Solidarietà alle lavoratrici della Mabro.

La solidarietà alle lavoratrici della Mabro è scontata, come fu quella data ai dipendenti dell’Eurovinil, e per tutte le altre che non faremo mancare ai disgraziati che verosimilmente in futuro potranno perdere il loro posto di lavoro.
Ma la solidarietà non basta: occorrono azioni concrete, per tutelare un diritto sancito dalla Costituzione; occorrono da parte dei governanti, soprattutto, e dal mondo dell’impresa. E mentre chiediamo che questi facciano ogni cosa per assicurare il lavoro a chi è stato licenziato, non possiamo non richiamare l’attenzione sul fatto che tale obiettivo prenderà tanto più corpo se finalmente si porrà mano ad un vero e proprio cambiamento di paradigma, invece di trastullarci con provvedimenti di corto respiro, che sono tali perché organici ai falsi valori che informano tanta parte del nostro attuale modello di vita. Le infrastrutture, se sono quelle giuste, aiutano, ma non rappresentano il toccasana contro la crisi occupazionale. Se sono quelle sbagliate stimolano uno sviluppo malato, tossico, del quale non si sente alcuna necessità.
Parlo di un cambiamento per definizione culturale, che dovrà essere anteposto a qualsiasi altra iniziativa materiale, considerandolo la molla di più stretto intreccio tra economia e umanesimo: il vero cuore del problema. Altrimenti la prima tende a strutturarsi come potenza in sé, che nella misura in cui assume il denaro per pochi come finalità assoluta, si allontana progressivamente dalla vita reale, diventando nemica dell’uomo. Così purtroppo oggi accade; per cui le fabbriche, ancorché produttive, vengono spostate dove si può guadagnare di più, grazie all’esistenza in loco di condizioni premoderne relativamente ai diritti dei lavoratori. Mentre proprietà e managment aziendali, quando non sono incapaci, invece che alla continuità e allo sviluppo dell’attività industriale cui sono preposti, preferiscono dedicarsi alla più facile e redditizia speculazione finanziaria, facendo soldi con i soldi, non con il lavoro tutelato e garantito dalla legge: un percorso infernale che penalizza i medesimi imprenditori seri, più creativi e sensibili. (Infatti, se nel caso Eurovinil scontammo la delocalizzazione del reparto tende, in quello della Mabro fino ad ora è mancato un imprenditore capace di investire negli impianti e di rilanciare la rete commerciale). Non per caso lo stesso Francesco parla di “una economia che uccide” gettando lo sguardo su ciò che accade in un mondo modellato da una globalizzazione centrata sul massimo profitto immediato e sulla deresponsabilizzazione dell’impresa.
Non è ovviamente in discussione la proprietà privata, ma cosa tante imprese tendono a diventare e cosa l’impresa in genere dovrà invece essere, recuperando tutta intera quella funzione sociale ad essa assegnata dalla Costituzione, in base alla quale, insieme alla giusta remunerazione del capitale investito, essa si dovrà proporre il bene collettivo, realizzando la necessaria saldatura con i bisogni umani. O fa questo o l’impresa perde senso.
D’altronde è soltanto strutturando l’economia sul soddisfacimento di questi bisogni, che non sono più esclusivamente materiali, che riusciremo ad aprire una nuova stagione di sviluppo, nuovo nei presupposti e nelle finalità, cominciando dal rispetto dell’habitat. Di tali bisogni, poiché ne è lui stesso il portatore, l’interprete diretto e più conseguente è l’uomo; sicché è bene che egli sia messo nella condizione di esprimerli continuativamente, giorno dopo giorno, non una volta ogni cinque anni con il voto, valorizzando la rappresentanza democratica e il ruolo insostituibile delle associazioni (partiti, sindacati, volontariato, ecc.) nelle quali le persone normalmente si organizzano portandovi il carico delle proprie aspirazioni. La cosiddetta “deforma” della Costituzione è stata bocciata dagli italiani lo scorso 4 dicembre perché non faceva i conti con questi nodi se non nel modo sbagliato, volendo rispondere alla sfida della complessità con un efficientismo dirigista e ademocratico.
I denari, creati dalla produzione di beni e servizi, se distribuiti in maniera equa, sono uno strumento a disposizione dell’uomo per vivere dignitosamente; non può reggere una politica che, forzandone la natura, al contrario assoggetta l’umano alle dinamiche dei soldi, sia impoverendo la generalità delle persone sia sottoponendole a modi e tempi insostenibili di vita.
Se, come spero, tutti i soggetti interessati si pongono in questa dimensione, ormai matura nella coscienza collettiva per quanto impegnativa e non scontata, la quale presuppone tra l’altro un più marcato intervento pubblico in economia in luogo del liberismo selvaggio, del lasciar fare il mercato insomma, lo stesso fallimento dell’azienda maremmana potrà non segnare la chiusura nel peggiore dei modi di una vicenda annosa e significativa del nostro tempo, ma costituire l’inizio di una soluzione positiva proiettata nel futuro.

Presidenza provinciale ANPI – Grosseto. 10.1.2017

Annunci