Quell’avventura impossibile

26prima-foto-la-presse-di-foto-vincenzo-livieri– Luciana Castellina, 26.04.2016 Resistenza. Uno stato legittimato e popolare non lo avevamo mai avuto La memoria diceva Primo Levi è sempre a rischio. Anche questo 25 aprile lha confermato: neppure un accenno alla pur fondamentale ricorrenza su la Repubblica di ieri; milioni di austriaci per i quali un qualche ricordo sulla fine del nazifascismo dovrebbe esser restato che allegramente votano per una sua nuova edizione. Certo, è vero, ogni volta che arriva il 25 aprile prima di decidersi ad andare alla manifestazione dellAnpi, ci si chiede: ma serve? Sì, serve. Ma sapendo che anche la memoria è soggetta alla storia, le cose si ricordano a seconda dei tempi, non perché si relativizzino, ma perché il tempo aiuta a capirne aspetti prima rimasti in ombra. La forza degli eventi si misura daltronde proprio su quanto continuino o meno a produrre attualità. Il 25 aprile è uno degli eventi mai rimasto materia immobile; in questo 2016 credo a tutti sia evidente che la data è caldissima. Non perché ci siano i fascisti alle porte ci mancherebbe ! ma perché in questi anni si è guastato il mondo in un modo così plateale che a tutti ci spaventa e a tanti ha fatto perdere la fiducia di poterlo riparare. Per questo ricordare la Resistenza ci aiuta. Perché si trattò di unavventura al limite dellimpossibile, un azzardo senza precedenti e perciò torna a dirci che si può sempre osare se cè uno scatto di soggettività. Quando dico che fu un evento straordinario non penso solo al dato militare. Penso alla cosa gigantesca che fra il 43 e il 45 si riuscì a fare: dare allItalia che non laveva avuto mai uno stato che tutti sentissero legittimo. LItalia, come si sa, uno Stato legittimato a livello di massa, davvero popolare, non laveva avuto mai: non col Risorgimento, che fu eroico ma elitario; non con i governi del Regno dopo lUnità, che mai conquistarono il cuore degli operai e contadini su cui i loro prefetti spararono massicciamente e disinvoltamente per poi mandarli a morire a centinaia di migliaia in una guerra che non era la loro. Poi venne il fascismo. Per questo la resistenza italiana è stata così speciale. Non cera, dietro, uno stato da reinsediare, si trattava di reinventarsene uno nuovo: uno finalmente decente e democratico. Ce labbiamo fatta non solo perché il fattore militare e quello strettamente politico laccordo fra i partiti antifascisti non esaurirono la vicenda resistenziale. Ci fu, e fu decisiva, quella che un grande storico, comandante della Brigata Garibaldi in Lunigiana, Roberto Battaglia, chiamò società partigiana, un espressione con cui volle indicare lautorganizzazione del territorio, lassunzione grazie ad uno scatto di soggettività popolare e di massa di una responsabilità collettiva per rispondere alle esigenze non solo delle proprie famiglie ma della comunità tutta. Fu il noi che prevalse sul io. Lantifascismo, inteso come sostanza penetrata nel senso comune, ha in Italia questa radice: lesperienza, autonoma e diretta, di sentirsi tutti attraverso scelte che nascono dalle piccole cose quotidiane come scrisse Calamandrei fino in fondo protagonisti della costruzione di un nuovo stato, finalmente davvero patria.
Se abbiano questa Costituzione è perché essa è il riflesso, lincarnazione di questa presa di coscienza. Che non a caso avverte che ogni cittadino non ha solo diritti e garanzie individuali, ma soprattutto quel diritto politico fondamentale che incarna la democrazia: di contribuire a determinare le scelte del paese. Proprio riflettendo su quanto da più di un decennio sta accadendo, a me sembra che la crisi della democrazia che stiamo vivendo non sia solo la conseguenza del venir meno di quel patto di vertice dei partiti che lavevano sottoscritto, ma più in generale dellimpoverirsi del tessuto politico sociale che con la Resistenza ne aveva costituito il contesto. Se la Costituzione non è più sentita come lasse della nostra morale politica è perché la nostra società non è più partigiana, ma passiva, priva di soggettività, estranea alla politica di cui non si sente e infatti non è più protagonista, chiusa come è nelle angustie dell io, sempre più disabituata a declinare il noi. Se lasciamo passare questa trasformazione senza reagire, la celebrazione del 25 aprile diventerà davvero solo retorica. Voglio dire che per celebrare bene occorre ritrovare quella voglia, quellimpegno, quella fantasia della fondazione della Repubblica. Questa nostra festa si chiama della liberazione, e non della libertà come qualche anno fa aveva furbescamente suggerito Berlusconi, perché la nostra parola dà conto di un processo storico, ci sollecita a dire chi la libertà ce laveva tolta e contro chi abbiamo dovuto combattere per recuperarla. La memoria che la celebrazione del 25 aprile rievoca ci ricorda che non ci siamo liberati dai tedeschi come si trattasse di un conflitto fra Germania e Italia ma dal fascismo, che fu anche italiano e non un fenomeno un po ridicolo fatto di parate e divise col fez, ma violenza antipopolare. E infatti cominciò con laggressione alle sedi sindacali, alle organizzazioni popolari comuniste socialiste cattoliche. Le celebrazioni servono a aprire gli occhi, grazie alla memoria che sollecitano, sulla emarginazione dalla nostra Repubblica del suo contenuto antifascista, che ne è la sostanza. Serve a richiamarci alla urgenza di un impegno a ricostituire la società partigiana; e cioè a riassumere la responsabilità della nostra comunità, a rimettere il noi al posto dellio. Sapendo che il noi oggi si è dilatato. Non è più quello di chi vive allombra del nostro campanile e nemmeno entro i nostri confini. Il mondo è ormai entrato nel nostro quotidiano, lo straniero e con lui la politica estera un tempo affidata agli specialisti lo incontriamo al supermarket, nella scuola dei nostri figli, nelle immagini dei disperati che approdano alle nostre coste o affogano nei nostri mari. La loro libertà vale la nostra, la nostra senza la loro non ha più senso. Per questo è giusto festeggiare il 25 aprile con immigrati e palestinesi, così come con chi è ancora vittima dellantisemitismo. Non è un debordare dal tema Liberazione, vuol solo dire sentirsi parte della condizione delle vittime e al tempo stesso responsabili della loro sofferenza. Il comandante Rendina, che dellAnpi di Roma è stato presidente, diceva che la memoria serve a riattivare il circuito delle ragioni che ci spingono a continuare la battaglia per un mondo migliore. Di riattivare questo circuito oggi cè estremo bisogno, per ritrovare fiducia nella politica, e cioè nel fare collettivo di ogni cittadino, politica come esercizio di cittadinanza attiva, riconquista della soggettività che lantipolitica ha annegato. Contro questa minaccia alla democrazia non serve prendere le armi come nel 43, serve però ricostruire relazioni, liberarsi dalle paure, guardare allaltro che ormai popola le nostre contrade per assumere insieme le responsabilità che ci toccano. Tornare a sentirci, e a diventare davvero, protagonisti. © 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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