Relazione corretta e modificata di Flavio al comitato provinciale dell’ 11.02.2017, che sostituisce quella già pubblicata.

Parlerò di alcune questioni che comunemente si ritengono centrali, intrecciando il contenuto del documento approvato lo scorso 9 dicembre dal Comitato Nazionale, che assumo come ispirazione politica della relazione, con la situazione locale.

E’ innegabile che il Referendum del 4 dicembre rappresenti un passaggio politico di particolare rilevanza per il nostro Paese: sia per l’esito della prova elettorale sia per la domanda di partecipazione che ha messo in luce l’alta affluenza alle urne, dimostrando come la Carta costituzionale nata dalla Resistenza faccia ormai parte dell’identità stessa degli italiani, i quali per ben due volte in pochi anni l’hanno difesa da insidiosi propositi di cambiarne il segno.

Le sole percentuali ottenute dagli schieramenti in campo ci dicono che a favore della Costituzione si è verificato un vero e proprio moto di popolo, che non lascia spazio a interpretazioni di comodo, del resto delegittimate dalle subitanee dimissioni del Premier, o a tentativi più o meno strumentali di offuscarne il significato. Il NO ha prevalso nettamente tra i giovani e nei luoghi di lavoro, come nel Meridione d’Italia che, insieme alle maggiori difficoltà economiche e sociali, presenta l’età media più bassa del Paese. Non tenerne conto sarebbe un errore grave, perché il nuovo ha sempre bussato alla porta con le nocche delle ragazze e dei ragazzi.

Anche localmente il dato elettorale è stato significativo, grazie al 53% riportato dal NO e alla sua distribuzione nel territorio. In 18 comuni sui 28 della provincia questo ha prevalso, a partire da quelli della fascia costiera, contenente i maggiori centri urbani della Maremma grossetana. Anche qui esiste lo “zoccolo duro” del maggiore partito di Governo, che altrove si è fatto sentire, ma vi hanno agito in maniera preminente pure gli effetti di una struttura economico-sociale più ricca e articolata, proiettata nel futuro, da cui deriva la presenza della più forte componente giovanile dell’elettorato provinciale.

Anche questo ci dice che il risultato non si può leggere con la sola lente dell’appartenenza partitica (come invece hanno fatto gli organi di informazione anche locale, a sentire i quali sembrava che avessimo votato per il Comune di Grosseto invece che sulla Costituzione), perché l’espressione di voto è stata trasversale e alle urne stavolta i sono recati elettori che normalmente si astenevano o che non sono riconducibili ad alcuna appartenenza politica. Nessun partito può quindi intestarsi la vittoria, tantomeno quelli di destra: a questi glielo impedisce soprattutto la scesa in campo dell’ANPI, dell’ARCI e della CGIL, nonché della gran parte dell’Associazionismo democratico e antifascista a sostegno del NO. Se queste entità fossero state alla finestra, Salvini e La Meloni, e compagnia bella, potrebbero adesso gloriarsi senza problemi del risultato, ed esse sarebbero venute meno al loro ruolo di energie innovative del Paese, mancando clamorosamente l’appuntamento con un ampio e profondo sommovimento popolare.

Da Grillo ci dividono tanti valori. Noi che siamo per la libertà di stampa non abbiamo condiviso la sua ultima sortita sul controllo preventivo dell’informazione da parte di una giuria popolare, ritenendola incompatibile con il regime democratico. Ma non cadiamo nell’errore di ricondurre a questo approccio politico l’intero elettorato del MoVimento cinque stelle, parte del quale ha contribuito al successo nel NO, poiché è un fatto assodato che in quell’ambiente è confluita una quota significativa del popolo della sinistra che, a torto o a ragione, non si è sentita più rappresentata dai partiti di provenienza, individuando nel grillismo l’unica opposizione a scelte non condivise. O ha traslocato temporaneamente per spingere gli stessi partiti di origine ad un deciso cambiamento di passo. Per cui, voler considerare “di destra” questi elettori, per dire che il risultato del Referendum è funzionale ad un disegno antidemocratico, da noi stressi favorito, mi sembra una forzatura polemica che rischia di inchiodarci ad un dibattito lacerante e retrospettivo, quando occorre invece voltare pagina, guardando avanti.

Insomma, ragionamenti di questo tipo, dopo il 4 dicembre, non hanno più ragione di essere. Dobbiamo tornare a parlarci serenamente, per consentire all’ANPI di esercitare nel migliore dei modi la propria funzione. Ma per fare questo occorre un reciproco riconoscimento: tutti noi, comunque abbiamo votato, compresi quegli iscritti e dirigenti che hanno particolarmente sentito il richiamo di altre appartenenze, così sottoponendo a forte tensione la nostra autonomia dal contesto politico, siamo stati mossi dalla convinzione di agire per il bene del Paese e per la democrazia. Questo non per nascondere la polvere sotto il tappeto, che sarebbe una pessima cosa, ma per fare dei problemi che si sono verificati l’occasione di una crescita ulteriore, politica e operativa, della nostra organizzazione: approfondiamo in maniera seria e intelligente le questioni della rappresentanza e dell’uguaglianza dei cittadini nelle istituzioni pubbliche, sulle quali sono emersi differenti approcci, e facciamolo con la massima disponibilità all’ascolto delle ragioni altrui. Noi tutti ne guadagneremmo; ne guadagnerebbe soprattutto l’ANPI.

Ma questo ascolto deve potersi esprimere a tutto campo, partendo da quello del messaggio lanciato dagli elettori. Talché la massima diffusione della conoscenza della Costituzione e la sua difesa da sempre possibili tentativi di stravolgerla, che si esprimono anche attraverso le molte resistenze alla sua piena attuazione, non possono non costituire il cardine della nostra futura iniziativa. Noi non abbiamo mai detto che ci saremmo fatti carico della presentazione di un nuovo progetto di Costituzione: quella del ’48 va bene, tanto più dopo la seconda legittimazione popolare. Modifiche limitate e circoscritte, ma sempre nel solco dello spirito che la caratterizza, come la rimozione del pareggio di bilancio, che subordina i diritti ad una disponibilità monetaria decisa in ultima istanza dai mercati finanziari, si possono e si dovranno fare. Naturalmente alla condizione, sia del massimo consenso, perché la Costituzione è di tutti, non di una sola parte dei cittadini, sia del pieno rispetto del ruolo del Parlamento, rappresentativo del Paese, cui spetta l’iniziativa in proposito, invece che al governo, il quale non ha alcuna titolarità sulla materia. Come fa ben sperare la discontinuità operata da Gentiloni decidendo di tenete l’esecutivo fuori dalla riscrittura della nuova legge elettorale che, in quanto concerne le regole del gioco, è assimilabile alla Carta Costituzionale.

Rispetto a questo e, più in generale ai tanti impegni che ci competono, è di fondamentale importanza la disponibilità di una Associazione efficiente ed efficace, radicata nel territorio e nella coscienza del popolo italiano.

Nel dibattito che localmente si è svolto sulla Rete all’indomani del Referendum è stata posta l’esigenza di premettere ad ogni altra attività un confronto sull’identità e sulla funzione dell’ANPI nel contesto politico-culturale del Paese. Ricordo che siamo usciti dal congresso da poco più di otto mesi e che in quella sede la questione ha avuto una chiara definizione. Non si può ricominciare da capo, perché qualcuno non si è informato sui lavori delle Assise nazionali o perché la loro conclusione non lo trovano d’accordo. Se ne riparleremo dovremmo partire dalle deliberazioni congressuali, comprendenti Statuto e Regolamento.

Non siamo un partito. Anche quando scendiamo direttamente in campo perché, seguendo il percorso partecipato previsto dalle norme statutarie, giudichiamo che siano in pericolo i diritti delle persone e l’assetto democratico italiano, come è accaduto varie volte nella storia, lo facciamo secondo la nostra peculiare caratteristica.

Siamo una Associazione pluralista, la “casa di tutti gli antifascisti”, che si propone non soltanto la testimonianza dell’antifascismo e della Resistenza, come si sono verificati molti anni fa, ma che di quella grande storia si impegna a fare “memoria attiva”, nel senso di far vivere i nostri valori nel mondo di oggi. In questo senso la nostra ambizione è quella di rappresentare la coscienza critica del Paese, anche richiamando la politica, quando occorra, alla completa osservanza dei precetti costituzionali, e facilitando la penetrazione della cultura e della pratica democratiche nei cittadini, soprattutto nelle ragazze e nei ragazzi. Non ci fermiamo alla ricerca storica, che intendiamo curare collaborando con gli istituti di studi istituzionalmente a ciò preposti; vogliamo contribuire a muovere la gente sulla via dell’uguaglianza e della solidarietà per la piena realizzazione della persona umana. Coerentemente con ciò solleviamo i problemi rivendicandone la soluzione secondo i principi che ci animano, ma non indichiamo la particolare soluzione che spetta alle istituzioni elettive dare. Chiediamo che si crei occupazione, ma non elaboriamo il Piano del Lavoro, rimettendolo correttamente alla responsabilità delle imprese, del sindacato, del Parlamento, quindi dei partiti, e del governo. Nelle materie che la Costituzione affida alla politica non ci possiamo intrufolare, se vogliamo essere coerenti con la nostra battaglia per la piena osservanza della “Carta”.

Il documento, tutt’altro che generico e tardivo, con il quale abbiamo dato la nostra solidarietà alle lavoratrici della Mabro, colpite dal fallimento della loro azienda, è tutto dentro questi criteri.

A ben guardare è in questa distinzione di ruoli che riposa la praticabilità della nostra autonomia. Mi rendo conto che questo è un valore non scontato soprattutto in tempi come i nostri, nei quali le divisioni che attraversano il sistema politico, e le forze che rappresentano il nostro naturale mondo di riferimento, tendono a riprodursi in ogni dove. Ma all’autonomia dell’ANPI non c’è alternativa: o diventa reale o l’ANPI, come tante altre Associazioni della medesima area culturale, non c’è più, almeno nelle forme e con le caratteristiche avute fino ad ora.

E’ anche per questo che gli Organismi nazionali dell’Associazione ritengono esaurita la fase del nostro impegno nei Comitati che durante la campagna referendaria hanno sostenuto le ragioni del NO. E’ una decisione impegnativa per ogni livello operativo dell’ANPI; in tutte le provincie toscane il rapporto è già stato interrotto. Nel corso dell’ultima riunione regionale soltanto io ho espresso qualche riserva su questo passo, ritenendo che più energie si mobilitano nella lotta per tutela e la piena attuazione del dettato costituzionale meglio è, alla condizione che i Comitati provvedano a fissare in questo perimetro il loro ruolo futuro e la loro stessa denominazione. Ma l’ambito di intervento che essi si sono dati nella recente assemblea nazionale è aperto a problematiche che, intervenendo nell’agone più direttamente politico, esulano dal nostro campo di iniziativa. Se questo è, l’assunzione di una connotazione di parte dei Comitati, qualora vi fossimo integrati, ci farebbe perdere quell’autonomia dai partiti, che è la base stessa della nostra esistenza come entità pluralista, la quale si propone di aggregare sui valori trasversali dell’antifascismo, della libertà e dei diritti, tutti i soggetti che in essi si riconoscono indipendentemente dall’appartenenza politica.

Per cui penso che dovremo decidere il nostro atteggiamento di volta in volta: quando fossero sul tappeto temi coerenti con l’ispirazione che ci anima, non faremo mancare il supporto dell’ANPI; diversamente non potremo essere della partita. Questo non significa che nostri iscritti o militanti non potranno partecipare alla vita dei Comitati; se lo vorranno lo faranno a titolo personale, come si partecipa alla vita di un partito, perciò senza coinvolgere o impegnare l’Associazione dei Partigiani. Questa, nelle condizioni date, è la massima disponibilità che possiamo dare.

E’ l’autonomia che fa di noi un patrimonio dell’Italia repubblicana; gli stessi partiti, se mossi da una visione politica ancorata all’interesse collettivo, dovrebbero tutelarla, rinunciando ad ogni possibile tentazione di fare dell’ANPI il veicolo della propria strategia. Perché è nel loro interesse l’esistenza di una associazione pluralista e di massa che lavora alla promozione dei valori cui essi stessi si richiamano e che costituiscono il collante delle energie innovative e democratiche del Paese. E’ facendo compiutamente il suo che l’ANPI, invece di subire le divisioni politiche del momento, può contribuire allo sviluppo di un dialogo indispensabile per superare la crisi socio-economica e del sistema politico che da troppo tempo ci angustia. Non si può far vivere l’Associazione immaginando sintesi improbabili di posizioni politiche prese altrove: l’ANPI dovrà piuttosto elaborare, appunto autonomamente, un proprio e forte racconto, vedendo se si possono ricostruire, sulle questioni fondamentali, le ragioni dell’unità del mondo democratico.

Ciò porta con sé una riflessione su come si sta nell’Associazione, anche alla luce dell’esperienza. Chi, come molti di noi, io compreso, mantiene la doppia militanza, deve avere la capacità, o comunque porsi l’esigenza, di contenere quella nel partito, che nessuno contesta, nell’ambito che implica l’adesione all’ANPI. Nella fase della formazione delle decisioni il pluralismo è una insostituibile ricchezza: tutti gli iscritti non solo hanno il diritto ma anche il dovere verso gli altri di esprimere liberamente la propria opinione, essendo questa la condizione di una sintesi alta. Quando questa è intervenuta, seguendo il percorso più partecipato possibile, il dissenso si può manifestare anche pubblicamente ma seguendo i canali previsti dalle regole interne che concordemente ci siamo dati, senza mai venire meno al doveroso senso dell’appartenenza. Perché non siamo un circolo culturale o un’accolita di bontemponi, ma l’ Associazione del partigianato e dell’Antifascismo, la quale ha una grande responsabilità verso ciò che rappresenta e verso il futuro: essa va onorata nella maniera più seria e responsabile.

Una cosa è dire che non sei d’accordo, e votare coerentemente con le proprie opinioni, altra è proporsi di fatto come catalizzatore del dissenso in presenza di una campagna più ampia che fatalmente ha contribuito ad alimentare un pesante attacco portato dall’esterno all’ANPI per provocarne la spaccatura. Lo dico con tutta la mia volontà inclusiva: se in avvenire dovessero riproporsi situazioni simili, chi vi fosse coinvolto, tanto più se la sua storia e la sua posizione del momento ne faranno un personaggio di rilievo del nostro ambiente, ci pensasse due volte prima di agire. Anche a me è stato chiesto di prendere parte o tenere iniziative di partito nel periodo referendario: ho sempre declinato l’invito per correttezza nei confronti dei nostri iscritti e per rispetto del mio ruolo nell’Associazione provinciale.

Parimenti non è stato bello nemmeno prendere per buone le strumentalizzazioni dei media a noi ostili e, come dominati da un pregiudizio, farne a pochi giorni dal voto materia di un ruvido intervento sui social contro l’ANPI, senza verificare preventivamente con gli Organismi dell’Associazione la fondatezza di quanto da essi riferito.

Ma, guardando avanti, dobbiamo avere coscienza del fatto che la piena trasparenza dei rapporti si raggiunge, oltre che con le parole, lavorando insieme sui temi condivisi. Ed è di questo, chiariti i criteri della nostra vita interna, che dobbiamo occuparci da ora in poi.

Dell’impegno sulla Costituzione, ho già parlato. Adesso fissiamo a grandi linee, e per soli titoli, o poco più, i punti salienti del nostro programma di lavoro per i prossimi mesi. Un programma aperto, che potrà essere via via integrato per mantenerlo aderente alla realtà concreta sempre in trasformazione.

Come già accennato, il perfezionamento e lo sviluppo della nostra Associazione è una questione prioritaria, di portata strategica. Quattrocento e più iscritti in provincia non sono pochi, ma possiamo fare di più, sia costruendo l’ANPI là dove ancora non c’è, come nella Costa d’Argento, sia aumentando le adesioni nei luoghi che ci vedono presenti. Non è solo un problema di ordine economico-finanziario, pure esistente: ne va della nostra capacità di leggere le situazioni e di intercettare al meglio le aspirazioni della gente per tradurle in iniziativa. La tendenza all’aumento delle iscrizioni, che registriamo anche nel 2016, è, in proposito, incoraggiante. Le sezioni, come ripeto spesso, hanno una funzione centrale e dovranno essere ulteriormente potenziate, mettendogli a disposizione ogni risorsa possibile: sono contemporaneamente antenne nel territorio, indispensabili per elaborare la politica, e sedi attraverso le quali si materializza l’attività dell’Associazione nella società. Per questo si impone con forza anche il problema della formazione politica dei militanti e dei gruppi dirigenti locali, che vogliamo affrontare organizzando a breve corsi a ciò finalizzati. La questione giovanile, in tutte le sue sfaccettature, deve essere il nostro assillo permanente, quello non ci fa dormire di notte. Ad essi l’organizzazione va aperta al massimo, a tutti i livelli, mentre la convenzione con il MIUR dovrà essere tradotta in pratica con un’attenzione maniacale per consentirci la presenza in tutte le scuole della provincia. I rapporti con la Rete degli Studenti Medi, già ottimi, vanno in tal senso sviluppati ulteriormente nella reciproca autonomia.

La riforma della politica e dei partiti, nello spirito della Costituzione, per contrastare la deriva populista in atto e perfezionare la democrazia, è roba anche nostra. A noi compete sollevare quei problemi che tutta la politica tende purtroppo a trascurare, presa com’è dall’autoreferenzialità, organizzando vere e proprie campagne di massa che trascinino e partiti ad occuparsi davvero della vita reale delle persone. Sono quelli della pace, dei quali nessuno più parla se non in termini di interventi militari nella aree più calde del mondo; della lotta al terrorismo, rimuovendo le ingiustizie e le diseguaglianze che lo alimentano; del lavoro e della giustizia sociale, realizzando un forte intreccio tra economia e un umanesimo aggiornato, che ponga l’uomo invece del denaro, al centro dell’agenda politica. Oltre alla tutela dell’ambiente, senza la quale tutto crolla. Dobbiamo farlo dal punto di vista culturale, creando attorno a queste tematiche quella sensibilità diffusa che le fa diventare senso comune. Per cui, chi di dovere, non possa più ignorarle.

L’altro giorno a Firenze, tra presidenti provinciali dell’ANPI, abbiamo insistito particolarmente sull’esigenza di una lotta efficace al neofascismo, sul pluralismo dell’informazione, sulla legalità. Sono questioni di portata generale e democratiche di prima grandezza, ma che ci interpellano direttamente, avendo esse un rapporto più o meno stretto anche con il nostro territorio, rispetto alle quali non possiamo disimpegnarci.

L’informazione è un problema che concerne la libertà, è un diritto fondamentale del cittadino. Quindi non può non destare grande preoccupazione l’allineamento, salvo poche eccezioni, dei principali mass media del Paese agli interessi più forti e alle forze di governo, qualunque esse siano (non successe, se ricordo bene, soltanto quando a Palazzo Chigi sedeva l’Ulivo): una cosa che ha portato l’Italia, credo al 77^ posto nella graduatoria mondiale relativa alla libertà di stampa: cioè nella parte più bassa della lista, accanto a Paesi che non brillano quanto a garanzie democratiche.

Sul contrasto del neofascismo, come sull’informazione, abbiamo chiesto che l’ANPI si faccia promotrice di due specifiche iniziative a livello nazionale o regionale. Se l’istanza avrà un seguito, collaboreremo; altrimenti metteremo in cantiere una nostra mossa. Penso che il tema debba essere messo al centro delle prossime celebrazioni della Liberazione, nel suo rapporto con il rispetto della Costituzione repubblicana, poiché il quadro provinciale, inserito nel contesto europeo e italiano, ci offre più di un motivo di seria preoccupazione. Già prima esistevano precisi segnali, ma particolarmente dopo l’esito delle ultime elezioni amministrative, che hanno consegnato alla destra gli importanti comuni di Grosseto e di Orbetello, e,conseguentemente, l’Amministrazione provinciale, assistiamo ad un attivismo crescente da parte degli adepti locali del fascismo. Ultimamente abbiamo avuto, con l’annuale strumentalizzazione della Giornata del Ricordo, giocandola contro l’Antifascismo: le bravate razziste contro gli immigrati che raggranellano qualche spicciolo nel parcheggio dell’ospedale a Grosseto (una situazione che va comunque legalizzata, tramite la necessaria regolamentazione, come noi abbiamo chiesto da tempo di fare alle istituzioni locali); lo svolgimento di più di una conferenza o dibattito volti alla riabilitazione in qualche modo del ventennio (in occasione della presentazione di un libro, l’interrogativo era se il fascismo fosse stato dittatura o nientemeno che Stato sociale!); la richiesta di Fiamma Tricolore di intitolare una strada o una piazza a Italo Balbo a Orbetello, che ha trovato la disponibilità del sindaco di destra e, purtroppo, il possibilismo di qualche politico locale dell’area democratica. Adesso è in programma l’apertura, tra qualche giorno, della sede di casa Pound in città, i cui aderenti è noto a tutti che si definiscono “i fascisti del terzo millennio”.

Al riguardo registro alcune perplessità tra noi. Ma facendoci prendere dal timore di dare più visibilità all’avversario, ci condanneremmo all’inerzia davanti ad una emergenza. Mentre il solo modo di non mostrare una nostra debolezza è di organizzare la partecipazione. Infine, se la risposta al neofascismo deve essere soprattutto culturale, osservo che ogni gesto umano fa cultura, specie quando a compierlo sono molte persone, come in una manifestazione pubblica.

Noi abbiamo levato la nostra protesta in queste circostanze e dobbiamo continuare a farlo con sempre maggiore forza, creando il problema di fronte al rischio dell’assuefazione e ad un comportamento delle Pubbliche Autorità che non riteniamo adeguato, perché sostanzialmente continuano a considerare queste iniziative una separatamente dall’altra e non nel loro insieme, sfuggendogli così la percezione di un contesto allarmante, rispetto al quale la legislazione vigente potrebbe consentire una maggiore severità. Lo abbiamo scritto in una lettera al Prefetto e al Questore, che ha raccolto l’adesione di molte Associazioni, e dobbiamo farne motivo di una iniziativa verso il Ministero dell’Interno mobilitando i parlamentari disponibili. Più che altro su tutto questo è necessario che ci facciamo ispiratori dell’unità di tutte le forze e energie antifasciste organizzate e della necessaria reazione popolare. I nostri alleati naturali, anche in questo, sono le organizzazioni sindacali, specie la CGIL, l’ARCI, Libertà e Giustizia, le e i giovani della Rete degli Studenti Medi, chiunque sia sensibile al problema. Già alcune cose le stiamo facendo, in aggiunta alla normale attività: intanto appropriandoci correttamente della tematica delle Foibe, con la presentazione tenuta ieri del documento nazionale dell’ANPI sul confine italo-sloveno. Parlarne dal nostro punto di vista non è un cedimento, ma il solo modo di ripristinare la verità dei fatti, togliendo alla destra estrema un argomento propagandistico di rilievo. Lo abbiamo fatto recando il nostro contributo alla celebrazione della Giornata della Memoria, nel corso della quale sono stati celebrati i caduti grossetani nei campi di concentramento nazisti; con il sostegno dato a iniziative editoriali sulla Resistenza locale. Inoltre, è in preparazione un sit-in unitario per il prossimo 18 febbraio per testimoniare, insieme con altre forze, l’anima antifascista della Maremma in contemporanea con l’arrivo a Grosseto di Casa Paund. Facciamone un appuntamento partecipato al massimo.

Si pone anche il problema del rapporto con le Amministrazioni locali dirette dalla destra. In proposito credo che dobbiamo tenere ben presente la distinzione tra le forze politiche e le istituzioni: guai a noi se facessimo di ogni erba un fascio. Per chiunque vinca le elezioni, nello Stato democratico nato dalla Resistenza, l’antifascismo non è una opzione, ma un dovere imprescindibile. Perciò noi ci rivolgeremo al Pubblico Ufficiale, non all’uomo politico, quando incontreremo i sindaci di destra chiedendo loro di assicurare la collaborazione consolidata negli anni. In questa veste li inviteremo a partecipare alle celebrazioni. Se apparteranno a forze che si ispirano all’antifascismo, sarà ancora meglio.

Concludo questa relazione limitandomi a richiamare il tema della legalità. E’ una questione complessa e con più sfaccettature, fortemente connessa con l’esercizio reale della democrazia, e perciò appartenente al campo di intervento della nostra Associazione. In questa sede pongo l’attenzione sull’infiltrazione mafiosa nell’Italia centrale, che da noi si manifesta pure attraverso il brutto fenomeno del caporalato. Su questo problema dovremo programmare iniziative mirate in accordo con il regionale e con il nazionale, allargando lo sguardo ad un rapporto non sempre trasparente tra politica ed economia, nel quale l’una perde la propria autonomia dall’altra, così venendo questo a costituire una delle più significative radici della crisi dei partiti e, conseguentemente, anche uno dei terreni della riforma della politica, della quale parlavo prima, per restituirla alla gente.

Nel complesso ci troviamo un’agenda impegnativa e ricca, che dovremmo gestire non da soli, sia pure sotto il nostro impulso. Vogliamo costruire un forte e largo sistema di alleanze su queste problematiche, parlando con le energie a noi più affini, tra le quali, per la grande valenza culturale che presenta il cimento che ci proponiamo, una parte preminente dovrà essere riservata all’intellettualità locale. Troppo a lungo trascurata.

Flavio Agresti

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