INTERVENTO DEL PRESIDENTE PROVINCIALE ALLA MANIFESTAZIONE DI SANTA FIORA

Nella battaglia referendaria l’ANPI sta mettendo il massimo dell’impegno fin dall’inizio, al punto di rischiare l’unità dell’Associazione. Ma al termine della recente campagna congressuale oltre il 95% degli iscritti ha approvato la scelta di schierarsi per il NO.

Nelle Assise nazionali si è detto che la Costituzione Repubblicana è stata scritta dal sangue dei Partigiani: non lasceremo che venga manomessa da chicchessia, tantomeno da un governo che in maniera inusitata ha, nell’occasione, invaso un campo di iniziativa non suo; né da un Parlamento esautorato dall’esecutivo ed eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale e non più rappresentativo della volontà popolare, stanti i numerosi passaggi di molti parlamentari da un gruppo politico ad un altro. Non siamo contrari ai necessari aggiornamenti; non condividiamo lo stravolgimento operato dalla maggioranza.

Abbiamo subìto molti tentativi di spaccarci da parte di soggetti esterni, veicolati da una parte della stampa, cominciati con il vergognoso attacco al Presidente Smuraglia mosso da certo Rondolino sull’Unità, ricorrendo a toni irridenti e scioccamente intimidatori, lontani anni luce dal costume e dalla tradizione della sinistra.

Ma la compattezza dell’ANPI ha tenuto, perché quella decisione è stata presa seguendo un percorso democratico, e anche grazie al fatto che il senso di appartenenza all’associazione dei Partigiani in moltissimi militanti è stato più forte del senso di appartenenza ad altre organizzazioni.

Siamo una entità pluralista dal punto di vista culturale e politico, la Casa di tutti gli antifascisti. Non essendo un partito non facciamo politica in maniera tradizionale, non stiamo pregiudizialmente né in maggioranza né all’opposizione. La nostra missione è quella di fare “memoria attiva”, cercando di affermare nell’oggi i grandi valori della Resistenza insieme con chi condivide le nostre stesse motivazioni. E quando, come adesso, sono in gioco i connotati della nostra democrazia e i diritti delle persone, scendiamo decisamente in campo fedeli alla nostra peculiare identità fissata dallo Statuto.

Lo spostamento del potere dalle Assemblee elettive agli esecutivi e l’attacco alla rappresentanza, di cui testimonia pure il cosiddetto “combinato disposto” tra la modifica della Costituzione e la nuova legge elettorale, per cui il partito che ottiene appena il 25% dei voti si prende la maggioranza della Camera dei deputati, disegnano uno scenario inquietante. Che si aggrava ulteriormente, completando il quadro, se a tutto questo aggiungiamo le trattative in corso sul Ttip, un accordo segreto per quanto incidente sull’agibilità democratica delle istituzioni pubbliche, sulla cittadinanza e sulla vita reale di tutti noi, perché prominenti su quelli delle persone diventano gli interessi delle corporation soprattutto americane.

Il fatto è che certi governanti e i poteri invisibili dell’economia, anche con questi atti, stanno tentando di omologare i sistemi politici dei Paesi Occidentali ad una globalizzazione gestita dalla grande finanza mondiale, nella quale l’uomo e i propri bisogni non contano più nulla. L’attuale presidente della Commissione Europea ha detto tempo fa che l’economia e la politica ormai funzionano rispondendo ai comandi di un “pilota automatico”, evidentemente espresso dalle leggi indiscutibili del mercato capitalistico: un’affermazione gravissima e veritiera in quanto dimostra come ai piani alti delle stesse istituzioni pensino che le elezioni non abbiano più alcuna rilevanza. La dimostrazione empirica l’abbiamo avuta in Grecia!

Chiaramente costoro, in linea con i desiderata della J.P.Morgan, vogliono istituzionalizzare, rendendolo eterno, il sistema economico e sociale che ha prodotto la crisi e con essa disoccupazione, precarietà, enormi differenze sociali, povertà, esclusione. Dobbiamo dirlo forte e chiaro a chi crede che con la vittoria del SI troverebbe più facilmente il lavoro ed anche a quelle organizzazioni sociali, o parti di esse, che sembrano prestare ascolto alla grancassa di una innovazione e di una semplificazione indistinte ma sempre funzionali agli interessi dei più forti. Noi crediamo che invece occorra la rivalutazione dell’uomo e dello spazio che gli compete, per disegnare su i suoi bisogni, non sulle dinamiche del denaro, il nuovo sviluppo; che occorra insomma un più forte intreccio tra economia e umanesimo. Soltanto da qui può e deve derivare quel “nuovo inizio” senza il quale davanti a noi si para la prospettiva di una rovinosa decadenza. Di essa decadenza la modifica della Costituzione e l’Italicum sono figlie e molle al tempo stesso.

Quelli sono testi scritti sotto dettatura e che per questo non presentano margini significativi di mediazione politica, inducendo il governo a spaccare il Paese su materie, come le regole, che invece dovrebbero unirlo.

Questioni tanto grandi non possono non suscitare passioni e pluralità di punti di vista; se questa pluralità nasce da giuste motivazioni, è un fatto indubbiamente positivo.

Nell’ANPI il dissenso non è stato e non sarà criminalizzato: chi non è d’accordo voterà come vuole e durante la campagna referendaria potrà sostenere le proprie convinzioni; l’importante è che lo faccia a titolo elusivamente personale. La libera espressione del pensiero è un diritto sacrosanto sancito dalla Costituzione: non saremmo certo noi a negarlo; e chi si comporterà in maniera diversa dalle decisioni prese comunemente non sarà considerato un traditore. Al contrario di quanto accade altrove, a carico di questi non scatterà nessuna discriminazione, né alcuno patirà ostracismo di sorta. Ciò che chiediamo a tutti è il riconoscimento della legittimità della deliberazione presa dal Congresso.

Anche per questo il clima interno all’ANPI è buono, nonostante le tensioni che percorrono il mondo politico, grazie alla sensibilità di quanti, salvo due o tre casi in provincia, non hanno voluto drammatizzare la situazione portando alle estreme conseguenze le differenti opinioni.

Non è la prima volta che l’associazione partigiana si schiera: lo fece nel ’53 contro la “legge truffa”; nel ’60 contro il governo Tambroni e, più recentemente, contro la riforma costituzionale promossa a suo tempo da Berlusconi, senza che nessuno le contestasse alcunché. Ma allora il campo democratico era unito, mentre oggi è drammaticamente diviso, con una sua parte che siede al governo, assumendosi addirittura la paternità della riforma contro cui l’altra si batte duramente dai banchi dell’opposizione e nel Paese. E questo, se rende più ardua la prova, ci carica di una ulteriore responsabilità: dobbiamo evitare che la spaccatura si riproduca a cascata nei cosiddetti corpi intermedi e nella società nel suo complesso, promuovendo il dialogo con chi è disposto ad ascoltare; altrimenti la daremmo vinta a quanti sulla divisione delle forze realmente innovatrici fondano la propria strategia politica.

L’aria che respiro in giro non è negativa, malgrado il mancato raggiungimento delle 500.000 firme; i militanti sono in maggioranza motivati e tra la gente aumenta la voglia di capire. C’è troppa disinformazione conseguentemente all’atteggiamento dei principali media. I sondaggi dicono che ci sono ancora troppi indecisi sul voto da esprimere. E’ soprattutto con questi che si dovrà parlare.

Anche se la personalizzazione lo penalizza, stiamo attenti a buttarla sul Presidente del Consiglio e sul suo destino personale, e su quello del governo, per concentrare l’attenzione esclusivamente sul merito della riforma: perché è giusto, essendo su questo che gli elettori dovranno esprimersi, e perché più si parla di cosa stanno facendo alla Costituzione e delle conseguenze che questo avrà, più emerge la forza persuasiva delle nostre ragioni e la debolezza delle argomentazioni altrui. Metterci sopra altre cose, a maggior ragione se lo facessimo senza chiarire bene il nesso tra Carta costituzionale e vita reale delle persone, sarebbe improprio e ricompatterebbe gli avversari, probabilmente restringerebbe lo spettro delle nostre alleanze, invece di ampliarlo, rendendoci un pessimo servizio.

Anche attraverso i Comitati per il NO dobbiamo agevolare la più larga partecipazione alla campagna referendaria di soggetti che non sono collocati politicamente, ovviamente oltre a quelli che militano nei partiti o ne sono elettori, inclusi il PD e le altre formazioni della maggioranza. E’ qui, nel rapporto con essi e con gli indecisi, che si vince o si perde.

Per questo più Comitati si formano meglio è, tenendo presenti principalmente due criteri per noi dell’ANPI fondamentali e irrinunciabili.

Il primo: netta chiusura a destra, verso un mondo che include la Lega Nord e Casapound, anche Fratelli d’Italia, sia perché la discriminante antifascista è per noi un punto fermo e imprescindibile, sia per il fatto che molto diverse sono le nostre motivazioni dalle loro. Noi ci battiamo per sviluppare la democrazia partecipata; costoro vogliono il presidenzialismo. Facciano pure la loro campagna per il NO, ma senza pensare ad un qualsiasi collegamento con noi.

Il secondo: i Comitati operano non per mandare a casa il governo, cosa che compete alle forze politiche, ma per far bocciare la riforma renziana della Costituzione dal popolo italiano. Comitati e partiti sono entità diverse: nessuno dei secondi può immaginare di far vivere nei primi la propria identità e la propria piattaforma politica a livello nazionale come a quello locale. Così come non è opportuno che i Comitati si organizzino attorno a leader politici che, per quanto autorevoli e amati dalla gente, finirebbero per proiettare la loro appartenenza su questi organismi necessariamente pluralisti, limitandone capacità di espansione e credibilità. L’unica bandiera dei Comitati è quella dell’ANPI, che riassume il comune patrimonio ideale.

Ciò non significa annullare la funzione insostituibile delle forze politiche; significa invece collocarla nell’ambito suo proprio. Tutti i partiti schierati per il NO, durante la campagna referendaria, oltre ad aderire formalmente ai Comitati, nel pieno rispetto della loro natura, organizzeranno nella loro autonomia tutte le iniziative che riterranno utili, nelle istituzioni e nella società, diffondendo, sotto i propri simboli, le loro parole d’ordine. Come già accade, militanti ed elettori di questi partiti parteciperanno all’attività dei Comitati preferibilmente come cittadini mossi dalla necessità di difendere, con la Costituzione, il nostro regime democratico.

Mi rendo perfettamente conto delle difficoltà esistenti per distinguere la battaglia sulla Costituzione dal contesto politico in cui essa si svolge, anche perché dopo il referendum si attiverà comunque un processo politico di un segno o dell’altro a seconda di quale aggregazione vincerà la consultazione elettorale. Ma per essere noi a prevalere dobbiamo stimolare al massimo l’attenzione pubblica sul punto, mentre delle conseguenze, come del contesto, non potranno che occuparsene correttamente appunto i partiti, non certo i Comitati.

In conclusione vediamo come rapportarci con gli elettori, da oggi al voto. Iniziative pubbliche con il nome famoso si dovranno ovviamente fare almeno in ogni centro dei più importanti della provincia, evitando, per quanto possibile, di svolgerle al chiuso, per non parlarci addosso. Si dovranno privilegiare i luoghi aperti, come le piazze, dove il contatto con la generalità dei cittadini è più agevole. Soprattutto si dovrà interloquire con i disinformati ed anche con chi, al momento, non la pensa come noi, usando tutti i mezzi vecchi e nuovi, dal volantino alla Rete, senza trascurare il porta a porta, per suscitare una sensibilità e un dibattito pubblici i più ampi possibili, sulla scia di quanto già fatto con la raccolta, sia pure sfortunata, delle firme.

I banchetti non vanno smobilitati; dovranno invece essere moltiplicati, facendone dei punti di informazione e divulgazione delle nostre posizioni. Ce ne vorrà almeno uno per paese, con la presenza di militanti preparati. E andranno organizzate carovane di auto, adeguatamente addobbate, che raggiungano i centri urbani più isolati e le zone di campagna, tenendovi comizi volanti con la diffusione di materiale propagandistico. Insomma, in materia di informazione è necessario stuzzicare al massimo l’inventiva, perché i sostenitori del SI hanno dalla loro i principali mass media, soprattutto i telegiornali, del cui uso a dir poco scandaloso abbiamo prova in questi giorni con la pubblicazione dei tempi di presenza in rete delle due posizioni in campo, il SI e il NO, a tutto vantaggio della prima; mentre cosa ci aspetta nel prossimo futuro è dimostrato anche dall’avvicendamento dei direttori delle testate TV, avvenuto in queste ore tra le polemiche: per cui l’unico che resta al suo posto è quello del TG1, dimostratosi campione di faziosità.

Ma diversamente da essi noi contiamo sulla forza della ragione, che è un’energia invincibile se fatta fruttare in modo adeguato all’imperativo di difendere e sviluppare la democrazia italiana: questo dobbiamo fare, questo faremo mettendoci tutta la nostra intelligenza e tutta la nostra passione civica.

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