lettera di Flavio Agresti inviata al Tirreno

Relativamente alle dichiarazioni rilasciate a Il Tirreno il 12 settembre scorso da alcuni compagni dell’ANPI mi preme fare qualche precisazione seguendo un registro “istituzionale”, come compete al Presidente provinciale dell’Associazione. Questo perché credo che nella discussione alcuni criteri e punti fermi vadano recuperati interamente, altrimenti chi legge ne trae un quadro sbagliato.
Premetto che intervenendo nel dibattito sulla riforma della Costituzione questi compagni hanno esercitato un diritto riconosciuto e garantito, mettendo in luce un travaglio vero, ma aggiungo che l’espressione del dissenso non può prescindere dalla realtà delle cose e, spiace dirlo, dal rispetto di coloro che condividono la scelta fatta dall’Associazione, ma anche dell’Associazione stessa, cui si appartiene.
L’ANPI , per ciò che rappresenta e per le idealità che diffonde, è un importante patrimonio del Paese; va sempre trattata con cura, perché è facile farle del male, specialmente in passaggi delicati e impegnativi come l’attuale, al di là delle stesse intenzioni. Ma la modalità scelta per comunicare il proprio pensiero, può prestarsi a fin troppo facili strumentalizzazioni.
Siamo una Associazione politicamente e culturalmente pluralista, “la casa di tutti gli antifascisti” che, in quanto tale, vive della propria autonomia dal quadro politico e dai partiti. Non abbiamo governi “amici” o “nemici”: guardiamo al merito dei loro atti e su questo definiamo le nostre posizioni. Al nostro interno non vi sono e non dovranno mai esservi componenti partitiche; ognuno degli iscritti aderisce e opera a titolo personale.
Ed è, appunto, nella propria autonomia che l’ANPI ha maturato la decisione di schierarsi per il NO nel Referendum sulla riforma costituzionale. L’ha fatto attraverso il percorso più partecipato e perciò più democratico, quello congressuale, ottenendo il consenso del 97 per cento dei delegati, non per volontà di un ristretto gruppo dirigente nazionale, che oggi viene dipinto dai detrattori come mosso da animosità politica. C’è stata partecipazione matura e consapevole a quella scelta, tutt’altro che accodamento a posteriori delle sezioni.
Perciò la prima condizione del dialogo tra noi, comunque utile e costruttivo per tutti, è che si riconosca da parte di entrambi gli interlocutori la piena legittimazione democratica della posizione assunta dall’Associazione dei Partigiani, altrimenti vedo ben pochi spazi di confronto e più di un serio rischio.
D’altronde non è la prima volta che l’ANPI si schiera, coerentemente con il proprio Statuto che la impegna all’azione quando, come adesso, sono in gioco i diritti dei cittadini e i fondamenti del regime democratico. Lo fece contro la presenza in Parlamento del MSI, contro la “legge truffa”, contro la formazione del governo Tambroni con i voti fascisti e contro la riforma della Costituzione di Berlusconi, senza che nessuno eccepisse alcunché. Perché solo adesso questo diventa un problema?
Non guardiamo elusivamente al passato, per quanto glorioso; siamo soprattutto impegnati dalla natura dell’Associazione a fare “memoria attiva”: il che significa lottare per affermare nell’attualità i valori che più di settant’anni fa mossero gli antifascisti e i Partigiani. Tanto più che oggi non ci troviamo a fare i conti con questioni sì importanti ma nel contesto piuttosto marginali, bensì con temi di fondo. Infatti, come può un Paese reggere se diretto da un governo che pur disponendo di una maggioranza in Parlamento si può trovare in minoranza nell’elettorato, anche significativamente, come ha vivaddio riconosciuto lo stesso ex presidente Napolitano? Come può tenere e svilupparsi una democrazia se metà della popolazione non si riconosce addirittura nella Costituzione, che rappresenta il Patto di convivenza degli italiani?
Questo è il punto principale su cui ragionare insieme. Non si può bollare come genericità o propaganda: è tutt’altro! Conoscendo i compagni da tanti anni, la loro sensibilità e il loro attaccamento all’ANPI, penso che sia possibile riguadagnare questo livello del dibattito. Però bisogna usare con misura anche le parole. Non si può peccare di manicheismo: non è vero che da una parte vi sia chi ha capito tutto ed ha a cuore le sorti del Paese e dall’altra chi, insensibile al bene comune, fa solo demagogia, animato da intenti politici volti ad un vantaggio immediato e di parte. Insomma,“democratici adulti” siamo tutti, non soltanto chi voterà in un certo modo!
Il momento è di quelli più seri, non drammatizziamo ma nemmeno sottovalutiamo. Dimostriamoci all’altezza della responsabilità che ci compete, ciascuno restando nelle proprie convinzioni, se le ha tanto radicate, ma con il massimo di disponibilità e, ripeto, di rispetto verso il prossimo e le sue ragioni. Però tenendo presente che il congresso c’è già stato e non si può ricominciare da capo. E’ possibile, oltre che indispensabile, perché sono fermamente convinto che le ragioni dell’unità siano tanto più forti del sempre possibile richiamo di altre appartenenze rispetto a quella all’ANPI.

Flavio Agresti, presidente del Comitato provinciale dell’ANPI Grosseto.

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