18 maggio Cerimonia al Cippo di via della Dogana

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Gli anniversari secchi, come è questo settantesimo ci incitano a porre maggiore attenzione alla memoria della Resistenza, a celebrare la vita e commemorare la morte di questi uomini con maggiore sforzo retorico.
Non gli renderemmo giustizia, però, se continuassimo a celebrarli come icone bidimensionali, una sorta di santini laici da portafoglio. Non solo perché abbiamo la fortuna di avere ancora qui con noi gli uomini e le donne che li hanno conosciuti e che ce ne richiamano alla memoria tutta la loro carnale umanità; non solo perché a distanza, appunto, di 70 anni abbiamo la sufficiente visione laica della storia da toglierli da quel Pantheon civile in cui erano stati necessariamente calcificati quali ossatura morale della nascente Repubblica.
Limitare le celebrazioni di Luigi e Giovanni – e mi permetto di chiamarli per nome come si fa con gli amici più vicini – alla eroica morte in difesa di un ideale è una doppia ingiustizia: nei loro confronti, perché è più profondo e grande il messaggio che no dobbiamo trarre, e nei confronti di tutta la Resistenza.
Benché, come dicevo, la coscienza storica ci abbia restituito il valore dirompente dell’esperienza resistenziale, oggi non potremmo esserne più lontani. E non parlo di lontananza cronologica, ma ideale e politica.
Di Giovanni Conti e Luigi Canzanelli, e di tutti gli uomini e le donne che più o meno silenziosamente, più o meno noti alle cronache, hanno fatto la Resistenza celebriamo la SCELTA consapevole che hanno compiuto, fino alle estreme conseguenze; di non omologarsi al pensiero unico, di non accettare passivamente l’ingiustizia sociale statuita per legge e burocratizzata, di non soggiacere alla cultura della guerra e della morte.
Tanto più forte deve essere oggi questo ricordo, in un clima di sconforto e disorientamento in cui ragazzi come erano Giovanni e Luigi vengono portati a pensare che non c’è scelta, che non c’è alternativa alle politiche economiche che annientano il valore umano; che si sentono ripetere dalla politica slogan totalizzanti (totalitari) come “o noi o loro”; che hanno una classe dirigente miope che vuole mettere mano ad una Costituzione mai effettivamente applicata.
Vorrei che il 70° anniversario della Resistenza e della Liberazione fosse invece l’occasione per meditare sul valore più nobile che ragazzi come Luigi e Giovanni ci hanno lasciato: quello della scelta, quotidiana, che comporta una assunzione di responsabilità personale e sociale.
Assumiamoci la responsabilità scegliendo, facciamoci carico veramente della memoria dei resistenti sulla traccia di quel “I Care” di Don Milani costruito in netta opposizione al “me ne frego” fascista.
Concludo, sempre citando Don Milani, per ricordare – è un puntiglio personale – la prima opera di Resistenza, la scuola libera che Gino e Antonio Lucchini misero su a Manciano.

 

“Quando avete buttato nel mondo di oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato nel cielo un passerotto senza ali”

Sara Ticciati, ANPI Provinciale Grosseto

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