La proposta della CGIL per una modifica organica delle istituzioni democratiche

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SEMPLIFICARE PER RAFFORZARE
Proposta per una modifica organica delle istituzioni democratiche
La crisi di legittimità che colpisce esponenti politici e partiti, percepiti come “lontani dalla
realtà” e
incapaci di farsi portatori delle istanze della pop
olazione ed espletare il loro ruolo di
rappresentanza politica e sociale, si sta estendendo a tutte le istituzioni di cui non si percepisce più
né l’utilità né il senso stesso, e i recenti scandali finanziari che hanno coinvolto parlamentari e
consiglieri
regionali hanno ulteriormente alimentato il risentimento popolare verso un sistema
politico

istituzionale percepito sempre più come lontano ed “estraneo”,
se non nemico.
Lo stesso risultato elettorale manifesta il sentimento “rabbioso” in una fase di grave
crisi sociale,
della rappresentanza e delle istituzioni, e nello stesso tempo una domanda, anche con forme nuove,
di partecipazione e, ormai, una necessità indifferibile di cambiamento per ripristinare la stessa
legittimità dell’organizzazione democratica
.
L’insoddisfazione politica, infatti, si è tradotta in un
grave deficit di legittimità delle istituzioni in cui da un lato c’è un’ampia parte di opinione pubblica,
disamorata dalla “cosa pubblica”, che associa agli scandali sull’uso dei fondi pubblici tut
ti i
cosiddetti “costi della democrazia” e non percepisce più l’utilità né della rappresentanza né delle
istituzioni democratiche (ritenute troppo costose a fronte dell’incapacità di governare i processi
economici e sociali, e, ancor più, esose rispetto al
la propria condizione materiale), e che non si sente
più parte di un sistema politico sempre meno partecipato né, più in generale, di una collettività.
Dall’altra c’è un più generale disegno che mira a smantellare le istituzioni democratiche, a
cancellare
i corpi intermedi, abolendo ogni forma di rappresentanza, e ridurre i servizi pubblici sul
territorio, spogliandone i territori stessi, a favore di quelli privati; anche perpetrando una campagna
denigratoria, ormai decennale, di tutto ciò che concerne le i
stituzioni pubbliche ad ogni livello con
l’obiettivo di escluderne qualsivoglia forma di qualificazione possibile. Ed ecco allora il
ridimensionamento delle istituzioni locali e la loro burocratizzazione, la mortificazione del
Parlamento, i tagli agli enti
locali e il ritorno al centralismo, perseguiti dal governo Monti. La CGIL
ritiene di dover, a questo punto, portare a sintesi il lavoro da tempo avviato da diverse categorie e da
diverse strutture confederali e avanzare al Paese un’organica proposta di mo
difiche istituzionali e
della Pubblica Amministrazione in un ragionamento di semplificazione delle istituzioni finalizzato
però al loro rafforzamento, sia nel senso comune che nelle funzioni, indispensabile per una politica
di uscita dalla crisi e di attua
zione del Piano per il Lavoro proposto dalla CGIL.
Questa organica proposta di riqualificazione delle funzioni pubbliche è necessaria, altresì, sia per
rilanciare il valore della partecipazione democratica in quanto tale, che per garantire il valore di
pr
esidio della legalità delle istituzioni così necessario, purtroppo, nel nostro Paese.
Verso gli Stati Uniti d’Europa
Le sfide che il XXI secolo pone, a cominciare dalla crisi
sociale, ambientale e
economico

finanziaria, rendono non più rinviabile il com
pletamento del processo di integrazione dei paesi
europei nei suoi obiettivi politici, di unione federale di stati. Un’unione politica che dovrà
necessariamente ridefinire la
governance
comunitaria,
rafforzando il ruolo del Parlamento
di
Strasburgo, luogo
di rappresentanza della popolazione, ripensando quello della Commissione e
ridimensionando quello del Consiglio europeo. In questa prospettiva, va valutata anche la proposta
dell’elezione diretta di una vera e propria costituente europea.
Una nuova Unione
politica e sociale più forte, dunque, che sappia rispondere alle derive
localistiche e ai particolarismi che nei periodi di grave crisi rischiano di prendere il sopravvento,
promuovendo una maggiore cessione di sovranità da parte degli stati membri e un nu
ovo rapporto
tra singoli stati e istituzioni europee. Questa prospettiva di maggiore integrazione è però oggi
condizionata a un rapido cambiamento delle politiche di austerità e alla costruzione di una politica
europea di creazione di nuovo lavoro oltre ch
e alla realizzazione di una nuova architettura
economica europea (BCE come Banca di ultima istanza, Unione bancaria, Eurobond..).
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Governo e Parlamento
Negli ultimi anni molto si è dibattuto sulla necessità di riformare la seconda parte della
Costituzione
, in particolare, gli articoli relativi alla forma di governo e al procedimento legislativo.
In nome di una maggiore stabilità dei governi e di una maggiore velocità dell’iter di formazione
delle leggi sono state avanzate numerose e articolate proposte e,
perfino, l’elezione di un’assemblea
costituente. Premesso un netto rifiuto di qualsiasi assemblea costituente, che rimetterebbe in
discussione l’ordinamento repubblicano
,
di qualsiasi progetto di riforma che non sia rispettoso della
procedura prevista dall
’art. 138 della Carta e non sia proposto attraverso distinte leggi costituzionali
per ogni specifica modifica,
e anche del sistema presidenziale o semi

presidenziale, le uniche
riforme possibili e auspicabili sono quelle che restituiscano centralità al par
lamento con il
superamento del bicameralismo perfetto.
In un periodo di grave crisi, quale è quello che stiamo vivendo, non è pensabile restituire
legittimità al sistema politico

istituzionale con operazioni di ingegneria costituzionale che rompono
l’equil
ibrio di poteri tra governo e parlamento in nome di una maggiore governabilità che può essere
garantita solo dalla forza di partiti consapevoli della loro missione costituzionale e non da soluzioni
tecniche che favoriscono la personalizzazione del potere e
impoveriscono la rappresentanza
democratica.
Centralità del Parlamento
L’esigenza prioritaria oggi è
restituire centralità al Parlamento
come luogo primario della
rappresentanza politica, limitando la decretazione d’urgenza, prevista dall’articolo 77 del
la
Costituzione, troppo spesso abusata, e modificando i regolamenti parlamentari per disciplinare in
modo più restrittivo la possibilità di porre la questione di fiducia su qualsiasi provvedimento
legislativo in corso di approvazione.
Riduzione dei parl
amentari con il superamento del bicameralismo perfetto
L’unica riforma utile è
l’istituzione della Camera delle Regioni e delle autonomie locali
,
composta da delegati dei consigli regionali. Una riforma che avrebbe il triplice obiettivo di ridurre il
numer
o dei parlamentari, invocato a gran voce da più parti, di velocizzazione il procedimento
legislativo, con una sola Camera
cui spetta l’iniziativa legislativa sulle materie di competenza statale

lasciando alla seconda Camera la sola possibilità di esprime
re pareri entro un termine stabilito

e
di individuare l’indispensabile luogo istituzionale di codeterminazione e cooperazione tra Stato e
Regioni e autonomie, chiamato a legiferare esclusivamente sulle materie di legislazione concorrente
e, in modo pari
tario, sulle modifiche delle competenze istituzionali, sulla legge di stabilità e su
eventuali modifiche della Costituzione.
L’istituzione di una seconda Camera rappresentativa delle autonomie è, inoltre, condizione
necessaria per l’esercizio della “clau
sola di supremazia” dell’unità giuridica ed economica della
Repubblica, senza tradire il principio della valorizzazione delle istituzioni locali, proprio del
federalismo, e a prevenire i conflitti di attribuzione che la legislazione concorrente ha provocat
o in
questi anni.
Regioni ed Enti locali
Titolo V
A oltre dieci anni dall’approvazione del nuovo Titolo V è necessaria una riflessione sull’assetto
della Repubblica, un assetto che deve coniugare unità e decentramento istituzionale, in cui il
policentris
mo normativo sia caratterizzato dall’equilibrio tra unità e differenziazione, e in cui i
differenti livelli di governo operino in modo sinergico e non in contrapposizione. In questi anni non
si è raggiunto l’indispensabile punto di equilibrio tra valore un
itario dei diritti e assetto decentrato
3
delle competenze, punto di equilibrio che deve essere perseguito anche con la
completa definizione
dei livelli essenziali delle prestazioni
che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
È necessaria u
na ridefinizione della ripartizione di competenze tra Stato e Regioni che,
riducendo drasticamente le materie concorrenti
, superi le ambiguità dell’attuale articolo 117
della Costituzione, disciplinando le modalità con cui si esercita la potestà legislativ
a di tali materie
(evitando le distorsioni verificatesi in ambito sanitario), e che ne riconduca a competenza statale
esclusiva alcune
a partire da quelle su cui si era già espressa la CGIL al momento del varo della
Legge Costituzionale
quali, ad esempio,
la tutela e la sicurezza sul lavoro e la previdenza
complementare e integrativa.
La contraddizione di una doppia legislazione statale, caratterizzata dal decentramento normativo
e dal centralismo amministrativo/finanziario, ha impedito la creazione di quel
sistema decentrato e
policentrico che solo un disegno organico di ridefinizione delle istituzioni locali avrebbe potuto
garantire. Un disegno organico che, attraverso una chiara e completa definizione delle funzioni
spettanti, sappia valorizzare ciascun l
ivello istituzionale ottimizzandone l’autonomia, comprese le
autonomie funzionali quali quelle delle istituzioni scolastiche.
Un federalismo unitario, cooperativo e solidale, per funzionare deve fondarsi su più pilastri che
garantiscano un corretto equilib
rio nella distribuzione delle funzioni tra centro e periferia:
l’autonomia e l’autogoverno, la responsabilità dei diversi livelli istituzionali, e la cooperazione e la
codeterminazione tra Stato, Regioni e autonomie locali (da realizzare con la Camera dell
e Regioni e
delle Autonomie locali). È, inoltre, indispensabile rivedere il sistema fiscale definendo quale
rapporto deve sussistere tra funzioni attribuite e risorse economiche necessarie al loro esercizio,
prevedendo forme di autonomia impositiva che non
ricadano, come oggi, soprattutto, sui redditi
fissi.
Autonomie locali
In un’epoca caratterizzata dall’assenza di confini, da un’economia globale che condiziona le vite
delle persone fin nella loro quotidianità, è indispensabile valorizzare le autonomie
locali come
istituzioni pubbliche vicine ai cittadini, capaci di porsi come motore di sviluppo delle economie
locali.
È necessario un disegno organico che, partendo da una chiara definizione delle funzioni e dei
ruoli, crei un sistema integrato di livell
i istituzionali capace di governare e indirizzare i processi
sociali ed economici mettendo al centro la cittadinanza e il territorio. Un sistema integrato che deve
essere disciplinato da una Carta delle Autonomie che definisca, evitando inutili sovrapposiz
ioni, le
attuali funzioni di Province, Città Metropolitane e Comuni, attribuendo alle prime le sole funzioni
di area vasta e
rendendo obbligatoria
(prevedendo incentivi),
la gestione associata dei servizi per
i Comuni (fino a 10.000 abitanti
e non fino a 5
.000 come previsto oggi), al fine di promuovere la
realizzazion
e di economie di scala efficaci (salvo motivate eccezioni valutate in rapporto alla
dimensione ottimale del bacino territoriale di riferimento).
L’associazionismo comunale deve essere
perseguit
o e rilanciato con un forte ruolo delle Regioni, in conformità con i progetti di sviluppo
locale, al fine di creare spazi economici idonei alla gestione ottimale di determinate funzioni.
Allo stesso tempo sarebbe opportuno incentivare, ove sussistono le co
ndizioni geografiche, la
fusione dei Comuni più piccoli per creare comunità che possano gestire più facilmente
l’amministrazione del territorio, mettendo in comune mezzi, professionalità e risorse.
In questo quadro
le Province vanno superate come livello c
ostituzionale, nella parte
ordinamentale, e devono diventare organismi di seconda istanza
espressione dei comuni
compresi nell’area vasta. Organismi previsti da una legge della Repubblica che ne determinerà
caratteristiche e funzioni, anche per definire gl
i ambiti di riorganizzazione delle amministrazioni
statali sul territorio. In questa logica, è prioritaria l’effettiva istituzione delle Città Metropolitane,
come livello di governo condiviso delle politiche e dei servizi nelle maggiori aree urbane del Pae
se.
4
Regioni
Le Regioni
, in un’architettura istituzionale coerente,
devono essere esclusivamente
organi di
programmazione e di legislazione e non di gestione.
Le funzioni amministrative devono essere
messe in capo agli enti locali territoriali. Il rispe
tto di questa netta separazione dei ruoli funzionali,
così come costituzionalmente previsti, eviterebbe parte delle sovrapposizioni che caratterizzano
l’attuale assetto istituzionale.
Sarebbe inoltre utile una riflessione sugli Statuti delle Regioni ordin
arie,
nei quali si è realizzata
un’eccessiva differenziazione tra i vari ordinamenti regionali, troppo spesso non giustificabili dalle
singole peculiarità territoriali. In quanto alle Regioni
autonome e alle Province di Bolzano e Trento,
esse hanno preroga
tive e competenze anche diverse tra loro, legate alle ragioni storico

politiche,
geografiche e giuridiche che hanno dato origine agli Statuti speciali e, collegato ad essi, hanno un
diverso sistema di compartecipazione al gettito erariale. Dentro questo qu
adro è necessario
sviluppare come elemento unitario di riforma il nesso autonomia

responsabilità

efficienza e avviare
in questa prospettiva una riflessione sull’allocazione ottimale delle competenze.
La
governance
locale
L’elezione diretta di presidenti
e sindaci ha migliorato la governabilità, ma ha sacrificato la
rappresentanza democratica, dando origine a personalismi e leaderismi. È dunque opportuno
ridefinire il rapporto giunte

consigli, o
prevedendo l’elezione della Giunta da parte del
Consiglio
, an
che per rafforzare il ruolo dei partiti a livello locale, oppure altre forme di
potenziamento dei poteri dei consigli comunali e regionali.
Finanziamento della politica ed etica pubblica
Finanziamento
della politica
È indispensabile una legge che, defin
endo la missione dei partiti in base all’art. 49 della
Costituzione, ne disciplini modi e forme della partecipazione democratica interna, prevedendo che
ogni formazione politica impegnata a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica
nazio
nale” si doti di uno statuto registrato in cui sia esplicitato il “metodo democratico” con cui
sono regolamentate le attività del partito (elezione e temporaneità della cariche, forme della
partecipazione degli iscritti, controllo e distribuzione delle ris
orse, rapporti centro

periferia, organi e
procedure di controllo interni ed esterni).
Una legge che disciplini e regoli i partiti politici è il presupposto imprescindibile per un sistema
di finanziamento della politica capace di garantire uguaglianza nella
partecipazione e trasparenza
nella competizione e di scongiurare il ritorno ai partiti degli “ottimati” e alla politica permessa solo
alle classi di reddito più elevato o a partiti “del principe”.
Lo Stato deve garantire a tutti i cittadini uno spazio egu
ale e trasparente per partecipare alla vita
politica quotidiana e per poter concorrere alle cariche elettive. Questa garanzia può essere fornita
attraverso
la concessione gratuita di servizi
(ad es. uso di luoghi pubblici, spazi per affissioni ecc),
e la
previsione di agevolazioni (es. spedizioni postali, editoria, ecc.), assicurando inoltre un’eguale
presenza nei media. In particolare, durante le campagne elettorali va prevista la gratuità dei costi
organizzativi e logistici per le formazioni politiche ca
ndidate, entro un determinato tetto di spesa
fissato dalla legge. Queste concessioni, definite in una legge quadro nazionale che ne determini in
modo esclusivo per ogni livello istituzionale, forme e modalità, e assicurate sia durante le campagne
elettoral
i sia durante i periodi di attività politica quotidiana, al fine di favorire la continuità della
partecipazione democratica dei cittadini alla determinazione della politica nazionale, devono
sostituire le forme di finanziamento diretto
e devono essere
acco
mpagnate da una nuova legge
sul conflitto di interessi, sull’incandidabilità e sull’incompatibilità.
Il finanziamento privato deve essere disciplinato prevedendo rigorosi tetti massimi e l’assoluta
trasparenza dei contributi (anche attraverso l’obbligo di
pubblicazione e certificazione dei bilanci), e
introducendo ipotesi di reato in caso di violazione della normativa sui trasferimenti. Devono essere,
inoltre, previsti, tetti di spesa per le campagne elettorali ad ogni livello.
5
Eletti ed etica della poli
tica
La gratuità delle cariche elettive è anti

democratica e mina la libertà politica e l’uguaglianza delle
possibilità, ma è necessaria una riduzione e una razionalizzazione delle indennità dei parlamentari e
dei consiglieri regionali, prevedendo nella le
gge nazionale criteri oggettivi (
ad esempio il tetto di 3
volte il reddito medio calcolato dall’Istat
), dei contributi e dei rimborsi, e una loro maggiore
regolamentazione che preveda innanzitutto l’obbligo di produrre giustificativi di spesa a fronte dei
rimborsi ricevuti e il divieto di cumulo dei vitalizi.
Democrazia partecipativa e diretta
Le istituzioni, nazionali e locali, sono spesso chiamate ad assumere decisioni che incidono
fortemente sulla vita di determinate e circoscritte comunità. In queste
circostanze, come recenti
avvenimenti hanno dimostrato, è necessario ipotizzare forme di coinvolgimento attivo della
popolazione locale che permettano una condivisione delle scelte operate, in modo che la
cittadinanza non percepisca un provvedimento adotta
to come un’imposizione “esterna”, e quindi
estranea.
La promozione di strumenti di democrazia partecipativa
che, nell’ambito di
determinate procedure, permettano l’incontro di “società” e “istituzioni rappresentative”, è, infatti,
opportuna al fine di rend
ere i cittadini compartecipi e, quindi, anche corresponsabili di scelte
importanti per la loro comunità.
Inoltre la partecipazione dei cittadini deve essere declinata anche in funzione dei processi di
condivisione degli obiettivi da raggiungere e della va
lutazione dei servizi.
Per questo insieme di motivi è necessario varare una
legge nazionale sulle diverse forme di
democrazia partecipativa
.
La Costituzione prevede la possibilità di presentare leggi di iniziativa popolare che però, troppo
spesso, non arri
vano ad essere discusse nelle aule parlamentari. Si dovrebbe, quindi, prevedere
l’obbligo di calendarizzare le proposte presentate entro un determinato periodo dal loro deposito.
Vanno, inoltre, sicuramente estese le esperienze di partecipazione popolare a
lle scelte
amministrative locali come il bilancio partecipato.
Infine, va previsto un rilancio del ruolo del CNEL precisandone i compiti.
Referendum
La Costituzione italiana prevede la sola possibilità di referendum abrogativo per leggi nazionali,
con il
necessario raggiungimento del quorum. L’istituto referendario come massima espressione del
volere dei cittadini su un determinato tema dovrebbe essere modificato per rafforzarne la portata.
Sarebbe utile, poi, prevedere che le richieste di referendum si p
ossano effettuare di volta in volta su
singoli temi, prevedendo il giudizio di ammissibilità della Corte dopo le prime 100.000 firme
raccolte, al fine di evitare la dispersione di una chiamata alle urne su una miriadi di questioni, su cui
è difficile per i
cittadini ottenere una corretta informazione e raggiungere una vera e propria
consapevolezza, o la vanificazione a posteriori di un processo di partecipazione. Sarebbe anche
necessario aggiornare il numero di firme richieste e prevedere il quorum del 50%
+ 1 relativo non
agli aventi diritto, ma ai votanti dell’ultima elezione dell’organismo che ha legiferato.
Infine, per promuovere forme di partecipazione attiva della cittadinanza alla politica locale, si
potrebbe introdurre l’istituto del
referendum deli
berativo a livello comunale
, la cui richiesta
dovrebbe, anche in questo caso, essere esercitata di volta in volta in relazione a singoli e specifici
temi che riguardano la vita della comunità locale, prevedendo un numero di firme necessarie
variabile in pr
oporzione alla popolazione residente nel singolo comune (5%) e il raggiungimento
del quorum del 50% + 1 degli aventi diritto al voto.
Vigilanza e controlli
6
Rafforzare le istituzioni pubbliche richiede anche un sistema di vigilanza e controlli tali da
per
mettere sia una consapevole partecipazione democratica sia la prevenzione e repressione degli
abusi

pubblici e privati

contrastando la tendenza alla compressione delle risorse dedicate.
Pubblica Amministrazione
Negli ultimi anni l’obiettivo della dim
inuzione del debito pubblico si è tradotto in tagli ingenti
alla spesa pubblica, tagli che hanno coinvolto le amministrazioni pubbliche centrali, locali, della
conoscenza e dei servizi.
Con la ricetta “anticrisi”, si è ridotto il perimetro pubblico con i
tagli lineari e sono stati ridotti
drasticamente i servizi alla persona.
Con i tagli lineari si è estesa l’inefficienza senza colpire gli sprechi, mentre si sono colpite le
situazioni virtuose. In questa logica occorre perseguire una forte e strutturale r
iduzione delle
consulenze e della esternalizzazione dei servizi.
Il lavoro pubblico è divenuto oggetto di attacchi ideologici e con il blocco della contrattazione si
è dato un forte colpo al tenore di vita.
Ma non è riducendo il perimetro pubblico o riduc
endo i servizi che l’Italia uscirà dalla crisi.
Nuove istituzioni pubbliche devono farsi motore di sviluppo del Paese e per farlo, necessitano di
investimenti e che sia potenziata e qualificata la loro azione. Come fa, ad esempio, la proposta
avanzata da
Flai e Fp Cgil sulla riforma dei centri per l’impiego
(di cui va salvaguardata la
prossimità ai cittadini)
, basata sul forte coordinamento dei vari soggetti istituzionali.
Ora occorre ricostruire un circolo virtuoso di riforma degli assetti istituzionali,
riforma delle
amministrazioni pubbliche, valorizzazione del lavoro.
Occorre agire
su 5
versanti:
Uno stretto collegamento tra la riforma istituzionale e gli assetti delle PP.AA. da affrontarsi
privilegiando quelle che offrono servizi alle persone
Il t
ema non riguarda solo il sistema dei servizi, ma anche la
riorganizzazione della macchina
centrale
(i Ministeri) snellendone le strutture e qualificandone le funzioni con progetti di
innovazione, utilizzando semplificazione, trasparenza, garanzia degli acc
essi e digitalizzazione.
La riorganizzazione dello Stato sul territorio deve partire dai bisogni
e dalle necessità del
cittadino/utente e delle imprese per poter individuare, anche tramite
la negoziazione territoriale per
lo sviluppo e
la contrattazione s
ociale, gli obiettivi da raggiungere e i servizi su cui investire. La
riorganizzazione dello Stato sul territorio non può prescindere da un progetto complessivo ed
organico (Stato e autonomie locali) che corrisponda a
criteri
non solo statistici ed economi
ci, ma
che guardino principalmente ai bisogni
. Le funzioni di controllo e indirizzo, restando quindi
collocati centralmente
, devono garantire con un “minimo comun denominatore”
i diritti
costituzionali
. La gestione dei servizi da essi derivanti possono ess
ere inclusi nel processo di
riforma più complessivo anche attraverso l’individuazione di luoghi e funzioni comuni.
Occorre procedere alla individuazione di
progetti mirati di trasparenza, semplificazione,
formazione e qualificazione
da attuarsi attraverso
la contrattazione di secondo livello,
individuando le forme del controllo sociale da parte dei fruitori dei servizi.
È necessario investire su tutte le professionalità, interne alle amministrazioni pubbliche e agli
enti strumentali, anche attraverso l’omo
genizzazione dei trattamenti contrattuali, per garantire i
servizi e le prestazioni pubbliche ai massimi livelli. Si dovrà, inoltre, agire tramite gli istituti della
riqualificazione, formazione, mobilità territoriale e intercompartimentale, attraverso la
contrattazione nazionale ed integrativa, al fine di assicurare, anche nella fase di riorganizzazione, i
livelli occupazionali.
In un quadro di rinnovamento del sistema di offerta dei servizi pubblici
va rivisto il tema delle
società e degli enti strumenta
li
delle amministrazioni pubbliche che costituisce un consolidato
sistema “parallelo” di offerta dei servizi pubblici, costituito con gli anni a causa delle politiche
7
restrittive, e per colpa della cattiva politica, prestando la necessaria attenzione al te
ma della garanzia
occupazionale e della continuità delle prestazioni dei servizi.
Una
forte razionalizzazione
e centralizzazione in ambito regionale o provinciale delle funzioni
di supporto all’intero sistema amministrativo
in tema di acquisti di beni e
servizi
(che devono
tener conto anche della sostenibilità sociale e ambientale)
e di reclutamento del personale.
Nuove regole sul lavoro pubblico
a partire dalla riconquista della “contrattualizzazione” del
rapporto di lavoro dopo la manomissione degli in
terventi del Governo Berlusconi.
In questo quadro va ricollocata l’
apertura di una nuova stagione contrattuale legata ai
processi di innovazione necessari al miglioramento delle Amministrazioni
.
Una nuova declinazione del principio di valutazione della
responsabilità della dirigenza:

un chiaro e vincolato collegamento tra retribuzione e risultato in una logica di
obiettivi/risultati trasparenti e controllabili;

Un accorciamento della forbice retributiva tra dirigenza e non
,
da perseguirsi anche
generalizz
ando il tetto retributivo già varato alle società partecipate

Misure di etica della dirigenza (rotazione; no a pluriincarichi; chiarezza retributiva; no
utilizzo consiglieri di Stato etc. negli uffici di diretta collaborazione; no chiamate fiduciarie; non
spoils si a sistema di responsabilità e rimozione)
Le politiche del lavoro
E’
necessario accompagnare i processi di riforme istituzionali, di innovazione amministrativa e
semplificazione istituzionale, affrontando non in modo “lineare” e non per tutte le
realtà il tema del
ringiovanimento del lavoro e quello della innovazione nella politica assunzionale, dando
risposte
positive al tema del superamento della precarietà
attualmente esistente e impedendo il ricorso a
forme di lavoro flessibile come forma di r
eclutamento del lavoro pubblico
.
In sostanza una misura
alternativa a quella lineare portata avanti con la spending review, che produrrà, se non sarà
profondamente modificata, gravi distorsioni e inefficienze, la chiusura di uffici e servizi, il
licenziame
nto di lavoratori precari (oggi indispensabili ai servizi stessi), e il blocco totale del turn
over.
Il tema quindi è: in un paese nel quale il lavoro pubblico è il più “vecchio” dei paesi OCSE
occorre trovare una soluzione per un precariato senza regole
e nello stesso tempo affrontare in una
chiave di uscita programmata e mirata dal blocco del
turn over
politiche di innovazione nel campo
delle assunzioni, affrontando anche per questa via il tema delle
performances
delle amministrazioni,
procedendo ad assu
nzioni qualificate e mirate nelle professionalità e nei settori.
In sostanza una proposta di riforma delle politiche assunzionali e del reclutamento senza
abbandonare la logica dell’art.97/Cost con la quale affrontare il tema del superamento della
precarie
tà e l’accesso mirato di nuove e qualificate professionalità.
15 maggio 2013

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