Nello Bracalari : “Il movimento partigiano delle donne diede un tocco di nobiltà e alta umanità alla Resistenza italiana”

locandina-donne-e-resistenza-aprile-2015L’intervento del presidente provinciale dell’ANPI di Grosseto Nello Bracalari al convegno organizzato dal Comune di Massa Marittima il 18 aprile 2015, sulle donne Medaglie d’oro della Resistenza:

“In primo luogo a nome dell’ANPI vogliamo rivolgere un vivo plauso al Comune di Massa Marittima per aver promosso questa iniziativa per ricordare il sacrificio delle 19 donne Medaglie d’oro della Resistenza italiana.

L’ANPI di Grosseto, che ha intitolato il Comitato provinciale proprio alla Medaglia d’oro Norma Parenti, si fa portavoce dell’ANPI intero nell’esprimere queste sincere congratulazioni.

Nel 70° della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo realizzare queste manifestazioni celebrative è un dovere di quanti si richiamano ai valori della Resistenza e della Costituzione, ma lo è in particolare e in modo perenne per quelle istituzioni democratiche sorte o ricostituite dalla lotta di Liberazione.

La Resistenza italiana, che fu un sussulto nazionale di popolo, per la libertà e per la pace, ebbe una larga partecipazione delle masse popolari (superando la partecipazione di avanguardie che si ebbe nel Risorgimento)  e vide anche una grande partecipazione di donne, forse superiore a quanto riconosciuto finora sul piano storico.

Secondo alcune statistiche le donne partigiane combattenti furono 35mila, e 70mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna;  di queste, 4653 furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 furono fucilate o impiccate. 1070 donne caddero in combattimento e 19 vennero, nel Dopoguerra, decorate di Medaglia d’oro al valor militare.

Oggi siamo riuniti a ricordare le 19 italiane cui è stato riconosciuto il merito della medaglia d’oro al valor militare, ma vogliamo ricordare altresì le centinaia di migliaia di donne che, in un modo o nell’altro, contribuirono alla Resistenza, quelle che presero le armi e parteciparono ai combattimenti, quelle che svolsero – con il lavoro riconosciuto come “staffetta” – un prezioso lavoro ausiliario di raccordo e appoggio per le formazioni partigiane. Vogliamo ricordare quante nelle campagne e nei paesi preparavano a mano le maglie di lana che insieme ad una parte del pane preparato  per le proprie famiglie  prendeva poi “la via della macchia”, quante dettero assistenza a rifugiati o sbandati o in vari modi si opposero alla guerra ed al fascismo.

Ho ancora vivo il ricordo di quando, ancora ragazzo, il 10 giugno 1940 mentre le campane suonavano a martello, le sirene delle miniere ululavano e  gli altoparlanti della radio trasmettevano – purtroppo tra un tripudio di popolo – il discorso di Mussolini di dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. In quel momento un gruppo di donne (tra cui  la mia mamma) si radunarono insieme piangenti, e alla domanda infantile del perché di questo atteggiamento, mi risposero che “il testone” (così veniva chiamato in una parte del popolo), ci avrebbe portato alla rovina e che bisognava prepararsi a un lungo periodo di lutti e sciagure, come infatti  avvenne. Questo, per me, fu un primo atto di opposizione alla guerra e al fascismo compiuto da donne.

D’altra parte, fu un gesto tipicamente femminile anche quello compiuto dalla nostra Norma Parenti che, insieme ad altre donne massetane, sfidò apertamente i fascisti per ricomporre il cadavere e darne degna sepoltura al  giovane partigiano esposto per disprezzo sulle scale del Duomo di Massa Marittima.

Ecco, in breve, rappresentate le mille sfaccettature del movimento partigiano delle donne che dette un tocco di nobiltà e di alta umanità alla Resistenza e nel  quale confluirono, trovando coesione ed unità, donne di diverso orientamento politico e ideale e di differente ceto sociale, unite nella determinazione di riscattare la dignità del Paese, offesa da un ventennio di regime fascista e da una sanguinosa occupazione militare straniera.

Concludendo, vorrei ricordare brevemente che quando nel giugno del 1944  fu completata la liberazione della provincia di Grosseto vennero conosciute le ultime nefandezze compiute dai nazifascisti tra cui la strage degli 83 minatori di Niccioleta e l’uccisione, per pura follia di vedetta, della nostra cara Norma Parenti, fummo allora pervasi da un grande dolore e da una grande rabbia. Il dolore è rimasto, la rabbia si è trasformata in coscienza democratica antifascista che abbiamo il dovere di ravvivare  e far vivere in maniera perenne.

La memoria è il valore che ci può salvare da un pericolo costante di decadimento.

Fare memoria, legandola alla conoscenza storica, significa non solo tributare il doveroso omaggio a chi a sacrificato la vita per la libertà, ma far rivivere, nella società contemporanea che sembra aver perso in parte la propria identità, i valori della pace, della solidarietà, della giustizia sociale, della politica intesa come servizio al bene comune, e non di parte, che animarono gli uomini e le donne della Resistenza.

Il sacrificio di queste donne e degli altri martiri della Resistenza, come affermò Piero Calamandrei in una celebrazione, non è stato un punto di arrivo ma piuttosto un punto di partenza, una premessa che doveva segnare  il cammino per l’avvenire”. 

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