DISCORSO DI FLAVIO AGRESTI PER IL 25 APRILE

Do il benvenuto a voi che partecipate a questa manifestazione.

E tutti insieme mandiamo un pensiero deferente alla memoria di coloro che nella guerra di Liberazione compirono l’estremo sacrificio e dei numerosi combattenti che ad essa per fortuna sopravvissero. Tra i tanti voglio ricordarne alcuni, il cui esempio di grande eroismo ne comprende tutti gli altri. Primi tra tutti i martiri della Niccioleta che, non dimentichiamolo mai, furono uccisi all’indomani della diffusione del bando firmato da Almirante: quel capo repubblichino che, se per qualcuno continua ancora oggi ad essere fonte di ispirazione, la storia ha invece inchiodato alla propria responsabilità di tragica figura di bieco razzista e “massacratore di partigiani”.

Quindi il mitico Tenente “Gino”, caduto a Murci di Scansano durante uno scontro armato con i fascisti; la staffetta partigiana Norma Parenti, a cui è dedicata la sede provinciale dell’ANPI; i cinque partigiani caduti nella battaglia del Frassine a Monterotondo e le vittime di Roccastrada; i ragazzi assassinati a Maiano Lavacchio; i comandanti Pietro Casciani e Sante Gaspare Arancio, operanti, insieme a Antonio Lucchini, nella zona di Manciano-Pitigliano. E, con loro, due figli della nostra città che ho conosciuto e frequentato nei miei anni verdi: Angiolino Rossi, detto “Trueba”, combattente in Spagna, e Aristeo Banchi, detto “Ganna”, un fegataccio che, tra altre mille altre azioni, in pieno fascismo issò la bandiera rossa sul campanile del Duomo di Grosseto.

I partigiani sono “Padri o Madri della Patria”. Lo sono perché se il Risorgimento realizzò l’Unità d’Italia, la Resistenza ha indubbiamente gettato le premesse della democratizzazione dello Stato, portando il popolo al suo interno, con la nascita dei Partiti di massa, con la Repubblica e con Costituzione.

Dai partigiani deriva la legittimazione democratica delle Pubbliche Istituzioni: teniamolo tutti sempre presente, come funzionari statali e come cittadini attivi nella vita politica e sociale. E’ stato grazie a loro, che affiancarono, e spesso precedettero gli eserciti Alleati, se l’Italia ha avuto salvo l’onore ed ha potuto affrontare a testa alta, non da Paese vinto, le sfide del dopoguerra.

I valori che 71 anni fa li mossero, insieme a tanti altri Antifascisti, sono ancora attuali, non soltanto perché i maggiori risultati politici della Resistenza purtroppo restano in larga parte sulla carta. Il fatto è che l’Antifascismo, oltre che testimonianza, sta purtroppo tornando ad essere materia di battaglia politica e ideale, visto ciò che accade in Europa con il riemergere di ideologie e movimenti xenofobi e di estrema destra che spesso si richiamano più o meno direttamente al nazismo. E che in alcune nazioni sono ormai al governo, stante l’incapacità della classe dirigente continentale di elaborare una politica positiva, creando soprattutto buon lavoro, presa com’è dall’ubriacatura dell’austerity.

Perciò chiaramente sbaglia chi, collocando il fascismo nel passato, per marcare la propria distanza da quel mondo si limita al doveroso riferimento alla Costituzione, all’esterno della quale per altro nessuno si chiama. Sbaglia, intanto perché è da quel totalitarismo che continuano a sgorgare i disvalori che minano le società d’oggi; poi perché vi sono forze conservatrici o apertamente reazionarie potentissime, che se non cantano “faccetta nera”, contestualmente a chi non disdegna i modi e la simbologia del “ventennio”, tramano contro la nostra libertà, agendo in uno scenario affatto rassicurante, essendovi presenti la possibilità di un nuovo inizio ma pure il rischio di una rovinoso declino.

Talché la militanza dichiaratamente antifascista è un dovere per ogni democratico conseguente.

La piena realizzazione della persona è tutt’altro che raggiunta, tanto che “Festival Resistente” di quest’anno si sta svolgendo con l’esortazione addirittura a “restare umani”, perché sta peggiorando la condizione esistenziale di noi tutti, con nuove solitudini e povertà, con maggiori diseguaglianze sociali, per cui della ricchezza si appropria un numero sempre più ristretto di speculatori.

La guerra è ancora una insopportabile realtà in troppe zone del mondo, mentre di nuove se ne annunciano persino alle porte di casa nostra; il terrorismo compie ripetutamente stragi di innocenti nel cuore dell’Europa; la chiusura egoistica prevale nel modo come i governi della parte opulenta del mondo reagiscono al fenomeno epocale delle migrazioni. Tutto questo mentre la politica, specie in Italia, versa in una crisi estremamente preoccupante, data dalla sua crescente distanza dai cittadini, che non si può affrontare con misure di semplice ingegneria istituzionale per altro finalizzate ad alterare vistosamente la rappresentanza.

Ecco perché questo 25 aprile lo dedichiamo alla pace, alla lotta al terrorismo, alla solidarietà e all’accoglienza, allo sviluppo della democrazia.

Se la pace non è soltanto assenza della guerra, ma politiche attive per rapporti sociali più giusti, il terrorismo è figlio dei conflitti armati oltre che del sottosviluppo: l’Isis cerca lo scontro militare, perché è la sua finalità e in esso può espandere la propria influenza. Si può sconfiggere elusivamente risolvendo i problemi che ne stanno alla base, attraverso la diplomazia e una forte iniziativa politica internazionale. Scaldare i motori degli aerei e contemporaneamente comperare petrolio sottobanco dal Califfato e mantenere relazioni con quei Paesi che spalleggiano in vario modo i terroristi non è affatto serio e prepara il peggio. L’uso della forza, che spetta soltanto all’ONU, non alle singole potenze che perseguono i loro interessi economici e geopolitici, è ammesso esclusivamente se fa parte di un’azione di più largo respiro che guardi alla libertà dei popoli e alla democrazia.

D’altronde il terrorismo delle Br in Italia fu vinto ricorrendo alle armi della politica, non allo scontro militare.

Ma la politica o è partecipazione o è un guscio vuoto.

Se si propone di portare le istituzioni alla velocità dei soldi e del mercato, invece che a quelli della democrazia, abdica alla sua funzione e non sarà l’interesse comune ma quello della finanza a dettare pure i tempi della formazione delle scelte pubbliche, oltre al loro contenuto; insomma, il denaro finirà per impossessarsi completamente della nostra vita, mortificando al massimo la stessa natura umana.

E ciò sarebbe estremamente grave, perché dalla crisi si esce soltanto immettendo i diritti e i bisogni reali della gente nell’economia, ovvero se saremmo capaci di realizzare un più forte intreccio tra produzione di beni e Umanesimo, già separati da un capitalismo finanziario senza regole.

In tal senso la presenza dei cosiddetti “corpi intermedi” della società è fondamentale. Il ruolo dei Partiti, opportunamente riformati, delle organizzazioni sindacali e dell’associazionismo in genere, e di tutte le altre sedi nelle quali le persone si esprimono, come le Autonomie Locali e la scuola, deve per questo essere promosso e valorizzato, non contestato e combattuto un giorno sì e l’altro pure.

La lotta alle diseguaglianze, dalle sociali che interessano tutti a quelle tra uomo e donna e generazionali, è parte del contesto. Come lo è la solidarietà verso i più deboli e indifesi, cominciando dai migranti che per sfuggire dalla guerra e dalla fame affrontano viaggi pericolosi a rischio della vita. Essi sono espressione di un cambiamento epocale che non può essere fronteggiato pensando di perpetuare un mondo che non c’è più. I muri e le barriere di ferro spinato che tanti Stati europei erigono ai loro confini fanno inorridire e urtano la coscienza degli uomini liberi, riproponendo immagini che credevamo ormai appartenenti al nostro peggiore passato e che adesso rischiano di far naufragare lo stesso progetto Comunitario.

Se non possiamo accettare tutti, il loro arrivo in tutta Europa dovrà comunque essere gestito con il criterio dell’accoglienza, escludendo i delinquenti. Si globalizzano le relazioni, si globalizzano i commerci e gli affari; è inconcepibile che altrettanto non faccia l’uomo.

Ma gli immigrati sono più una risorsa che un problema, non soltanto perché in vario modo danno alla Comunità che li accoglie più di quanto da essa prendono. Infatti la condizione umana ha sempre fatto grandi passi in avanti quando nella storia vi è stato mescolamento di razze di culture.

Adesso, anche con le migrazioni in atto, è in via di formazione una nuova Umanità, più evoluta e libera dai pregiudizi che paralizzano noi contemporanei; una Umanità che, proprio per questo, sarà portatrice dei germi di quel nuovo inizio di cui c’è estremo bisogno per evitare la decadenza e aprire all’uomo migliori orizzonti.

Questa è la nuova Resistenza!

Ecco cosa significa oggi dare continuità e sviluppo alle grandi idealità di giustizia e uguaglianza per le quali si batterono i Partigiani e tutti gli Antifascisti! Ciò noi contribuiremo a fare, sollecitando la politica a recuperare il proprio profilo valoriale, per restare dinamicamente fedeli all’eredità che essi ci hanno lasciato!

25 aprile 2016.

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Quell’avventura impossibile

26prima-foto-la-presse-di-foto-vincenzo-livieri– Luciana Castellina, 26.04.2016 Resistenza. Uno stato legittimato e popolare non lo avevamo mai avuto La memoria diceva Primo Levi è sempre a rischio. Anche questo 25 aprile lha confermato: neppure un accenno alla pur fondamentale ricorrenza su la Repubblica di ieri; milioni di austriaci per i quali un qualche ricordo sulla fine del nazifascismo dovrebbe esser restato che allegramente votano per una sua nuova edizione. Certo, è vero, ogni volta che arriva il 25 aprile prima di decidersi ad andare alla manifestazione dellAnpi, ci si chiede: ma serve? Sì, serve. Ma sapendo che anche la memoria è soggetta alla storia, le cose si ricordano a seconda dei tempi, non perché si relativizzino, ma perché il tempo aiuta a capirne aspetti prima rimasti in ombra. La forza degli eventi si misura daltronde proprio su quanto continuino o meno a produrre attualità. Il 25 aprile è uno degli eventi mai rimasto materia immobile; in questo 2016 credo a tutti sia evidente che la data è caldissima. Non perché ci siano i fascisti alle porte ci mancherebbe ! ma perché in questi anni si è guastato il mondo in un modo così plateale che a tutti ci spaventa e a tanti ha fatto perdere la fiducia di poterlo riparare. Per questo ricordare la Resistenza ci aiuta. Perché si trattò di unavventura al limite dellimpossibile, un azzardo senza precedenti e perciò torna a dirci che si può sempre osare se cè uno scatto di soggettività. Quando dico che fu un evento straordinario non penso solo al dato militare. Penso alla cosa gigantesca che fra il 43 e il 45 si riuscì a fare: dare allItalia che non laveva avuto mai uno stato che tutti sentissero legittimo. LItalia, come si sa, uno Stato legittimato a livello di massa, davvero popolare, non laveva avuto mai: non col Risorgimento, che fu eroico ma elitario; non con i governi del Regno dopo lUnità, che mai conquistarono il cuore degli operai e contadini su cui i loro prefetti spararono massicciamente e disinvoltamente per poi mandarli a morire a centinaia di migliaia in una guerra che non era la loro. Poi venne il fascismo. Per questo la resistenza italiana è stata così speciale. Non cera, dietro, uno stato da reinsediare, si trattava di reinventarsene uno nuovo: uno finalmente decente e democratico. Ce labbiamo fatta non solo perché il fattore militare e quello strettamente politico laccordo fra i partiti antifascisti non esaurirono la vicenda resistenziale. Ci fu, e fu decisiva, quella che un grande storico, comandante della Brigata Garibaldi in Lunigiana, Roberto Battaglia, chiamò società partigiana, un espressione con cui volle indicare lautorganizzazione del territorio, lassunzione grazie ad uno scatto di soggettività popolare e di massa di una responsabilità collettiva per rispondere alle esigenze non solo delle proprie famiglie ma della comunità tutta. Fu il noi che prevalse sul io. Lantifascismo, inteso come sostanza penetrata nel senso comune, ha in Italia questa radice: lesperienza, autonoma e diretta, di sentirsi tutti attraverso scelte che nascono dalle piccole cose quotidiane come scrisse Calamandrei fino in fondo protagonisti della costruzione di un nuovo stato, finalmente davvero patria.
Se abbiano questa Costituzione è perché essa è il riflesso, lincarnazione di questa presa di coscienza. Che non a caso avverte che ogni cittadino non ha solo diritti e garanzie individuali, ma soprattutto quel diritto politico fondamentale che incarna la democrazia: di contribuire a determinare le scelte del paese. Proprio riflettendo su quanto da più di un decennio sta accadendo, a me sembra che la crisi della democrazia che stiamo vivendo non sia solo la conseguenza del venir meno di quel patto di vertice dei partiti che lavevano sottoscritto, ma più in generale dellimpoverirsi del tessuto politico sociale che con la Resistenza ne aveva costituito il contesto. Se la Costituzione non è più sentita come lasse della nostra morale politica è perché la nostra società non è più partigiana, ma passiva, priva di soggettività, estranea alla politica di cui non si sente e infatti non è più protagonista, chiusa come è nelle angustie dell io, sempre più disabituata a declinare il noi. Se lasciamo passare questa trasformazione senza reagire, la celebrazione del 25 aprile diventerà davvero solo retorica. Voglio dire che per celebrare bene occorre ritrovare quella voglia, quellimpegno, quella fantasia della fondazione della Repubblica. Questa nostra festa si chiama della liberazione, e non della libertà come qualche anno fa aveva furbescamente suggerito Berlusconi, perché la nostra parola dà conto di un processo storico, ci sollecita a dire chi la libertà ce laveva tolta e contro chi abbiamo dovuto combattere per recuperarla. La memoria che la celebrazione del 25 aprile rievoca ci ricorda che non ci siamo liberati dai tedeschi come si trattasse di un conflitto fra Germania e Italia ma dal fascismo, che fu anche italiano e non un fenomeno un po ridicolo fatto di parate e divise col fez, ma violenza antipopolare. E infatti cominciò con laggressione alle sedi sindacali, alle organizzazioni popolari comuniste socialiste cattoliche. Le celebrazioni servono a aprire gli occhi, grazie alla memoria che sollecitano, sulla emarginazione dalla nostra Repubblica del suo contenuto antifascista, che ne è la sostanza. Serve a richiamarci alla urgenza di un impegno a ricostituire la società partigiana; e cioè a riassumere la responsabilità della nostra comunità, a rimettere il noi al posto dellio. Sapendo che il noi oggi si è dilatato. Non è più quello di chi vive allombra del nostro campanile e nemmeno entro i nostri confini. Il mondo è ormai entrato nel nostro quotidiano, lo straniero e con lui la politica estera un tempo affidata agli specialisti lo incontriamo al supermarket, nella scuola dei nostri figli, nelle immagini dei disperati che approdano alle nostre coste o affogano nei nostri mari. La loro libertà vale la nostra, la nostra senza la loro non ha più senso. Per questo è giusto festeggiare il 25 aprile con immigrati e palestinesi, così come con chi è ancora vittima dellantisemitismo. Non è un debordare dal tema Liberazione, vuol solo dire sentirsi parte della condizione delle vittime e al tempo stesso responsabili della loro sofferenza. Il comandante Rendina, che dellAnpi di Roma è stato presidente, diceva che la memoria serve a riattivare il circuito delle ragioni che ci spingono a continuare la battaglia per un mondo migliore. Di riattivare questo circuito oggi cè estremo bisogno, per ritrovare fiducia nella politica, e cioè nel fare collettivo di ogni cittadino, politica come esercizio di cittadinanza attiva, riconquista della soggettività che lantipolitica ha annegato. Contro questa minaccia alla democrazia non serve prendere le armi come nel 43, serve però ricostruire relazioni, liberarsi dalle paure, guardare allaltro che ormai popola le nostre contrade per assumere insieme le responsabilità che ci toccano. Tornare a sentirci, e a diventare davvero, protagonisti. © 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE