Commemorazione del Frassine: l’intervento di Corlito, presidente della sezione ANPI di Grosseto

CampoAiBizziIl 16 febbraio 1944 al podere di Campo ai Bizzi, presso il Frassine nel comune di Monterotondo Marittimo, cinque giovani partigiani della III Brigata Garibaldi ”Camicia Rossa” furono massacrati dai repubblichini.

Si chiamavano Pio Fidanzi, Salvatore Mancuso, Otello Gattoli, Silvano Benedici e Remo Meoni. I loro corpi furono oltraggiati, sottoposti a sevizie ed esposti nella piazza di Massa Marittima.

Questo l’intervento di  Giuseppe Corlito, presidente della sezione Anpi  “Elvio Palazzoli” di Grosseto in occasione della commemorazione di quest’anno:

“Un saluto particolare va alle cittadine a ai cittadini che si sono mobilitati in questa bella giornata, alle compagne e ai compagni della sezione ANPI di Montieri-Monterotondo, che hanno organizzato questo incontro, un saluto anche alle autorità, ai sindaci di Monterotondo e di Massa Marittima.
Siamo venuti qui per commemorare i partigiani caduti per mano fascista il 16 febbraio 1944. Nei libri di storia locale si parla della “battaglia del Frassine”, in realtà per la verità storica dovemmo parlare del “rastrellamento del Frassine” e come tal fu perseguito penalmente nel dopoguerra, in quanto fu uno degli episodi di collaborazionismo con l’esercito invasore tedesco. Vorrei ricordarli uno per uno, sono giovani e gente semplice, dei lavoratori: Otello Gattoli, marinaio e muratore di cui è qui presente la figlia, Pio Fidanzi, Francesco Beneduci, Remo Meoni, poi insignito di medaglia d’argento al valor militare, e un meridionale, Salvatore Mancuso di Catania, che è morto qui combattendo, quando poteva stare a casa sua, nel sud liberato, che invece ha combattuto ed è morto per noi.
Per questo bisogno l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che io immeritatamente ho l’onore di rappresentare qui, ha un concetto: la memoria attiva. Vuol dire che quel sangue versato per la democrazia e la libertà non è morto e lontano, è ancora vivo e serve al presente e al futuro. Siamo qui non solo per commemorare i compagni caduti, ma per capire, parafrasando Piero Calamadrei, che su questo sangue è stato costruito un monumento, che è la nostra Carta Costituzionale, il quale costituisce un patto di convivenza e di civiltà. Non possiamo chiamarci cittadini italiani se non ci riconosciamo nella Costituzione della nostra Repubblica. Chi non si riconosce nella Costituzione non può considerarsi in senso stretto cittadino italiano.
I fatti di campo ai Bizzi sono ampiamente noti per cui mi sembra inutile starli di nuovo a ricostruire. Stanno nei libri di storia locale dove li ho potuti leggere in questi giorni preparandomi alla commemorazione. Alcuni li hanno ricordati i sindaci di Monterotondo e di Massa Marittima. Io vorrei sottolineare due aspetti: il primo è stato ampiamente riferito da chi mi hanno preceduto, è l’efferatezza con cui i 5 partigiani caduti sono stati uccisi. In quell’azione ci furono degli errori di chi comandava i partigiani dal punto di vista militare: la terza Brigata Garibaldi si era costituita da poco (circa un mese) al comando di Mario Chirici, era schierata a ventaglio su queste colline – con una classica disposizione da guerra di posizione (il comandante Chirici si era formato durante la prima guerra mondiale) -, mentre quella partigiana è una guerriglia, una guerra per bande. Sembra che le sentinelle fossero addormentate (era l’alba) e soprattutto l’errore militare era aver collocato i depositi di munizioni troppo lontani dalle postazioni, per cui in quest’occasione i fascisti ebbero gioco facile nel prevalere perché i partigiani finirono le munizioni e privi di munizioni dovettero arrendersi. L’efferatezza dei fascisti non si mostrò solo nel dare sadicamente alle fiamme il cavallo Sauro, che era coi partigiani dentro il podere, ma soprattutto perché i partigiani feriti, che si erano arresi, furono finiti a pugnalate. Il pugnale è il marchio di fabbrica dell’efferatezza fascista dell’eccidio, il pugnale è il simbolo del fascio. Con terminologia, semanticamente ambigua, si parla genericamente di nazi-fascismo e quando si va nei dettagli si tende ad attribuire all’esercito invasore nazista la responsabilità degli eccidi. Ecco qui i nazisti non c’erano, qui è stata versato sangue italiano da altri italiani che stavano dalla parte sbagliata. Non dobbiamo dimenticare questo concetto. I fascisti ci hanno messo del loro nella particolare efferatezza, con cui si sono accaniti contro dei feriti con una posizione che si potrebbe dire – scomodando la letteratura nazionale – maramaldesca: si è vili perché si uccide un uomo ferito che sta già morendo. Nessuno si è pentito, quando a oltre 70 anni dai fatti si parla della pacificazione nazionale occorre partire da questo: si può far pace, si può perdonare, ma con chi ha fatto ammenda dei propri errori, non con chi ancora rivendica il sangue versato. L’altro aspetto riguarda il processo che si tenne nell’immediato dopoguerra su questo e altri fatti accaduti durante la lotta di liberazione nella nostra provincia, poiché la legge varata nel 1946 puniva coloro che aveva collaborato con l’esercito invasore tedesco. Venivano puniti coloro che si erano resi colpevoli dei rastrellamenti e di coloro che avevano infierito sulle popolazioni inermi, che cercavano di difendere la propria vita e le proprie povere cose dagli invasori. In provincia di Grosseto ci furono dieci episodi di rastrellamento, ma tre furono i principali per numero dei morti: quello del Frassine, quello di Monte Cuoio Scalvaia e quello particolarmente efferato contro renitenti alla leva disarmati ed inermi a Monte Bottigli, dei martiri di Majano Lavacchio. La legge fu applicata non nel senso di colpire i colpevoli, ma nel senso di vedere se agli autori dei rastrellamenti si poteva applicare l’amnistia a chi era macchiato di reati e delitti sotto il regime fascista. Questo era il discrimine della corte. Non furono fatti i conti fino in fondo con il fascismo e a distanza di oltre 70 anni non siamo riusciti ancora a farli fino in fondo. In questo ha fatto meglio la Germania, che ha partorito il nazismo, ma non dobbiamo dimenticare che noi italiani abbiamo una triste primogenitura, il fascismo l’abbiamo inventato noi, è una nostra responsabilità nazionale. In Germania tutto l’ultimo anno delle scuole superiori è impegnato sui testi di storia a capire dove stavano le responsabilità della Germania e del popolo tedesco rispetto al nazismo. Noi questo non lo facciamo, a scuola non ci si arriva quasi mai a parlare della seconda guerra mondiale e della Resistenza e quando si parla della Resistenza si tende a tenere una posizione “equanime” rispetto ai fascisti repubblichini come se questo servisse alla pacificazione nazionale. Come dice il nostro presidente nazionale, il compagno Partigiano combattente Carlo Smuraglia, non abbiamo fatto i conti con il fascismo e ne paghiamo le conseguenze. Esiste un pericolo di destra, neofascista, a livello locale: pochi giorni fa a Grosseto abbiamo dovuto fare in piazza un presidio antifascista perché il 10 febbraio, strumentalizzando la cosiddetta giornata del ricordo, cioè dei morti delle foibe e degli esuli giuliano-dalmati, abbiamo avuto dopo tanti anni una manifestazione fascista, di 30 persone, improvvidamente autorizzata dalle autorità cittadine, Questore e Prefetto, nonostante i richiami del sindaco e nostri. Per fortuna non ci sono state i soliti gesti di apologia al fascismo (cori e saluti romani) perché c’eravamo noi e avevamo detto alle autorità di stare attenti perché nostri osservatori avrebbero verificato quanto accadeva (c’era già stato un precedente alla cosiddetta manifestazione dei cittadini per la sicurezza dove tali atti erano avvenuti). Perché in Italia esistono le leggi, che vietano l’apologia del fascismo (le leggi Scelba e Mancino), che traducono in pratica il dispositivo costituzionale della XII disposizione, che è il suo sigillo antifascista. Tale disposizione non è come si dice abitualmente “transitoria”, ma “finale”, cioè è un bene non negoziabile: il divieto assoluto di ricostituzione del disciolto partito fascista. La Costituzione italiana è democratica, nel senso che la sovranità appartiene al popolo; è repubblicana, nel senso che la repubblica è la forma statuale irreversibile; ed è antifascista, nel senso contenuto nella XII disposizione finale. Purtroppo non è solo un problema locale, ma nazionale. Avete seguito quanto accaduto negli ultimi giorni: gli organizzatori della manifestazione di Grosseto sono un’emanazione di Casa Pound, organizzazione neo-fascista, , che è stata portata in tribunale dalla figlia del Erza Pound, un grande poeta purtroppo compromesso con il fascismo, la quale non vuole che il proprio nome sia infangato da coloro che si autodefiniscono “i fascisti del terzo millennio”. Il giudice ha chiesto al ministero degli interni chi sono questi di Casa Pound e un solerte funzionario del ministero ha risposto che sono dei bravi ragazzi impegnati nel sociale, che hanno ripreso contenuti sociali del ventennio (senza neppure richiamare il fascismo). Ha omesso che nell’ultimo anno gli esponenti di Casa Pound si sono resi protagonisti di 389 episodi di apologia del fascismo o di violenza. Quando il ministro degli interni Alfano è stato chiamato da lacune interpellanze a rispondere di questo in parlamento ha taciuto dei reati e ha di fatto appoggiato la relazione dei propri funzionari. Questo rischio di ritorno al passato esiste anche su scala internazionale. Faccio riferimento al Front National di Marie Le Pen in Francia, che è una costola del fascismo, in Italia al movimento razzista verde-nero che fa riferimento alla Lega Nord di Salvini. In Grecia il movimento neo-nazista Alba Dorata è il terzo partito alle elezioni. Esistono a livello internazionale alcune formazioni che si richiamano apertamente al fascismo e al nazismo, che sono al governo in Ungheria e in Ucraina. Avete visto come trattano i migranti e i richiedenti asilo. Tutto questo ci dimostra lo stretto legame tra razzismo e fascismo. Quindi i rischi di una svolta a destra esistono.
I compagni, che organizzano questa manifestazione, quest’anno hanno voluto mettere in relazione la nostra Resistenza nazionale e quella attuale del popolo curdo. Hanno ragione, hanno fatto bene secondo me. Il popolo curdo da oltre un secolo chiede di avere un unico paese, quando essi sono una nazione per tradizione, per cultura e per lingua. Stanno divisi tra quattro stati e hanno diritto ad avere il loro governo autonomo e ad avere una nazione. Fra l’altro essi stanno combattendo per noi. Stiamo attualmente combattendo una guerra internazionale contro il cosiddetto terrorismo, contro il califfato nero, contro l’islam terrorista. Nella Mezza Luna fertile gli unici che stanno combattendo sul campo i terroristi dell’Isis sono i miliziani, uomini e donne, del popolo curdo. Tra l’altro l’esistenza dell’Isis è anche nostra responsabilità, perché le potenze occidentali lo hanno foraggiato ampiamente in tutta la prima fase della guerra civile siriana. I curdi difendono i nostri interessi, difendono anche noi, vanno riconosciuti.
Ho detto all’inizio di questo discorso che l’eredità che ci è stato consegnata dai partigiani è la Carta Costituzionale, il nostro patto di civile convivenza, che ci rende italiani. Governi di vario colore hanno cercato di snaturarla. L’ANPI non ha né governi amici, né governi nemici, ma un unico patrimonio che è la difesa e la garanzia della Carta Costituzionale. Noi diciamo che la Costituzione può essere riformabile, ma non stravolgibile, i suoi valori non sono negoz iabili, non si possono transigere. Saremo chiamati a dare il nostro voto sul referendum costituzionale, credo nel prossimo autunno. L’attuale governo con una legge elettorale eccessivamente maggioritaria – mi limito a dire in questo modo – e con la messa in discussione dei contrappesi e dei contropoteri del senato sta determinando una prevalenza dell’esecutivo sugli altri poteri. Allora rispetto ai due beni che abbiamo di fronte, la governabilità e la rappresentanza democratica, l’ANPI – con tutto rispetto per le posizioni diverse dalla nostra, delle cui ragioni diamo atto – dice che il bene della rappresentanza del popolo sovrano è prevalente. L’ANPI dichiara con tutta chiarezza e con tutta la propria intransigenza il proprio no al prossimo referendum.
Concludo questo discorso dando atto alle amministrazioni locali di Monterotondo e di Massa Marittima della volontà di voler costruire il cippo in memoria dei caduti di Campo ai Bizzi. Dico inoltre che queste mura, che portano ancora il segno del piombo fascista, devono essere conservate, altrimenti quale memoria attiva ci può essere ? Questo deve rimanere alle prossime generazioni. Ci sono i luoghi dove bisogna andare in pellegrinaggio – come diceva Calamandrei – per vedere dove è nata la nostra Costituzione. Questo è uno di quei luoghi, questo deve essere preservato in tutti i modi. Mi compiaccio dell’iniziativa del cippo, dove murare la lapide, ma per le mura va fatto qualcosa. So che ci sono problemi di natura amministrativa da risolvere, ma credo che per il bene pubblico si possa fare.
Vi ringrazio per l’attenzione.
Viva la nostra Repubblica democratica e antifascista!
Viva la Costituzione!
Viva ora e sempre la Resistenza!”

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