strage di Roccalbegna: 11 giugno 1944, in Il Nuovo Corriere del tufo, “Pillole di Storia”, Ottobre 2016, pp. 3-5.

[5] AISGREC (Archivio Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea), ANPI I 1,23, N.C. Maccabruni, Grosseto dal 25 luglio del 1943 al 15 giugno 1944, pag. 3.

[6] A. Banchi (Ganna), Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, a cura di Fausto Bucci e Roberto Bugiani. Collaborazione di Claudio Carboncini, Effigi, Arcidosso 2014 pag. 81.

[7] A. Banchi (Ganna), Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, cit., pag. 8.

[8] G. Pacini,“La ricerca di Giacomo Pacini sul bombardamento del Lunedì di Pasqua del 1943” in www. grossetocontemporanea.it.

[9] Si veda L. Rocchi (a cura di), La persecuzione degli ebrei in provincia di Grosseto 1943-1944, Ed. Tipolito Vieri, Roccastrada 2002.

[10] Per le biografie dei 3 antifascisti grossetani si veda il sito http://www.cantieridellamemoria.it

[11] L. Rocchi, La liberazione di Grosseto, in Toscana Novecento, Portale di Storia Contemporanea. Di Luciana Rocchi si veda anche il recente articolo su “Il Tirreno” del 15 giugno 2016, “Grosseto liberata. Dagli archivi luce sulla storia”.

[12] AISGREC, ANPI I 1,23, N.C. Maccabruni, Grosseto dal 25 luglio, cit., pag. 6.

[13]A. Banchi (Ganna), Si va pel mondo. Il Partito comunista a Grosseto dalle origini al 1944, cit., pag. 97.

[14]La provincia di Grosseto alla macchia. Atti e documenti delle formazioni partigiane e del Comitato Provinciale di Liberazione Nazionale (1943-44), raccolti a cura del Comitato per le Celebrazioni del XX della Resistenza,
Grosseto 1965, pp. 74-77.
[15] F. Chioccon, La Resistenza in Maremma, Da Atti e Studi della Resistenza in Toscana, n. 6 Gennaio 1966, La nuova Italia Editrice, pag. 17.

[16] AISGREC, Busta 28, f. 1, Verbali del CPLN di Grosseto, n. 50 del 16 ottobre 1944.

[17] Archivio del Comune di Sorano, b. Elenchi Partigiani, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione Regionale Toscana per il riconoscimento della qualifica di Partigiano, Elenco n. 37, Partigiani riconosciuti dal 13 dicembre del 1946 al 17 marzo 1947.

[18] I. Cansella, F. Cecchetti (a cura di), Volontari antifascisti toscani nella guerra civile spagnola, ISGREC, Quaderni 2, Effigi, Arcidosso, 2012, Allegato “Le Biografie”, pp. 402-403.

[19] Archivio del Comune di Sorano, b. Elenchi partigiani, Ministero dell’Assistenza Posbellica, Commissione Regionale Toscana per il riconoscimento della qualifica di Partigiano, Elenco n. 15, dal 1° al 10 luglio 1946, foglio n. 15.

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