SABATO 15 GIUGNO A NICCIOLETA………………………………………

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LA REPUBBLICA

Rassegna stampa quotidiana della Provincia di Grosseto

Web http://www.provincia.grosseto.it e-mail urp@provincia.grosseto.it

2013-06-13

 

CULTURA

La storia Minatori, nazifascisti e la valle della morte

 

ALBERTO PRUNETTI

 

QUESTA è la storia dei Torlai, minatori amiatini segnati dai rovesci del destino. Avrebbero potuto vivere esistenze sature di sudore e di gallerie scure illuminate con l’acetilene, con il tascapane unto e il fiasco della vinella sporco di polvere. Invece si sono affacciati alla Storia, al Novecento, un secolo che ha preso a ribollire di sangue come un mosto mal fermentato. Sono diventati a modo loro protagonisti di questa Storia, eppure i loro nomi appaiono solo sulle epigrafi degli sconfitti, dalla parte delle vittime. Un Giuseppe Torlai di Castell’Azzara, nato il 19 marzo 1897, muore a Caporetto nella Grande Guerra il 17 settembre 1917. Me lo racconta una lontana nipote, Iva, e mi fa vedere anche un libro con memorie di caduti in battaglia. E poi mi parla di suo nonno Ottavio, l’anarchico di Castell’Azzara che portava il fiocco nero al collo quando non era nella miniera del Siele a cavare mercurio, minerale quanto mai nocivo, dalle viscere della terra. Si trasferì a Siena per non subire le prepotenze dei fascisti amiatini e andò a scavare nei pozzi minerari vicino Badesse, nel comune di Monteriggioni. Vide la fine del fascismo ma la miniera lo colpì a tradimento nel 1947: mentre esplorava una galleria che minacciava di franare, rimase sotto il crollo. Andò meglio al socialista Aldo, il Torlai più erudito, che collaborava con i giornali dei lavoratori e per una bizzarria del destino salvò alcuni minatori rimasti intrappolati per il cedimento di una galleria.RICEVETTE anche un encomio, senza perdere la vita nel teatro della storia, dove i poveri scompaiono in silenzio, sotto il crollo delle traversine o dentro a qualche fossa comune. Eppure avevano provato a ammazzarlo: lo avevano pestato perché si era tolto il cappello commosso mentre gli squadristi bruciavano i libri di un circolo di lavoratori. Ma i Torlai passeranno alla storia degli umili per un’altra tragedia. Quando la miniera di mercurio chiude per le flessioni del mercato, i minatori dell’Amiata emigrano nelle miniere di Niccioleta, in Maremma. Così i nomi dei Torlai finiranno su una pietra assieme ai nomi di altri minatori caduti nel “vallino della morte”. Giuseppe, Gustavo e Santi: tre generazioni di montanari. Quando il metallo trova il loro petto e le loro nuche, hanno 51, 41 e 35 anni. Fossero stati più vecchi, si sarebbero salvati, perché i vecchi non sono pericolosi, pare, a meno che non abbiano idee loro stesse pericolose. Fossero stati più giovani, avrebbero forse riportato la pelle a casa, perché quelli che avevano meno di 20 anni erano forti e resistevano al lavoro coatto nelle fabbriche e nei campi di lavoro in Germania. Ma quelli dai 20 ai 53 anni, soprattutto se il loro nome era stato ritrovato nella “lista”, non avevano speranze. E infatti ne ammazzarono 83. Ma di quale lista stiamo parlando? E perché i nazisti ammazzarono quei minatori in un lontano giugno del 1944? Il fronte stava per passare. Il tonfo delle bombe sganciate dagli aerei americani era sempre più incalzante, la contraerea tedesca sembrava un motore inceppato. I nazisti apparivano di tanto in tanto, pronti alla fuga eppure pericolosi, come cani mordaci. Stavano perdendo ma volevano portarsi dietro quei poveracci, perché non gioissero della loro disfatta. Perché quando uno sparuto gruppo di partigiani il 9 giugno 1944 aveva occupato Niccioleta e disarmato i carabinieri, i minatori li avevano accolti a braccia aperte, per poi togliere il sughero agli ultimi fiaschi di vino acetato rimasti in paese. Ma i fascisti locali non erano stati aggrediti: erano solo andati a fuoco in piazza divise e gagliardetti. Piccoli episodi che avvenivano ovunque, col fronte distante poche decine di chilometri, quando ormai chi poteva si convertiva per guadagnare rapidi certificati d’antifascismo: lo sapeva bene anche il direttore delle miniere, che cominciò a regalare dinamite ai partigiani di Gerfalco. Niente, rispetto al numero dei morti, alle bastonature e ai litri di olio di ricino che le squadre nere avevano imposto in quelle stesse terre, metallifere e quindi refrattarie al potere in maniera tellurica. Eppure l’odio ha radici più profonde dei pozzi di pirite. Qualcuno dei neri abbandona il paese di soppiatto per vendicarsi. Il messaggio di morte raggiunge un comando di polizia misto, formato da fascisti repubblichini italiani e nazisti. Arrivano da Sansepolcro per consolidare le linee nell’imminenza dello scontro con gli alleati e fanno tappa nell’Alta Val di Cecina per fronteggiare le azioni dei partigiani. All’alba del 13 giugno accerchiano il villaggio minerario di Niccioleta. Nella caserma a fare la guardia armata al paese ci sono proprio i fratelli Torlai. I nazifascisti disarmano, picchiano, minacciano, perquisiscono. Poi trovano una lista con l’elenco dei minatori che si sono organizzati, armi alla mani, per difendere le miniere e il paese, in vista di un sabotaggio dei nazisti in fuga. In realtà non è con due fucili da cinghiale che ci si può opporre ai nazisti. Il loro è un modo per dire ci siamo, stiamo difendendo le nostre case, abbiamo issato la bandiera rossa, poi la bianca, perché non vogliam più bombe, perché siam liberi. Torlai è in quella lista il cognome che si ripete più volte. Ma il colpo di coda del drago ferito è pericoloso. Radunano gli uomini. Vecchi odi riesplodono e alimentano nuove paure. Nel forno del paese si sentono ceffoni, urla e poi dei colpi d’arma da fuoco. Hanno ammazzato i primi minatori, quelli che in tasca avevano un fazzoletto rosso. Gli altri li mettono in coda. Se li portano via. Forse in Germania, forse a scavare trincee verso Larderello, chissà. I bambini danno l’ultimo abbraccio ai padri, le donne preparano un tascapane, quasi scendessero in miniera. I nazifascisti hanno detto cibo per tre giorni. Torneranno presto? Li radunano in un teatro a Castelnuovo Val di Cecina. Interrogano, dividono come si fa con le bestie. C’è il gruppo dei vecchi e quello dei giovani. Nel mezzo, quello più folto degli adulti. Un ragazzo di 21 anni chiede di andare col padre nel gruppo degli adulti. Con un sorriso i nazifascisti acconsentono. Non è compassione umana, è il male: quello è il gruppo dei condannati. Un fascista locale riceve un ordine: può salvarne sei. Ma lui sa contare solo fino a due: prende uno che non era “politico” e un altro, forse un amico. Verso le sette di sera del 14 giugno, quando il sole ancora non vuol calare e la natura splende di bellezza, 77 minatori sono spinti fuori dal paese, verso un vallino in discesa, sormontato da tubi rumorosi pieni di vapore. Le mitragliatrici sono già pronte. La raffica, poi, diligente, il colpo di grazia. Pochi giorni dopo l’eccidio, quando il villaggio è già sotto la protezione dalle truppe americane, un cavallo azzoppato entra a Niccioleta. I bambini, orfani dei padri, gli danno da bere. «Lui» dicono, «è il nostro cavallo». Ma i grandi ribattono che non ce la può fare: va abbattuto. Un bambino si impunta, la mamma lo porta via. Un soldato americano avvicina la pistola alla testa della povera bestia. Risuona un colpo. Il bambino piange abbracciando le gambe della madre. Lei, inebetita, sussurra: «Così hanno ammazzato il tuo babbo».

 
http://www.massacomune.it/2013/06/13/la-storia-minatori-nazifascisti-e-la-valle-della-morte/

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