INTERVENTO DI LUCIANA ROCCHI SULLA LIBERAZIONE DI GROSSETO

Il calendario civile nazionale si è fatto nel tempo generoso di date e appuntamenti celebrativi. Siamo appena a due anni dall’inizio delle celebrazioni dei cento anni della Grande Guerra, si è avviato il cammino delle memorie del primo voto a vero suffragio universale e si sta preparando uno sguardo attento sui lavori dell’Assemblea Costituente, eletta giusto settant’anni fa.
A pochi giorni dai 70 anni dal voto delle donne, il nostro mese di giugno, precisamente il 15, conta 72 anni dalla fine del fascismo, dell’occupazione tedesca, della peggiore guerra mai vissuta dai grossetani. Conclusione precoce, perché l’Italia a nord della Linea Gotica dovette sopportare un secondo lungo inverno di guerra. Il traguardo della Liberazione, avvenuta entro il mese per tutto il territorio, costò oltre cento vittime.
Ogni celebrazione è un fatto nuovo, che può tradurre plasticamente in verità l’idea che il presente cambia il passato. Per noi, quest’anno, i fatti di giugno non sono gli stessi, perché ne sappiamo molto di più. Archivi pubblici e qualche armadio aperto dopo decenni arricchiscono il disegno che avevamo di qualche tratto. Non molto, perché occorrerà tempo per completare il quadro, ma certo indizi per calarci nel clima, attraverso parole scritte negli stessi giorni da testimoni-protagonisti. I documenti dei mesi che seguono presentano la cronaca di una catena di effetti moltiplicatori della straordinaria rottura avvenuta. Sarà compito di un futuro lavoro storico metterle in relazione e intrecciandole intrepretarle, ma alla voce del nostro più importante testimone – Aristeo Banchi, nome di battaglia Ganna –, a frammenti contenuti in brevi testimonianze successive, affianchiamo ora altre voci. Sono pagine scritte da uomini del Comitato provinciale di Liberazione Nazionale, verbali di assemblee, trascrizioni di testimonianze di persone che non avevano dimestichezza con la scrittura, fatte quasi subito, tanto da conservare intatto il pathos di un momento insieme tragico e carico di speranza.
Nello stesso nucleo, si intravedono gli indizi di nuove prospettive sui primi tempi del dopoguerra. A un primo sguardo, a prevalere sono la forza d’animo e la fiducia nel “progettare insieme”. Per il lavoro la cooperazione, per la vita civile e politica i nuovi organismi della partecipazione democratica. Nell’ottobre, la Conferenza di organizzazione del ricostituito Partito Comunista, uscito dalla clandestinità e dalla Resistenza, regitra due punti di vista diversi sul metodo per le nomine dei “posti di dirigenza”. Nella relazione conclusiva si legge che “siccome ambedue le proposte hanno il loro lato buono”, è necessario che “la cosa venga discussa” in modo da giungere a una scelta condivisa. Sono le prove di democrazia dell’inizio. La costituzione del governo della città, all’indomani della Liberazione, in cui era stata prevalente la presenza dello stesso Partito comunista, include tutte le forze politiche attive nella Resistenza, al di là della loro consistenza numerica.
La storia che nel corso del tempo si è scritta e riscritta, sull’antifascismo e la Resistenza, ha abbandonato le rappresentazioni agiografiche dei primi anni, ha saputo applicare categorie diverse, assumere un punto di vista ispirato a principi di analisi critica. Rimane in ogni caso, nella ricostruzione dell’uscita da fascismo, guerra e occupazione, bombardamenti alleati, l’immagine di un passaggio epocale, in cui anche a livello locale si lavorò alla ricostruzione in una forma plurale. Si è sempre sottolineato, proprio come carattere originale grossetano, la sintonia tra il Governo Militare alleato e il Comitato di Liberazione Nazionale. Fu riconosciuto agli antifascisti locali l’impegno che aveva consentito alle truppe dell’esercito alleato in arrivo dal sud di trovare Grosseto e altri paesi già liberati dalla presenza del governo fascista repubblicano. Ai “liberatori” rimaneva il compito di inseguire l’esercito tedesco in ritirata. Le stargi di civili furono un prezzo altissimo pagato dal territorio. Era la strategia decisa dai vertici della Wermacht, indipendente da qualsiasi provocazione. Furono le stragi di San Leopoldo, l’orribile carneficina dei minatori della Niccioleta, episodi singoli di violenza gratuita, lungo quella che è stata definita “scia di sangue”, lungo la Toscana e in Emilia, fino alla Linea Gotica.
I giorni della Liberazione di Grosseto nelle carte appena trovate hanno una nuova narrazione. Un operaio racconta e qualcuno trascrive, a poche settimane di distanza. Grosseto, narra, dopo la partenza del Comando tedesco e delle autorità di governo, “manca di qualunque potere locale. Si cominciano a occupare luoghi pubblici il 14. Nonostante le pattuglie italiane e tedesche che “girano ancora per la città. Viene fatta alla popolazione una distribuzione dtraordinaria di viveri, olio, pasta, formaggio; s’incoraggia affluenza di ortaggi, frutta e simili dal mercato.” e, prosegue, “è necessario non provocare incidenti”. Ma la mattina del 15 la situazione precipita; verso le 9 un gesto provocatorio di un soldato della Wermacht provoca una reazione. Le armi distribuite servono alla difesa. Il Comitato di Liberazione dopo le 10 dà ordine di rispondere con le armi. Nel racconto si ricordano gli uccisi negli scontri con gli ultimi soldati tedeschi rimasti in città. Il racconto, nella sua semplicità, fa sentire gli spari e poi il silenzio, la fine prima del nuovo inizio. In successione, due bandiere saranno issate, una rossa, l’altra bianca, alla sera. Segnala Grosseto città libera agli alleati. “Dopo circa un’ora, due camionette americane entrano in città. È il principio della libertà”. Infine la conta dei morti e dei prigionieri tedeschi, che saranno consegnati agli americani.
I toni sono in qualche parte retorici, diversi dal racconto che la storiografia deve fare di questi momenti. Ma lo sforzo che si deve a chi è attore e testimone è quello necessario a uscire dal tempo in cui vive chi legge e ascolta, per calarsi in un clima lontano dall’oggi.
Parlare di conquista della libertà, di uscita dalla paura e dalle molte emergenze della guerra, lutti familiari compresi, richiede tanto maggiore sforzo, quanto più la realtà si è allontanata da quella. Una realtà che condiziona le nostre domande e i nostri atteggiamenti mentali. Non era mai accaduto che si celebrassero questi avvenimenti nel cuore di una campagna elettorale. Non è blasfemo ricordarlo, perché è impossibile raggiungere memorie completamente condivise. Ma i valori che, al di là del giudizio sulla storia della democrazia, furono scritti nella Costituzione, sono, quelli sì, un patrimonio irrinunciabile, prodotto di una sintesi tra l’entusiamo di que giorni e la ragionevolezza delle necessarie mediazioni politiche che si seppero fare.

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