“Mito e modernità tra fascismo e repubblica”, intervento di Gianfranco Pagliarulo

Pubblichiamo l’intervento di Gianfranco Pagliarulo, del comitato ANPI nazionale, presentato a Grosseto il 7 marzo scorso, per l’iniziativa alla Fondazione Bianciardi.

“Mito e modernità fra fascismo e repubblica: quando ho parlato di questo titolo al Presidente della sezione Anpi “Elvio Palazzoli” di Grosseto Beppe Corlito, ho sicuramente commesso un errore di presunzione. Infatti la materia che mi si è presentata davanti è sterminata. Né io ho particolari competenze scientifiche. Sono semplicemente un dirigente dell’Anpi. E forse proprio perché sono semplicemente questo, ho immaginato un titolo che apriva a me molte domande. Come dicevo, fin troppe. Dietro le due parole mito e modernità, si aprono davvero delle sabbie mobili. Proverò a districarmi dicendo, forse, alcune banalità.

Il mito attiene, com’è noto, a qualcosa di originario e non dimostrato, che ha a che vedere, pur non essendolo, con la leggenda, con la favola (“C’era una volta”), con la passione, con la stessa religione, e quindi la mitologia come forma non scientifica – il che non vuol dire necessariamente errata – di spiegare il perché delle cose. Mi ha sempre colpito la faccenda del diluvio universale, che si ritrova in realtà – credo – in quasi tutte le tradizioni del mondo, oppure il mito di Atlantide, l’isola continente in pieno oceano Atlantico, o l’isola di Mu o Lemuria, in pieno oceano Pacifico. Atlantide, creazione letteraria di Platone, Lemuria e Mu, probabilmente acquisizioni empiriche di ricerche ottocentesche. Miti, in ogni caso, che presumo rinviino alla memoria ancestrale di una qualche gigantesca catastrofe.

Qualche millennio dopo, pochi giorni fa, esce un’intervista su Repubblica a Oliver Roy, orientalista francese, a proposito del cosiddetto Stato Islamico. Egli afferma fra l’altro: “L’IS offre soltanto un immaginario politico, un mito come quello del califfato, senza un programma concreto perché può svilupparsi solo nella violenza permanente”. Ecco ancora il mito delle origini, il Califfo come sostituto di Maometto per mantenere l’unità politica e religiosa della comunità islamica. E già ci avviciniamo di un passo a un particolare mito, il mito politico, che ci interessa più da vicino.

Poi c’è la modernità, altra categoria magmatica, che può riferirsi ad un contenuto, ad una qualità, chessò, l’arte moderna, oppure ad una determinazione cronologica, ad un periodo storico, ed anche qua, sulle origini, si apre una montagna di guai: da Machiavelli? Dal Rinascimento? Da molto dopo? Oppure, in modo più periodizzante, dalla cosiddetta scoperta dell’America? Non parliamo poi dell’ultima fase della modernità, il tempo che viviamo, da molti chiamato postmoderno. Su questo termine c’è un dibattito che non oso sollevare non solo per la mia scarsa conoscenza, ma anche per la sua complessità e per alcuni aspetti incertezza. Dico solo, a proposito di postmodernità, che la sua anima – a quanto so – è data dal disincanto davanti ai limiti registrati dalla modernità.

Torniamo alla modernità: mi pare d’aver capito che il suo cuore pulsante sia la scienza, il metodo, più in generale le rivoluzioni scientifiche a cominciare da Copernico e Newton, per arrivare poi alla rivoluzione industriale.

Le parole mito politico nascono all’inizio del 900; le usa George Sorel, che aveva una visione – si direbbe oggi – pansindacalista, quando parla dello sciopero generale proletario come un mito, cioè un’organizzazione di immagini capace, scrive, di evocare istintivamente tutti i sentimenti che corrispondono “alle diverse manifestazioni di guerra intrapresa dal socialismo contro la società moderna” e aggiunge “Adoperando il termine di mito, credevo di avere avuto una trovata felice, perché in tal modo rifiutavo ogni discussione con coloro che vogliono sottomettere lo sciopero generale a una critica minuta e che accumulano obiezioni contro la sua attuabilità”. Colpiscono le sue parole “guerra del socialismo contro la società moderna”; Sorel se la prende contro la modernità perché in essa, secondo lui, si incarna una fiducia sproporzionata nella capacità della scienza a risolvere tutti i problemi e nell’ideologia illuministica del progresso come molla della società borghese. Proprio a proposito di Sorel, Gramsci scrive, dopo aver equiparato il mito alla passione, che però occorre mettere assieme la passione con “la permanenza, l’ordine, la disciplina”, e scrive che “la volontà politica deve avere anche altra molla oltre che la passione”. Mi par di capire che Gramsci fosse molto attento agli aspetti per così dire di vita, concreti, umani, dell’agire politico, tant’è vero che parlava della necessità della connessione sentimentale fra il partito (il Principe) e il popolo, ma che questo per Gramsci, pur necessario, non basti minimamente, perché occorre una struttura permanente e organizzata, e, posso aggiungere, un punto di vista critico, scientifico sulle cose del mondo e di una determinata società.

Ma dopo Sorel, il mito politico diviene patrimonio di gran lunga prevalente della cultura di estrema destra, in quel determinato contesto storico, sia chiaro. Chi lo teorizza in modo centrale è il nazismo, in specie nella persona di Alfred Rosenberg, che era, dopo Hitler, il teorico più ascoltato del terzo Reich. “Il mito del XX secolo” è il libro più celebre di Rosenberg, che si rifà alla teoria del pangermanismo e soprattutto all’ideologia razzista. Rosenberg, di origini estoni, dedicò tutta la vita al contrasto razzista contro gli ebrei, ma anche gli africani e gli slavi. Il mito del XX secolo è il mito del sangue che, sotto il segno della svastica, scatena la rivoluzione mondiale della razza.

Il fascismo precede di pochi anni il nazismo, come si sa, e, come il nazismo, incarna e costituisce uno Stato etico, cioè uno Stato che sia il fine ultimo di se stesso, verso cui devono tendere le azioni dei singoli individui. Scrive Giovanni Gentile che “caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale gli individui e i gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono pensabili solo in quanto siano nello Stato. Lo Stato fascista ha una sua consapevolezza, una sua volontà, per questo si chiama – conclude Gentile – Stato etico”.

Ebbene, questo Stato assoluto, quest’ente superiore dotato di una spiritualità non può non avere dei miti. Ed infatti eccoli: il mito del Duce, che rinvia ad un altro tema, quello del cosiddetto culto della personalità, e cioè del come nello Stato etico in una persona si incarni la sua missione; il mito dell’uomo nuovo, cioè il fascista come prodotto della militarizzazione della politica; il mito di Roma che si invera nel 1936 con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero; ovviamente il mito dello Stato, ben rappresentato nel famoso discorso di Mussolini del 1925 quando affermò “tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”.

Date queste premesse, lo Stato fascista non poteva che essere totalitario, intransigente e intollerante. E non poteva che coltivare un altro mito, che lo accomunava al regime nazista: il mito della guerra. Credo che occorra calarsi nella temperie culturale di quel tempo, per capirne le dinamiche psicologiche. Il Manifesto dei Futuristi di Marinetti fu scritto nel 1909. Articolo 9: “Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna”. E’ interessante il rapporto con la morte e il disprezzo della donna. Temi che precipiteranno nel cupio dissolvi di Salò.

Quella febbre interventista interpretava a suo modo il progresso, la velocità data dai motori a scoppio, il volo degli aeroplani, la modernità in Italia e non solo in Italia; era sicuramente una febbre di cambiamento sociale e politico europea. Mi ha colpito moltissimo leggere un testo di un ragazzo fascista italiano di quegli anni al fronte. Scrive: “Non so capirmi. So soltanto questo, che finalmente ho trovato l’unica cosa che riesce a scuotere ed esaltare e strappare dalla malinconia questo mio spirito inquieto che nella vita civile non ha saputo far altro che sentire disgusto per tutto ciò che forma la nostra magra esistenza d’ogni giorno. E questa cosa è la guerra”. Queste parole, che trovo sconvolgenti, danno l’idea del malessere piccolo borghese che attraversava alcuni strati sociali del Paese e in particolare i giovani, ai quali era dedicato un altro mito del fascismo: la giovinezza. Il Manifesto dei futuristi fu pubblicato per la prima volta su Le Figaro. Immaginate l’Europa prima della Prima Guerra. Poi ci fu quella che fu definita l’inutile strage e, davanti ai fiumi di sangue che fu versato, molti cambiarono idea sulla guerra. Ma evidentemente non bastò. Sta di fatto che il fascismo metabolizzò alcuni di quei valori, tant’è che Marinetti fu fascista fino al midollo e aderì alla Repubblica Sociale.

A questo punto possiamo porci una domanda: in che misura il fascismo ha rappresentato “una modernità”? E che rapporto c’era, al tempo, fra “la modernità” e la guerra? Il tema è interessante anche rispetto al dibattito di questi anni, sovente incentrato sulla coppia modernità-conservazione, che sembra aver sostituito, nel senso comune, l’antica coppia progressismo-conservazione o, più tradizionalmente, reazione-rivoluzione. Mi pare che il fascismo, sia pur con tante sacche di arretratezza e con una borghesia imprenditoriale e specialmente agraria italiana arretrata, sia stato “moderno” (ricerca e sviluppo tecnologie, appoggio di scienziati come Marconi e, fino a 1938, lo stesso Fermi; arte: il futurismo; comunicazione: radio e cinema; pianificazione territoriale, sviluppo urbanistico, fondazione dell’Iri – gennaio 1933 – quando è ancora Presidente degli States Hoover, e quindi prima del new deal di Rooswelt), determinando in veste italiana quella “rivoluzione conservatrice” che nasce, come termine, in Germania nel 1927. E, in effetti, per quel che ne so, c’è del vero in chi dice che il fascismo modernizza l’Italia. D’altra parte anche la Germania di Hitler visse col nazismo un periodo di “modernizzazione” sia dal punto di vista industriale-bellico che dei mass media; persino l’abisso dei campi di sterminio si spiega con la mostruosa “modernità” dello Stato nazista che “si fa carico” (tecnologie comprese) dell’Olocausto.

Questa modernità, col suo dominio della tecnica, cambia la natura dell’operare. Scrive Galimberti che si passa dall’agire al fare; si fa per ubbidire ad una catena di comando. E questo, per chi fa, è giusto a prescindere. Galimberti cita una risposta di uno dei piloti che hanno distrutto Hiroshima e Nagasaki (non ricordo chi) alla domanda di cos’avesse provato sganciando la bomba: “Niente. Quello era il mio lavoro”. Oppure, si ricorderà, le parole di Bush Junior durante la guerra in Iraq: “Dobbiamo finire il lavoro”. O ancora il pensiero di Hanna Harendt sul caso Eichmann, a proposito dell’Olocausto: “Il male non possiede né profondità né dimensione demoniaca. Esso può devastare il mondo intero perché si espande sulla sua superficie come un fungo”. Come si sa, anche per Eichmann era “il suo lavoro”. Ed ecco la banalità del male.

Fu rivoluzione conservatrice? Forse sì, perché sia Mussolini che Hitler dal punto di vista di classe contano sull’appoggio della grande industria ma anche dei ceti proprietari più retrivi, e dal punto di vista del “mito fondativo” utilizzano il primo la storia imperiale di Roma, il secondo tutto l’armamentario tedesco in merito a identità, storia, stirpe, terra-patria, cultura. Quindi il mito, mi pare, si coniuga con quella modernizzazione autoritaria, che è il modo fascista di adeguarsi/interpretare la modernità. Leggo su di un testo di un fascista di oggi: “I modelli di Stato scaturiti dalla Rivoluzione francese sono modelli materialistici, in quanto razionalistici. Da questo fondamento materialistico, comune a tutti i movimenti politici liberali e collettivisti, il fascismo si stacca. Il fascismo propone l’Armonico collettivo fondato sullo Stato etico fascista”. Più chiaro di così!

Non solo: il mito è elemento fondativo di questa modernizzazione. Essa si determina date due condizioni: la prima è il nazionalismo e il razzismo portati alle estreme conseguenze (mito delle origini), la seconda è lo Stato etico. Va da sé, inoltre, che il punto d’approdo di quella determinata modernità non poteva che essere la guerra.

Un’altra caratteristica della rivoluzione conservatrice in Italia e in Germania in quegli anni fu, a mio avviso, lo Stato d’eccezione (su cui ha studiato ai tempi il filosofo tedesco Carl Schmitt e oggi l’italiano Giorgio Agamben) pressocché permanente. Intendo per Stato d’eccezione la sospensione del diritto che viene paradossalmente legalizzata, e diventa perciò regola, normalità. Per esempio il Tribunale Speciale si può leggere così, come sospensione del diritto sostituito da un diritto “minore” che diventa, per quei casi, regola. Così la censura sulla stampa, eccetera. Ancora per esempio l’Olocausto, promosso, organizzato ed eseguito dallo Stato si spiega solo con l’esistenza di uno Stato d’eccezione permanente. Il Leviatano più spaventoso.

Se sono ragionevoli questi presupposti, ne derivano alcune considerazioni.

La dittatura e lo Stato totalitario incarnati dal fascismo e dal nazismo non sono solo un portato del passato ma un punto d’arrivo di una determinata modernizzazione che porta a una determinata modernità; questa determinata modernità presuppone e comprende lo Stato d’eccezione permanente: la cosa non è così banale, se si pensa che la Germania – e in gran parte l’Italia – sono ed erano la culla della civiltà e della cultura europea. Cioè mi pongo questa domanda: come si spiega che nei due Paesi che hanno segnato la storia della filosofia e la storia della cultura e dell’arte in Europa e per qualche aspetto nel mondo, due Paesi uno dei quali – la Germania – era probabilmente uno dei più avanzati dal punto di vista produttivo e tecnologico, la forma di governo e la forma di Stato siano state quelle nazifasciste (con tutte le differenze fra le due esperienze)? Certo, per la Germania c’è da leggere tutto il periodo che ha preceduto il nazismo, le condizioni insostenibili della fine della Prima Guerra, l’inflazione, la politica economica del cancelliere Brunswich, che porta alla catastrofe i ceti popolari nei primissimi anni 30; per l’Italia, c’è tutta la sua storia dall’unità nazionale in poi, con gli endemici ritardi che si è portata appresso. Certo, in entrambi i Paesi non vi fu una compiuta rivoluzione democratico-borghese, e questo apre una importante riflessione. Ma salvo tutto ciò, mi chiedo: c’è forse nella storia dello sviluppo della società capitalistica occidentale, per come si è storicamente determinata, una “tendenza oggettiva” a superare la forma democratica verso un approdo totalitario o autoritario? (Potrebbe essere così, considerando anche il fatto che il nazifascismo, che nasce in Italia e in Germania, registra vasti e qualche volta vastissimi consensi, a quei tempi, in molti Paesi europei dell’est e dell’ovest e persino qualche simpatia, mi pare, negli Stati Uniti). E c’è forse una analoga “tendenza oggettiva” alla guerra?

Come si colloca la Resistenza dall’8 settembre in poi rispetto a queste tematiche? La guerra ha manifestato il suo volto bestiale sconfiggendo (per la seconda volta) qualsiasi illusione di arditismo, la sconfitta in Italia è alle porte e dunque l’intero sistema politico militare in cui si è incarnata la “rivoluzione conservatrice” tende alla dissoluzione. Ma quelle generazioni di partigiani giovani, figlie di quella cultura del tempo, come la metabolizzano davanti alla scelta di prendere le armi? Una possibile risposta: è la fine dello Stato etico, perché una società incardinata sulla libertà e sull’eguaglianza – quella voluta dai partigiani – non può essere sottoposta a uno Stato etico. Eppure il carattere “etico”, cioè di una prescrizione morale superiore ad altri valori, rimane non più in riferimento allo Stato, ma in riferimento alla Patria, che rimane “sacra”, ma cambia totalmente pelle. E’ “sacra” al punto di perdere la vita per Lei consapevolmente e senza pentimenti.

Ma cos’è la “Patria” per quei partigiani? Citazioni di partigiani condannati a morte: “La fierezza di essere italiano”, “La Patria più libera e più bella”, la causa per cui sacrificarsi “è quella della patria”, “Viva l’Italia libera”, “Viva l’Italia”, “Per il bene e l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera”, “Muoio per l’Italia. Viva l’Italia martoriata che presto rifiorirà libera e indipendente!”, “Ama questa nostra Patria tanto disgraziata”, “Ho amato la mia patria e per questa oggi offro la mia vita” – Fino alla citazione delle splendide parole di Pedro Ferreira prima di essere fucilato: “Il vostro figlio e fratello è morto come i fratelli Bandiera, Ciro Menotti, Oberdan, e Battisti colla fronte rivolta verso il sole… E’ morto per la Patria alla quale ha dedicato tutta la sua vita, è morto per l’onore…, per la verità e la giustizia…”.

Da queste citazioni si desume: 1) un fortissimo sentimento nazionale (che credo sia progressivamente scomparso o comunque si sia molto attenuato nei decenni successivi) ereditato dalla retorica fascista ma “capovolto”, perché rivolto a una Patria “libera”, “indipendente”, “di verità e giustizia”, “bella”, mentre oggi, scrivono, è “tanto disgraziata”. 2) Questo sentimento immagina un futuro di nuova modernità, opposta a quella del fascismo, perché informata a valori ad esso alternativi (democrazia, libertà, giustizia, ecc.), e si collega direttamente al passato risorgimentale. La nuova modernità della patria esclude lo Stato d’eccezione: pensate alla repubblica partigiana della Carnia che nel 1944, in piena guerra, abolisce la pena di morte!

C’è una domanda che riguarda l’attualità: vi sono elementi dello scenario politico attuale in Europa e in America che richiamino lo Stato d’eccezione? Non penso solo a Guantanamo; penso a tanti dei provvedimenti antiterrorismo o di politica economica e finanziaria. E – aggiungo – come possiamo contrastare il ritorno della guerra che ha di nuovo assunto un carattere per così dire endemico e tende a espandersi in un mondo che ha perso qualsiasi equilibrio? Cioè: come possiamo rendere attuale e moderna (appunto) la lotta per la pace?

Si affronta la morte a testa alta (“…la fronte rivolta verso il sole…”), perché riempiti totalmente dalla speranza-certezza del riscatto, e cioè di una nuova Italia moderna e luminosa (forse la luce del sol dell’avvenire). I giovani partigiani, pur essendo figli del loro tempo (il fascismo) e di quella cultura, recidono ogni legame con quel tempo e quella cultura proponendo un altro tempo e un’altra cultura direttamente legata al Risorgimento. Va aggiunto che, leggendo altre lettere e testimonianze di condannati a morte, alle ragioni ideali della Patria se sommano altre: quelle del comunismo, quelle dei principi religiosi, quelle della pace, persino quelle della misericordia verso i responsabili della fucilazione. Mi hanno colpito alcune costanti delle lettere: un amore infinito, la benedizione del condannato ai suoi o la richiesta di benedizione del condannato ai suoi, il far coraggio ai genitori (“siate forti, sapendo che io lo sono”). Vedete che distanza abissale dai valori del fascismo (sangue, guerra, morte, disprezzo della donna) che implodono in modo nichilista durante la repubblica di Salò. Cos’hanno in comune le ragioni ideali dei partigiani? Sono, appunto, ideali, cioè rinviano alla straordinaria forza delle convinzioni di valore, al punto da far sì che tanti partigiani e partigiane torturati non parlano, e spesso sono poi trucidati. Perché non parlano? Perché il valore difeso viene percepito come più importante della vita stessa di chi lo difende. La nuova modernità per cui combattono e muoiono in tanti, quindi, parte da una costellazione di valori di straordinaria forza che poi, come si sa, si incarneranno nella Costituzione.

Che è successo dopo e che sta succedendo ora? Non mi dilungherò, ma fornirò solo dei titoli. La Repubblica costituzionale nasce su dei miti delle origini, che titolo soltanto: il 25 Aprile (qui c’è un rapporto – c’è sempre un rapporto fra mito e simbolo); il 25 Aprile è il simbolo della Liberazione; i sette fratelli Cervi; più in generale, la Resistenza; inoltre la Patria, su cui tornerò. Ma qual è la natura di questi miti delle origini? Non è esoterica, cioè misterica, segreta, iniziatica, e neppure magica e favolistica: pensate alla nascita di Roma, a Romolo e Remo, oppure alla razza ariana che sarebbe la diretta discendente biologica del popolo indoeuropeo di alcuni millenni prima di Cristo. La natura dei miti repubblicani è storica, critica e sociale. Specifico sociale, perché l’Italia del dopoguerra aveva assoluta necessità di ricostruire la sua coesione, il senso stesso di essere una nazione, un popolo, uno Stato. La mitologia della Repubblica doveva collegarsi alla mitologia del Risorgimento, pensiamo a Garibaldi, Mazzini, Cavour e a tutti gli eventi ottocenteschi che avevano portato all’unità d’Italia.

Ce l’abbiamo fatta? No. Non ancora. E non solo perché non abbiamo mai chiuso i conti davvero col fascismo. C’è anche altro. Pensiamo all’immagine delle istituzioni: si alterna l’immagine del non funzionamento a quella della corruttela diffusa, endemica, invincibile, quando non alla collusione con la criminalità (pensate per esempio allo scandalo della cosiddetta mafia romana). Pensiamo all’immagine della politica: un mezzo per fare carriera e, se va bene, per arricchirsi. Pensiamo ai partiti, a cui corrisponde, nella gran parte, una reale mutazione genetica. Costituzione, articolo 49: Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Oggi non è così. Forse occorrerebbe riflettere sul rapporto fra postmodernità come disincanto e leggerezza e situazione attuale dei partiti, cioè partiti postmoderni, che, per Andrea Manzella, dopo la metamorfosi sono diventati partiti elettorali, partiti personali, partiti-governo, e in cui “l’appartenenza e il patrimonio culturale sono sostituiti dalla precarietà delle scelte e dall’appeal politico del momento”.

Si è così arrivati ad una situazione in cui la politica si limita alla semplice gestione delle conseguenze di una causa sovraordinata alla politica e perciò non modificabile da essa. Questa “riduzione” della politica ha portato a uno svuotamento della democrazia, in cui prevale la tecnica di governo sulla sua natura, e cioè il popolo che decide in quanto corpo politico. Il problema è, a mio avviso, che dal dopoguerra, ed in particolare negli ultimi decenni, sono prevalsi altri miti. C’è un mito del nostro tempo, su cui, fra gli altri, scrive ancora Umberto Galimberti, il Potere: Galimberti afferma che è un mito sempre esistito, ma sempre visibile, prima nella forma del tiranno, poi nella forma dello Stato. Scrive: “Oggi il Potere è diventato più subdolo, più mascherato, ma proprio per questo più pervasivo, fino a permeare il nostro inconscio, al punto da farci apparire ovvia quella che in realtà è una sua imposizione”. Pensate a questi anni di crisi. Chi metterebbe in dubbio il totem dello spread o della governance? Si tratta di parole-miti che ci hanno fatto introiettare come verità assolute, inconfutabili, “certezze”, la cui critica, prima ancora di essere giudicata errata, viene giudicata illegittima. E’ la storia d’Europa – e d’Italia – degli ultimi sei anni. Così come è vero, come scriveva Marx nell’“Ideologia tedesca”, che le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti, così è vero, mi sembra, che le parole dominanti sono quelle delle classi dominanti.

Un altro studioso scrive a proposito di un altro mito, quello dell’economia. Io penso che il tema esatto sia la subordinazione della politica all’economia. Questi comunque scrive che “la civiltà che ne nasce è tenuta assieme non da idee di bellezza, verità, giustizia, pace, convivenza dei popoli, ma dalle idee di commercio, proprietà, prodotto, scambio, valore, profitto, denaro”. E la caduta generale dei valori collettivi porta al potere senz’anima dei manager, alla loro “passione fredda”. Davanti alla passione fredda che caratterizza la lettura dominante della modernità, la tecnica, che è la più alta manifestazione dell’essere umanità perché frutto della creatività umana, diventa, appunto, un mito del giorno d’oggi, sempre più separato dall’umanità stessa; lo specialismo e l’efficienza, pure essenziali, sono elevati a valore assoluto perdendo il loro senso e diventando pura funzionalità priva di riferimento; l’economia subordina la vita; gli stessi Stati liberali per qualche aspetto si snervano davanti ad una sorta di potere internazionale del liberismo alcune delle cui cattedrali non sono pubbliche ma sono centri di potere economico e politico privati. Tutto questo viene definito modernità e si nega persino dal punto di vista metodologico qualsiasi possibile approccio alternativo alla realtà. Si usano le parole libertà, eguaglianza, sovranità popolare, ma sembrano sempre più vuote come la pelle di un serpente dopo la muta.

A questo punto c’è ovviamente una reazione.

Oggi in Europa abbiamo la compresenza di vari fenomeni di reazione, che sono populisti, di destra e di sinistra, filo europei o antieuropei, più o meno nazionalisti o razzisti. Dico due parole su quelli di destra. In Europa ci sono oggi molte formazioni, più estreme o meno estreme, che si rifanno esplicitamente al fascismo e al razzismo. Non parlo solo della Le Pen. Parlo, per esempio, di molte formazioni di Paesi dell’est che si richiamano esplicitamente al nazismo. Terra e sangue. La svastica e gli altri simboli simili. La violenza, la guerra, come mezzo per la soluzione dei conflitti. In Italia questo non c’è ancora, ma si delinea con chiarezza la formazione di una nuova destra in cui si allea una Lega Nord rinnovata e per così dire nazionale con CasaPound, i cui membri si definiscono i fascisti del terzo millennio, con un oscillante ed oramai spodestato Berlusconi. Uno degli slogan della manifestazione di Roma era il seguente: Basta euro! Basta immigrazione! Riprendiamoci l’Italia. Non solo. Viene avanti una rilettura della storia italiana, in particolare del fascismo, della Resistenza e della Liberazione, che sempre più depotenzia e delegittima il ruolo del movimento popolare antifascista, la cui espressione armata era data dalle bande partigiane. Mi riferisco a vari saggi, e non solo di Giampaolo Pansa; mi riferisco ad un fenomeno in corso, un fatto simbolico, e cioè la proiezione di un film che si chiama “Il segreto d’Italia”, che ricostruisce in modo palesemente tendenzioso una strage avvenuta a Codevigo per opera di alcuni partigiani e alcuni militari. Mi dicono che alle prime del film c’è la partecipazione massiccia e organizzata di gruppi fascisti. Insomma, c’è un movimento di costruzione di un consenso diffuso attorno ad una riscrittura pressocchè radicale di quegli anni. C’è da allarmarsi, perché questi fenomeni si stanno espandendo in modo ampio. E’ interessante notare che CasaPound si presenta in modo molto, appunto, moderno e i suoi luoghi sono una sorta di centro sociale di destra; se andate sul sito, vedete i progetti: Ferma Equitalia, Tempo di essere madri (part time alle madri lavoratrici mantenendo lo stipendio pieno), Mutuo sociale per l’emergenza abitativa. Dal punto di vista ideale il richiamo al fascismo è per così dire intenso: “la nostra è una visione del mondo spirituale, e il singolo si realizza (anche spiritualmente) solo nella comunità, che è il suo tempio”. Spiritualismo e comunitarismo sono due pilastri del nuovo fascismo. Della Lega si sa tutto. Sottolineo soltanto che la Lega esiste oramai da qualche decennio, è figlia diretta della modernità, direi della globalizzazione, che ha portato, per il contrappasso, all’esaltazione del locale non come negazione della globalizzazione ma come suo completamento. Ebbene, a proposito di miti, ricordate la vicenda grottesca del dio Po. Vedremo ora Salvini cos’altro inventerà. Qui mi interessa solo segnalare il fenomeno di questa incubazione di una nuova destra, presumibilmente abbastanza popolare, che rimette definitivamente nel grande gioco i fascisti italiani, già sdoganati all’inizio degli anni 80.

Accenno a questo argomento per indicare un terreno di lotta politica. Vi sono alcuni strumenti di contrasto della Repubblica antifascista: non solo la XII disposizione finale, “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, ma anche la legge Mancino. Vi sono alcune sentenze della Cassazione che tendono ad attuare il disposto costituzionale. Ma, come è stato sottolineato in un recente convegno promosso dall’Anpi nazionale, non c’è ancora una coscienza diffusa a livello istituzionale, penso a Questori, Prefetti e Sindaci, che funga da interdizione nei confronti della rinascita in corso di un movimento fascista italiano. Io credo che sarebbe un grave errore abbandonare le istituzioni a se stesse, cioè non fare battaglia politica perché la Repubblica democratica reagisca. Penso invece che occorra intensificare proprio questo lavoro dell’Anpi e della società italiana, e cioè la costruzione di un senso comune e di una barriera giuridica antifascista. Da questo punto di vista è incoraggiante che il primo gesto del Presidente della Repubblica sia stata la visita alle Fosse Ardeatine.

Tornando al tema di oggi, mi ha colpito in particolare una sentenza della Cassazione in cui il reato, in quel determinato contesto, è il saluto romano, “manifestazione esteriore che rimanda alla ideologia fascista”. Non entro nel merito. Mi interessa il fatto che il saluto romano rinvia al tema del mito fondativo che legittima una comunità, cioè quella fascista. E mi interessa che tutto quello che sta succedendo a destra non avviene con una connotazione prevalentemente nostalgica, ma avviene affondando le sue ragioni nella contraddizioni attuali, contemporanee, vedi il tema dell’euro, dei migranti, l’emergenza abitativa e quant’altro. Per cui mi pare che faremmo un errore se pensassimo a un fenomeno di risulta, marginale; è più realistico pensare che le contraddizioni attuali in Italia e in Europa siano il moltiplicatore di un fenomeno di fascismo e nazismo che ci deve allarmare perché nuovo, seppur profondamente legato alla storia del nazifascismo per molti aspetti fra cui quello dell’uso della violenza, profondo, perché si rivolge a paure e a problemi popolari, in via di sviluppo, perché la gran parte delle organizzazioni neofasciste europee hanno avuto all’inizio una scarsa forza elettorale, per poi incrementare il consenso in breve tempo.

Concludo: noi non possiamo pensare di rimanere in un mondo che non c’è più, perché siamo nel pieno di una rivoluzione tecnologica che ha cambiato tutto, a cominciare dal nostro stile di vita. Se trent’anni fa aveste visto un signore che attraversa la strada senza guardare parlando da solo in un piccolo parallelepipedo, avreste pensato ad una persona disturbata. Oggi è normale. Ma noi non abbiamo ancora tratto tutte le conseguenze delle incommensurabili novità del nostro tempo. Assieme, viviamo in un tempo che, anche a causa della rivoluzione tecnologica e alla diversa dislocazione del potere, sembra vivere in un infinito presente e in un infinito luogo, il presente e il luogo delle passioni tristi. Scrive il filosofo Agamben che “il potere desertifica il sistema di trasmissione del passato”. Per questo, assieme alla percezione che il mondo è profondamente cambiato, dobbiamo conservare la memoria e l’umanità, tutte cose che attengono alla storia, ma che a questa aggiungono qualcosa in più: il sapore. E’ questo senso della vita che ci consente di immaginare il futuro. E ci consente di pensare ad un’altra modernità. Una modernità dove ci sia la possibilità reale e diffusa di svolgere la propria personalità (uso volutamente questa parola presente nell’art. 2 della Costituzione) ponendosi davanti con coraggio, come mi ricordava qualche giorno fa un dirigente nazionale dell’Anpi, i temi della gioia, della felicità, del gusto del bello, delle passioni calde, dell’idea del giusto, cioè di determinare il senso della propria vita. Ma questo è deformato o, alle volte, impossibile se sei disoccupato, se sei precario sempre, se a quarant’anni vivi con i genitori, e se sei sospeso in un clima di guerra. Quindi a me sembra che occorra riscoprire non solo i valori del lavoro e della pace, ma anche la centralità della persona e della sua concreta vita.

E dobbiamo contrastare i miti negativi con i miti, se posso dire, positivi. Prima ho accennato ai partigiani, alla Costituzione, al dopoguerra, ad un’Italia da ricostruire. Ebbene, quella Costituzione – e non mi soffermo sulle note battaglie che sta conducendo l’Anpi per contrastare alcune riforme costituzionali in essere – ha un punto anche di mito, l’Italia. Una parola su cui la propaganda fascista ha costruito il suo regime. Eppure i partigiani hanno ripreso in mano quella bandiera e molti sono morti per essa e la Costituzione ha scritto quella parola, quel mito origine che ci fa comunità. Ma quale Italia? La Costituzione la cita due sole volte. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. L’Italia ripudia la guerra. Il mito-origine, il nostro nome, la nostra patria viene nominata due sole volte. Eccola, l’Italia che vogliamo e che, francamente, non siamo ancora riusciti a realizzare del tutto e in modo permanente! E’ anche un mito? Credo di sì. Ma è anche un punto di vista razionale, critico, propositivo, umanistico, aggiungo. Forse il punto di partenza di un’altra modernità. Val la pena lottare per questa Italia da costruire”.

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