Il cappottino rosso

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Aprile 1944, Pietrasanta (Lucca) In casa c’è fermento. La famiglia di Piero è fuggita da Pisa nell’agosto dell’anno prima, dopo che la città era stata quasi distrutta dai bombardamenti. Abitavano in Corte Bracci, cento metri dalla stazione ferroviaria, ovviamente zona ad alto rischio, ora praticamente rasa al suolo.
Si sono rifugiati, lui e i genitori, in casa dei nonni paterni, tutti insieme, col fratello e la sorella del babbo e le loro famiglie. Una povera casa di contadini, a due passi dal centro.
Il babbo, carabiniere, si trova a casa in quei giorni. La mamma, appena 22 anni, aspetta il secondo figlio, che sta arrivando prima del previsto. È denutrita, quasi spigolosa, per le sofferenze della guerra e non sembra nemmeno una giovane donna incinta… Il parto dovrebbe avvenire due mesi più tardi, verso la metà di Giugno, e nessuno ci pensava fino al giorno prima, c’era la guerra lì fuori.
E invece, l’8 aprile, nasce Paolo, all’improvviso.
Piero non capisce il motivo di tanto subbuglio, i particolari li avrebbe conosciuti molto più tardi.
Lo pesano, Paolo; appena un chilo e due. È ricoperto di peli e non dà segni di vita. Respira debolmente, solo quello. La guerra, si lamentano i giovani sposi, ci ha portato via il bambino. C’è silenzio in casa e Piero viene tenuto in disparte, all’oscuro di quanto sta accadendo. Gli danno goffe spiegazioni che lui non riesce a capire. Sa solo che c’è qualcosa che non va, che non gli fanno vedere la sua mamma.
Paolo viene adagiato in una scatola di scarpe, nel cassetto più alto del comò. Qualche speranza resta ancora viva, nonostante tutto. Alla fine vince quella forza sconosciuta che fa nascere e sopravvivere un albero di fico in un muro di pietre o fa crescere prepotentemente rigogliosa una pianticella in mezzo al deserto (“dal letame nascono i fior”, grazie Fabrizio).
Il piccolo sopravvive. Piero lo guarda in modo curioso, strano… Capisce, per la prima volta, il significato della parola “fratello”.
Un giorno, senza dare spiegazioni al bambino più grande, tutta la famiglia “sfolla”, si trasferisce in una località ritenuta più al sicuro dalle incursioni dei tedeschi. Arrivano su in montagna – in collina, veramente – nel villaggio di Sant’Anna, proprio sopra Pietrasanta, che si raggiunge solo attraverso vere e proprie mulattiere. Dove si può essere più al sicuro che lì? E infatti vi sono un migliaio di sfollati, accolti in case ospitali, presso parenti, amici, sconosciuti… La guerra affratella.

• Agosto 1944, Sant’Anna di Stazzema (Lucca)
Piero è sereno. La guerra è altrove e in paese vi sono tanti bambini, molte donne, molti anziani. Gli uomini stanno in gran parte nei boschi, fanno i partigiani. E poi – Piero non lo sa ancora – in situazioni di pericolo estremo nelle donne e negli anziani si sviluppa ancora di più l’istinto di protezione. Tutti gli adulti, in questi giorni, guardano quei bambini con occhi, e cuore, diversi dal solito.
Quello che non si sa in paese è che proprio qualche giorno prima Sant’Anna è stata qualificata dal comando tedesco “zona bianca”, ossia una località adatta ad accogliere sfollati. Questo basta a far decidere al Comandante del reparto SS, Max Simon, una spedizione punitiva. Non è una rappresaglia. Le indagini della Procura Militare di La Spezia stabiliranno che si trattò di un atto terroristico, di un’azione premeditata e curata in ogni minimo dettaglio per interrompere i collegamenti della popolazione coi partigiani.
Alle tre del mattino, il 12 agosto, tre reparti di SS si arrampicano verso Sant’Anna, mentre un quarto reparto chiude ogni via di fuga a valle, presso Valdicastello. L’ascesa verso il paese è dura, faticosa, in mezzo alla boscaglia. Ma i carnefici sono ben determinati a compiere il loro gesto eroico.
Dopo tre ore, alle sei del mattino, il paese è ormai circondato, senza più speranza alcuna.
E Piero? La sua famiglia? Tre giorni prima era stato avvistato un incendio in un paese lì vicino e qualche notizia inquietante cominciava a circolare. Così i Pierotti (“quei” Pierotti perché in paese vi sono altre famiglie dello stesso ceppo) decidono il giorno 11, o forse era il 10, di cercare un altro riparo. Raccolgono quello che possono e prendono a scendere giù per uno dei sentieri che porta verso Pietrasanta, verso Camaiore, verso Viareggio.
Il padre, Armando, si carica sulle spalle tutto quello che può: un paio di coperte, qualche indumento, un po’ di pane raffermo. La madre, Rina, porta in braccio Paolo, ora di quattro mesi, denutrito e ancora molto piccolo. Piero, quattro anni fatti da poco, si incammina a piedi anche lui, seguendo muto i genitori. Un corteo disperato, giù per la collina, in cerca di una possibilità di vita.

• 12 Agosto 1944, l’eccidio
Le SS arrivano in paese mentre albeggia. In testa le spregevoli guide: fascisti, col volto coperto per non farsi riconoscere. Parlano italiano, parlano versiliese, conoscono bene il territorio, loro. Si segnalano ancora una volta per la loro vigliaccheria, per la loro ferocia, avendo già partecipato, e lo faranno ancora, ad altre stragi. E a Sant’Anna firmano forse la pagina più infame della loro collaborazione coi nazisti, partecipano vigliaccamente a quello che sarà uno dei crimini più atroci commessi a danno di civili.
La guerra è finita, è persa, ma i barbari assassini danno libero sfogo alla loro rabbia: improvvisi implacabili feroci criminali. In poche ore nel piccolo paese vengono massacrati 562 inermi innocenti, in massima parte donne anziani e bambini. Ovunque poveri resti di persone terrorizzate, straziate, bruciate. Uccidono intere famiglie, otto fratellini, chiunque riescono a stanare. Moltissimi vengono trascinati sulla piazza della chiesa e vengono abbattuti lì, ammassati, con raffiche di mitragliatrice. Poi i barbari nazisti incendiano la chiesa, trucidano tutti. Belve in preda alla folle furia omicida. Una donna, prima di essere uccisa e nel disperato patetico tentativo di proteggere il suo bambino, scaglia una ciabatta in faccia al suo carnefice in un estremo gesto di ribellione, di disperazione. Genny Marsili, un simbolo da ricordare.
E infine il fuoco, a distruggere i corpi, le case, le stalle, le bestie… il ricordo.

• In cammino, Versilia
Piero e la famiglia vanno avanti per forza d’inerzia, a testa bassa, cercano di non guardare quanto è ancora lunga la strada. Arrivano verso Viareggio che è buio, si rintanano in una villetta semidistrutta, buttano qualche coperta in un angolo e dormono abbracciati per qualche ora.
La mattina dopo si alzano appena fa giorno e si rimettono in marcia, verso Pisa e poi verso Calci, dove si trova la famiglia della madre. Altri 30-35 chilometri di strada, sotto il sole, cercando di evitare “brutti incontri”, nascondendosi appena compare all’orizzonte una macchina, un camion…
Il pericolo si materializza quando ormai sono vicinissimi a Calci. Si accosta un camion carico di militari tedeschi. Offrono un passaggio ai quattro sventurati, ma Rina, soprattutto lei, è terrorizzata: non sa niente dell’eccidio di Stazzema, ma è vivo il ricordo di tante fughe, di bombardamenti, di morti… Rimane immobile, paralizzata, con la voglia di scappare trascinandosi dietro i figli in mezzo ai campi.
Alla fine sono costretti a salire sul camion. Accettano il passaggio perché affamati, assetati, esausti. O forse perché non avevano altra scelta. E invece non succede nulla, i tedeschi sono anzi gentili, offrono un po’ d’acqua e del cioccolato e li fanno scendere in paese.
Comincia un’altra vita.

• Oggi, Cascina (Pisa), 16 Ottobre 2013
Ovviamente ho ricordi vaghi di quei giorni, anzi ho solo qualche lampo. Il cappottino rosso è quello che mi misero una notte, di corsa, appena svegliato nel cuore della notte perché ululava l’allarme. Bisognava scappare. Mi infilarono quel cappotto, ma per il resto mi lasciarono tutto nudo. Ricordo che piangevo perché volevo le mutandine, almeno quelle… Ricordo benissimo quel cappottino, rosso vivo, tutto brignoccoloso, con pallini dello stesso colore, in rilievo.
Non era quell’estate, evidentemente non era nemmeno estate…
E ricordo la casa dove eravamo sfollati, a Sant’Anna. In cucina non c’era più il tetto e la cosa m’incuriosiva molto. Quando eravamo a tavola, a mangiare quel poco che i grandi riuscivano a procurarsi, sopra di noi c’era il cielo, terso e azzurro. Ai miei occhi innocenti era una bella casa…
Ricordo bene anche un episodio della marcia forzata verso Calci: quando ci accampammo nella villetta diroccata, mi misi a frugare tra le macerie in cerca di qualcosa, che so, magari un giocattolo perduto. E mio padre mi tirò via perché poteva esserci qualche mina. Ricordo, in quella casa, tante piccole mattonelle azzurre sparse per terra, quelle che un tempo si usavano per le pareti del bagno. Mi piacevano, le volevo, non avevo altro. Mi dispiacque non poterne prendere qualcuna…
E poi ricordo il camion dei tedeschi, una volta arrivati quasi a Calci, vicino al cimitero. O meglio ricordo solo gli occhi sgomenti e l’espressione atterrita di mia madre. Ripensandoci oggi mi viene in mente l’immagine di un’adolescente, giovane animale braccato che cerca di proteggere i propri figli.
Gli altri non sono ricordi, sono episodi raccontati tante volte in famiglia, la sera a veglia, e ormai si confondono con i ricordi veri.

• Sant’Anna, finalmente
Sono tornato a Sant’Anna ieri, dopo 69 anni. Ero in compagnia di Tom, un professore americano, Pierotti come me, venuto a trovare i parenti in Garfagnana, conosciuto grazie a Facebook. Ci siamo emozionati entrambi, siamo rimasti quasi sempre in silenzio mentre visitavamo il museo, quando siamo entrati in chiesa e poi, su su, lungo la salita che porta in cima, all’ossario.
Arrivati in cima, finalmente all’aperto, Tom ha tirato fuori un libro e mi ha chiesto nel suo italiano stentato di tradurgli qualche rigo di quanto aveva scritto Manlio Cancogni sulla strage. Mi è caduto l’occhio su poche parole: “Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della “pistol-machine”, e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento”… Poi non ho potuto più continuare.
Lì, sotto uno squarcio di cielo diventato improvvisamente azzurro, non abbiamo avuto il coraggio di guardarci, stupidamente imbarazzati di far vedere gli occhi lucidi…
Non abbiamo parlato per un pezzo. A volte il silenzio dice più di tante parole.

Al ritorno, mentre guidavo giù per la discesa, Tom ha tirato fuori da una tasca il testo di “Bella Ciao”, gelosamente custodito, che gli avevano stampato i parenti. “Amo questa canzone”, mi fa col suo accento che mi ricorda Alberto Sordi nel doppiaggio di Ollio. “La cantiamo?”. La pronuncia di Tom non era il massimo (“O partigiano, portami vaia”, vaia???), ma è stato ugualmente molto bello, e liberatorio, scendere in picchiata verso Pietrasanta, prendendo i tornanti all’impazzata e cantando a squarciagola Bella ciao!
È stato come togliere un macigno da sopra il petto. E oggi non sono più quello di prima…

Piero Pierotti

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