10 febbraio, la Giornata del Ricordo e il revisionismo sulle foibe

Giornata del Ricordo: 10 febbraio. Poco prima, Giornata della Memoria: 27 gennaio. Innanzi tutto, mi si lasci dire che appare davvero difficile da accettare il paragone tra un fatto storico come la Shoa, che ha una sua unicità terribile nella vicenda dell’umanità, e una serie di eventi che certamente tragici, rientrano tra le “normali”, per quanto variamente efferate, vicissitudini dei conflitti bellici. In secondo luogo, posso aggiungere che questo proliferare di memorie obbligate e “condivise” (altre proposte di leggi e leggine si annunciano o si richiedono per istituirne, finché avremo un calendario senza più un giorno libero) sta rendendo stucchevole ogni ricordo? E lo sta mercificando e banalizzando?

Ma vengo alle foibe. Ieri un giornalista di Radio Rai mi telefona e mi chiede se oggi sarei stato disponibile a partecipare a un programma sulla Giornata del Ricordo; rispondo di sì. E allora lui comincia a farmi una “preintervista”; mi vuole sondare. E mi domanda se non ritenga che oggi questa data sia finalmente davvero condivisa, e che ormai anche chi la respingeva la accoglie, e che gli errori del passato sono stati riconosciuti, e così via. Cercando di frenare il fastidio naturale davanti a domande che pretendono di indirizzare l’interrogato, facendogli fornire la risposta attesa dall’interrogante, esprimo il mio disaccordo. E davanti al suo stupore, gli spiego che sulle foibe da anni si sono condotti studi attendibili, e misconosciuti, da parte di gruppi di studiosi, collocati in particolare nelle zone di confine tra Italia e ex Jugoslavia, dentro o comunque vicino agli Istituti storici della Resistenza. E che su questa vicenda si sono fornite cifre del tutto fasulle, che sono variate a seconda dello spirare dei venti politici; con un vergognoso cedimento persino degli autori dei manuali di storia, che hanno ampliato a dismisura nel corso degli ultimi quindici-vent’anni, il totale degli infoibati.

Si è arrivato a parlare (nei giorni scorsi persino una pubblicità televisiva ci ha martellato: la storia che diventa spot è una new entry degli ultimi anni) di “decine di migliaia di morti”. Di “migliaia e migliaia” di italiani infoibati vivi, solo perché italiani, o non comunisti, o cattolici. O sacerdoti. E quant’altro, per denunciare la mostruosa crudeltà del comunismo e lo spirito disumano di vendetta che animò i “titoini” – i partigiani di Tito, con i loro complici italiani militanti sotto le bandiere del Pci togliattiano – nella loro resa dei conti a danno dei “vinti” di cui – ah, Pansa! – sparsero il sangue: ovviamente innocente.

Ebbene, che cosa non quadra in questa “ricostruzione”? C’è che, come appunto si fa nel cicaleccio pseudostorico imperante a proposito del post-XXV Aprile in Italia, si dimentica il contesto in cui i fatti avvennero e si devono necessariamente collocare. E quel contesto ci parla sì di efferatezze e brutalità, ma commesse da chi? Dai nostri soldati. Dai fascisti ai danni degli jugoslavi. Gli italiani fascisti, come dimostrano molti studi degli ultimi anni, si fecero odiare in quelle terre persino più dei tedeschi nazisti. Istituirono campi di concentramento. Commisero ogni sorta di nefandezze, ai danni di popolazioni inermi. E come ci si può stupire poi che si sia giunto a una resa dei conti, a guerra finita? Ovviamente, non si giustificano così efferatezze dell’altra parte, i delitti restano delitti, quali che sia la loro fattispecie: ma i contesti in cui avvengono li rendono assai diversi, gli uni dagli altri. E comunque sono i contesti che aiutano a spiegare tutti i singoli fatti, individuali e collettivi.

Ciò detto, è un clamoroso falso storico parlare di migliaia o decine di migliaia di infoibati. Si trattò invece di qualche centinaio di persone. No. Va bene. “Non facciamo la conta dei morti”: sento già qualcuno che me lo urla. Non facciamola. Ma la differenza tra qualche centinaia e le decine di migliaia non è di poco conto. Ma al di là di questo il falso non concerne solo e tanto le cifre, quanto la sostanza. Chi furono gli infoibati? Ossia coloro che vennero gettati nelle foibe? Furono spesso i caduti in guerra, di ambo le parti: una sepoltura sbrigativa, certo, ma in tempi di guerra si può sottilizzare? Furono talora, invece, i condannati a morte in regolari processi: fucilati e poi gettati in quelle naturali cavità del terreno. Furono anche, in rari casi, persone vittime di agguati, catturate, e gettate, dopo essere state uccise, o, raramente, vive. Ma accadde agli uni e agli altri. E presentare la vicenda delle foibe come un’azione sistematica, di inaudita ferocia, messa in atto dai comunisti (jugoslavi, ma con la complicità degli italiani) ai danni degli italiani (non comunisti), significa falsificare o addirittura rovesciare la verità storica (a chi voglia saperne di più consiglio il recente volume a cura di Alessandra Kersevan, Foibe. Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica, Kappa Vu editore).

Si dirà che il ricordo del 10 febbraio concerne anche le migliaia (questi sì, decine di migliaia) di nostri connazionali costretti dagli accordi italo-jugoslavi a lasciare le terre dov’erano nati, dove avevano casa, e avevano costruito un’esistenza. Premesso che si è stabilito un nesso tra i due eventi (quasi a dire che gli italiani fuggivano per evitare di essere infoibati!), bizzarramente, quel ricordo della tragedia degli italiani costretti all’esodo, viene oggi completamente obliterato dal mendace, quanto orientato, discorso sulle foibe. L’ìdeologia sconfigge la storia, e la moneta cattiva dell’uso politico di una storia ad usum delphini, scaccia quella buona della storia autentica il cui compito è l’accertamento della verità. E il ricordo dei dalmati e degli istriani che dovettero abbandonare le loro case e le loro corse, diventa un pretesto per una infinita “resa dei conti” con il “comunismo”: origine e fonte di ogni male della storia, in questo sedicente discorso “storico”.

Ma si può dire, tutto questo, alla radio? Pare di no… Imbarazzato, il mio gentile intervistatore (anzi: pre-intervistatore), borbotta frasi sconnesse: “sa…, capisce, questo è il servizio pubblico, non è che vogliamo togliere la libertà di parola, ma devo sentire i capi…”. Appunto. Il servizio pubblico, è oggi messo al servizio del mainstream politico. Si deve dire quello che il padrone del servizio pubblico (sostanzialmente lo stesso del servizio privato) decide, e che “i capi” fedelmente, puntualmente, interpretano. E la chiamano democrazia. E la chiamano libertà di espressione. E la chiamano ricerca della verità “nascosta” o “negata”.

Amaramente, non posso che constatare ancora una volta che alla crescente domanda di storia, nella pubblica opinione, corrisponde, paradossalmente, una totale emarginazione della figura professionale dello storico, sostituito da soubrettes dell’intrattenimento mediatico, che si piegano volentieri a dire ciò che si fa lascia loro dire. O ciò che ritengono che qualcuno voglia sentir dire. E va bene. Ciò che non va affatto bene è che codesta roba venga spacciata per “storia”.

Angelo d’Orsi

http://temi.repubblica.it/micromega-online/10-febbraio-la-giornata-del-ricordo-e-il-revisionismo-sulle-foibe/

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7 Pensieri su &Idquo;10 febbraio, la Giornata del Ricordo e il revisionismo sulle foibe

  1. le foibe sono un argomento sfruttato dalla destra che vorrebbe cambiare la storia. Il revisionismo, ha gia’ permesso ai fascisti di fare politica, ed e’ sempre in agguato. Gli storici debbono insistere attraverso pubblicazioni o mezzi di comunicazione ad impedire il propagarsi del falso storico.

  2. Ringrazio Alessandro da parte di mio zio, che ancora cerchiamo insieme ad altri gettato in foiba vicino a Fiume … ah era anarchico !!!

  3. All’attenzione della segreteria provinciale dell’ANPI.

    Mi dispiace non aver potuto partecipare all’incontro, che so esseresi tenuto stamattina, sulla questione della giornata del ricordo.
    Vedo ora che sono distribuiti documenti, provenienti da siti, che non conosco. La questione è sicuramente importante, per questo vorrei che
    fosse argomento affrontato in modo un po’ più ampio.
    Così, chiedo formalmente che si trovi un momento concordato di dicussione sulla questione, non potendo purtroppo essere presente a riunioni, come quella di stamani, di cui ho avuto notizia ieri sera, per gli impegni pressanti che proprio per le celebrazioni (giornate della memoria e del ricordo) mi stanno prendendo moltissimo tempo.

    Nel frattempo, vorrei far presente che proprio la delicatezza dell’argomento richiede grande attenzione. L’ISGREC dal 2004 ha fatto più di ogni altra realtà associativa toscana, tanto che siamo ormai un punto di riferimento nazionale sulla questione. Abbiamo compiuto un enorme sforzo per imporre un metodo che fosse lontano e inattaccabile dalle strumentalizzazioni politiche e abbiamo così potuto fare in modo che nella scuola nessuno o quasi parli più di foibe, ma di storia del confine orientale. Ci sono sempre state manifestazioni di orientamento fascista, a Firenze, in coincidenza con le nostre. Proprio a Firenze abbiamo avuto l’incarico per tre anni di presentare in Palazzo vecchio i nostri lavori, mentre forzanuova manifestava contro le mostre ecc. Il rischio oggi è di seguire la strada dello scontro ideologico e non quella, che tanto faticosamente siamo riusciti a imporre, di una dimensione seriamente incisiva, perché fondata sulla verità storica. Nessuno è mai riuscito a contestare su questo piano il lavoro fatto da noi. E’ così che ritengo che ia opportuno continuare, non cedendo alle provocazioni.
    Naturalmente l’ANPI ha le sue strategie e sceglierà come muoversi. Ma voglio segnalare un pericolo, che finirebbe per mettere in ombra qualunque buon lavoro, (ora il nostro è sostenuto anche da un protocollo d’intesa con l’Ufficio scolastico provinciale di Grosseto, in passato dall’Ufficio scolastico regionale della Toscana), facendo prevalere la logica dello scontro, con soggetti che sanno urlare più di noi e sono ben più attrezzati per le provocazioni.
    Ieri ho scritto al nostro indirizzo ANPI, non appena ho potuto dare risposta affermativa all’invito di essere sabato 4 a Firenze, a tenere una conferenza, in coincidenza con la manifestazione neofascista, per una risposta che mi è parsa utile a contrastare la manifestazione becera e provocatoria di casaggi. Spero che sia stata ricevuta.
    Rimango in attesa di sapere se è condivisa la proposta, che faccio, anche considerando la mia posizione di membro del direttivo ANPI provinciale di Grosseto.
    Un saluto
    Luciana
    (Luciana Rocchi, ISGREG)

  4. COMUNICATO STAMPA – GIORNO DEL RICORDO

    In Italia il 10 febbraio si ricordano le foibe e l’esodo degli italiani di Istria e Dalmazia.

    “Questo “giorno del ricordo”, così come viene celebrato dal 2005, è una sorta di triste compromesso che non ha alcun fondamento storico dimenticando che le foibe e l’esodo dei giuliano-dalmati costituiscono una diretta eredità del ventennio fascista e dell’occupazione italiana dei Balcani durante la Seconda guerra mondiale.”

    Così si esprime Angelo Del Boca, partigiano e primo storico italiano che ebbe il coraggio di denunciare le atrocità compiute dalle truppe italiane nelle colonie.

    “Tra il 1941 e il 1943 circa 150 mila sloveni scomparvero. Cifre enormi anche se basta pensare che nell’isola di Arbe, sede del principale campo di concentramento italiano per jugoslavi, il tasso di mortalità era di oltre il 19%, e quindi superiore a quello dei campi di sterminio. E dopo il ritrovamento dell’armadio della vergogna si sono avute ulteriori conferme”.

    Ancora usando le parole di Del Boca: “Questa commemorazione è una battaglia strumentale della destra che si pone in contrapposizione alla Giornata della Memoria alla quale anche i partiti di sinistra si sono adeguati per non lasciare il monopolio assoluto all’altra fazione. Il revisionismo in Italia ha fatto grandi progressi”. Così approfondire, parlare di foibe, esodo e storia coloniale del fascismo sul confine, vuol dire rendere più attuale la consapevolezza che quelle atrocità non si debbano ripetere.

    Non si può capire l’azione congiunta di partigiani jugoslavi ed italiani che ha generato le foibe e l’esodo di migliaia di italiani da quelle terre, se non si ripercorre la storia del Novecento a partire da quando l’Italia, vincitrice nella Prima guerra mondiale, ingloba nel proprio territorio 327 mila sloveni e 152 mila croati, ed anziché scegliere la strada del rispetto per le minoranze, sceglie quella dell’assimilazione forzata e brutale basata sull’annientamento del popolo slavo.

    Questo processo imposto dal fascismo portò alla soppressione totale delle istituzioni slovene e croate, al divieto dell’uso del serbo-croato ed all’imposizione dell’italiano come unica lingua nelle scuole e negli uffici pubblici dove vi fu una fortissima limitazione nell’assunzione di impiegati sloveni. Venne attuata l’italianizzazione delle principali città con il trasferimento in esse di popolazione italiana e nelle scuole furono licenziati gli insegnanti di madrelingua slava.

    Scomparso quindi ogni diritto a tutela dell’identità slava, si arrivò perfino all’italianizzazione forzata dei cognomi.

    Anche la gerarchia ecclesiale vaticana fece la sua parte nel “programma” rimuovendo dall’incarico i vescovi slavi di Gorizia e Trieste ed abolendo l’uso della lingua locale nelle funzioni liturgiche. Programma che l’Italia fascista cercò di completare nel 1941, quando incorporò nel proprio territorio la parte meridionale della Slovenia.

    I risultati di questa condotta sono tristemente noti: 13 mila uccisi, fra partigiani e civili; 26 mila deportati in campi di concentramento; 83 condanne a morte, 434 ergastoli, 2695 pene detentive per un totale di 25.459 anni.

    Non uno solo dei generali italiani che hanno operato nei Balcani, tra il 1941 e il 1943, ha pagato per i suoi crimini. Così come nessun generale o gerarca fascista ha pagato per le stragi, le deportazioni, l’uso dei gas in Etiopia e in Libia. Alcuni di costoro, anzi, hanno avuto incarichi ed onori dagli stessi governi della Repubblica, nata dalla Resistenza. Chi sperava in una “Norimberga italiana” è rimasto deluso a tal punto che Roma nel dopo guerra assunse la deprecabile decisione di non consegnare a paesi stranieri criminali di guerra; soltanto Belgrado ne aveva richiesti 750.

    Sul piano della verità le Foibe non rappresentano affatto il simbolo del genocidio della popolazione italiana e dell’indiscriminato odio anti-italiano; non ci fu nessun sistematico sterminio etnico contro gli italiani, ma una comune rivolta contro gli aguzzini nazifascisti, contro gli Ustascia e contro i collaborazionisti che si erano macchiati di ogni sorta di crimini. Una lotta di liberazione a tutti gli effetti contro la barbarie nazifascista e per la riappropriazione della libertà e dell’indipendenza nazionale alla quale parteciparono unitariamente diversi popoli e diverse formazioni partigiane comprese quelle italiane.

    In conclusione è un preciso dovere antifascista negare le strade e le piazze di Firenze, città Medaglia d’oro della Resistenza, il prossimo 4 febbraio, data nella quale è stata annunciata la manifestazione per celebrare la cosiddetta “Giornata del Ricordo” promossa da Casaggì, Casapound, Giovane Italia e PDL, che già negli anni scorsi, hanno attraversato la città innalzando simboli nazifascisti e rendendo addirittura onore ai franchi tiratori repubblichini.

    Vorremmo che si allargasse fortemente il fronte unito della Firenze antifascista ed antirazzista affinchè sia chiesto al sindaco Renzi ed al prefetto di impedire tali manifestazioni di incitamento all’odio e di chiara apologia del fascismo e di dare finalmente il via allo scioglimento dei gruppi neofascisti ed alla chiusura delle loro sedi.

    Rufina, 28 gennaio 2012 ANPI Rufina

  5. Oggetto: Foibe, la verità compromessa. Intervista alla studiosa Claudia Cernigoi

    Silenzio.
    Un silenzio funereo.
    Cavità,
    e buio,
    ed ancora silenzio.
    Violenza nella violenza,
    verità ribelle,
    violentata dalla Storia che deve offuscare la libera Resistenza,
    offuscata dalla voce del lamento
    dall’Inno di quel sacramento
    ululante nell’umanità disumana.
    Foibe.
    M.B.
    Il 10 febbraio si celebra il Giorno del ricordo, istituito con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, concede anche un riconoscimento ai congiunti degli infoibati. Cosa sono state realmente le foibe? Cosa è accaduto nella terra di Confine? Quale è la verità sul caso foibe? Esiste un caso foibe? Esiste un processo di revisionismo storico? Di tutto ciò ne parleremo con la giornalista e studiosa Claudia Cernigoi.

    1) Come posso presentarti?
    Sono una giornalista che dopo avere indagato sulla strategia della tensione (neofascismo, stragismo, “misteri d’Italia”), ad un certo punto ha iniziato a dedicarsi alla ricerca storica sulla seconda guerra mondiale, Resistenza, collaborazionismo e poi, di conseguenza, anche le “foibe”. In effetti sono diventata “famosa” proprio per via delle mie ricerche sulle foibe, anche se, voglio precisare, non ho studiato solo le foibe.
    2) Il giorno del ricordo, così come strutturato, rientra nell’intento del processo di revisionismo storico? Come si può definire il revisionismo storico?
    Revisionismo storico, di per se stesso, non dovrebbe avere un significato negativo. Ovvio che se si scoprono nuovi documenti che permettono di leggere in ottica diversa fatti prima interpretati in un certo modo, “rivedere” le interpretazioni storiche è doveroso e non negativo. Il fatto è che una parte della storiografia, che più che storia fa politica, anzi, propaganda politica, ad un certo punto ha deciso di dimostrare, storicamente, la negatività politica del movimento di liberazione comunista e non nazionalista, e pertanto si è iniziato a leggere i fatti storici in un’ottica che storica non è, ma politica. Ne consegue che si è iniziato anche a dare valutazioni politiche (e morali, cosa per me inaccettabile quando si parla di storia) sugli eventi storici. Faccio un esempio: quando si condannano le esecuzioni (sommarie o no) di oppositori politici da parte delle forze della Resistenza, senza considerare che tali eventi si sono svolti durante una guerra mondiale che causò milioni di morti, la maggior parte civili, si perde di vista ogni ricostruzione storica, pretendendo di valutare con i nostri valori morali del tempo di pace (“voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case”, scriveva Primo Levi) le azioni avvenute in un periodo in cui, come diceva una canzone partigiana “pietà l’è morta”. Dove la guerra non l’avevano iniziata i partigiani, né i comunisti, né, dalle nostre parti, la Jugoslavia, ma l’aveva iniziata il nazifascismo. Non ci fosse stato il nazifascismo a dichiarare guerra al mondo intero, gli aggrediti non si sarebbero difesi e non avrebbero avuto bisogno di ammazzare nessuno. Non riconoscere questo semplice dato di fatto è revisionismo storico in senso negativo.
    Quanto al giorno del ricordo, è una ricorrenza voluta da una lobby trasversale che vuole negare i crimini fascisti cercando di trasmettere l’idea che la Resistenza, soprattutto quella jugoslava, è stata una cosa negativa e non una lotta popolare di liberazione.
    3) Cosa sono state realmente le foibe? Numeri reali di infoibati?
    Gli storici Pupo e Spazzali scrivono che…Quando si parla di foibe ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime. È questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale.
    Questo è un altro esempio di revisionismo storico in senso negativo. Come può uno storico serio parlare di “significato simbolico e non letterale” relativamente a dei fatti storici? Se una persona è stata fucilata non è stata infoibata, e quindi perché parlarne in modo “simbolico” se non per creare confusione in chi cerca di comprendere questi eventi?
    Sintetizzando, possiamo distinguere due periodi storici. Il primo è quello immediatamente successivo all’8 settembre 43, in Istria, quando una sorta di jacquerie seguita al tracollo dell’esercito italiano causò circa 200 morti (effettivamente gettati nelle foibe), che coinvolsero esponenti del fascismo, vittime di rese dei conti e di vendette personali. Considerando che fonti nazifasciste sostennero che per ripristinare “l’ordine” in Istria dopo l’8 settembre vi furono circa 10.000 morti con devastazione di villaggi e campagne, esce spontanea la domanda di quale fu il vero martirio del popolo istriano.
    Invece nel maggio 1945 a Gorizia, Trieste e Fiume, dove l’Esercito jugoslavo (che era un esercito alleato e non “cobelligerante” come era l’esercito del Sud italiano) prese il controllo del territorio, vi furono moltissimi arresti di membri delle forze armate (che, ricordiamo, essendo il Litorale Adriatico staccato addirittura dalla Repubblica di Salò per essere annesso al Reich germanico, avevano giurato fedeltà direttamente a Hitler) e di civili collaborazionisti. In tutto scomparvero da Trieste meno di 500 persone, 550 da Gorizia, circa 300 da Fiume. La maggior parte furono militari internati nei campi di prigionia e morti di malattia; da Gorizia e Trieste circa 200 furono i prigionieri condotti a Lubiana o nei posti ove avevano operato e processati per crimini di guerra (tra essi rastrellatori, torturatori, l’ex prefetto di Zara Serrentino che come Presidente del Tribunale speciale per la Dalmazia aveva comminato moltissime condanne a morte di antifascisti…); infine vi furono le vittime di esecuzioni sommarie e vendette personali, ma dalle “foibe” triestine furono riesumate in tutto una cinquantina di salme, 18 delle quali dall’abisso Plutone, dove gli assassini erano criminali comuni e membri della Decima Mas infiltrati nella Guardia del popolo, che a causa di ciò furono arrestati dalle autorità jugoslave (che li condannarono a varie pene). Per questo motivo io non ritengo storicamente valido il concetto di “foibe”, perché in esso vi è una tale diversità di casistiche da non poter rappresentare un “fenomeno” a sé stante, se si esclude la teoria che va per la maggiore sull’argomento, e cioè che queste furono le “vittime” della “ferocia slavo comunista”, teoria che non ha alcun valore storiografico.
    4) Cosa voleva dire essere partigiani a Trieste? Cosa voleva dire vivere le persecuzioni nazi-fasciste in Città?
    I partigiani a Trieste facevano parte dell’organizzazione Unità Operaia-Delavska Enotnost e lavoravano in clandestinità nelle fabbriche o facendo opera di propaganda e qualche azione specifica in città. Non si sa molto del loro lavoro, purtroppo, su questo la ricerca storica è stata carente. Le repressioni furono ferocissime, coinvolsero non solo i militanti ma anche i loro familiari, le persone arrestate venivano torturate con ferocia, inviate nei campi germanici, uccise in Risiera, molti morivano cercando di scappare o sotto le torture. Cito soltanto le esecuzioni di maggiore entità avvenute nel 1944: 71 ostaggi fucilati ad Opicina il 3 aprile, 51 impiccati il 23 aprile nell’attuale Conservatorio, 11 impiccati a Prosecco il 29 maggio, 19 fucilati ad Opicina il 15 settembre, i 5 membri della missione alleata Molina il 21 settembre…
    5) Perchè è importante contestualizzare gli eventi nella questione foibe?
    A questa domanda penso di avere già in parte risposto prima. Quando, in sede di dibattito pubblico, il professor Raoul Pupo, alla mia affermazione che parte del CVL di Trieste fu arrestata dagli Jugoslavi perché si erano rifiutati di consegnare loro le armi, come prevedevano gli accordi firmati dal CLNAI con gli Alleati (e la Jugoslavia era un Paese alleato, come Usa e Gran Bretagna), asserì che io ragiono come nel 1945, penso che in realtà mi abbia fatto un complimento come ricercatrice, al di là delle sue reali intenzioni. Per capire cosa accadeva nel 1945 dobbiamo considerare la situazione del 1945, cioè il fatto che l’Europa intera, e non solo Trieste, usciva da una guerra mondiale che aveva causato stragi, fame, distruzione e disperazione; che nella nostra zona le autorità italiane avevano cercato di annullare le minoranze slovena e croata, non solo impedendo loro di parlare nella propria lingua, ma anche con la violenza, bruciando villaggi e deportando civili, vecchi, donne e bambini, che per la maggior parte morirono di stenti nei campi di prigionia come Arbe e Gonars. Ed in una situazione simile a me viene in mente la poesia di Brecht, “noi che volevamo apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili”.
    6) La visita prevista di Alemanno alle foibe di Basovizza, può essere considerata provocatoria verso la Resistenza ?
    Non credo particolarmente. È da anni che tutti (dalle istituzioni statali e locali ai naziskin di varia estrazione, a Padania Cristiana, alle organizzazioni degli esuli…) vengono in pellegrinaggio sulla foiba di Basovizza. Escludendo le istituzioni, che semplicemente hanno fatto propria la teoria degli “opposti estremismi”, cioè vi sono stati sia i crimini dei nazifascisti che quelli dei partigiani (“accostamento aberrante”, lo definì più di trent’anni fa il professor Miccoli dell’Università di Trieste), in genere si tratta di un segno fideista di anticomunismo e di apologia del fascismo, con dovizia di saluti romani e grida “camerati presenti”. Alemanno non può certamente fare peggio di questi qua.
    7) Quanto possono essere educative o diseducative le visite scolaresche alle foibe, che puntualmente ogni anno vengono organizzate per e nel Giorno del ricordo?
    Sarebbero educative se si contestualizzasse e si spiegasse la reale entità del “fenomeno”. Ma dato che la visita alla foiba di Basovizza è vista normalmente come il contraltare a quella alla Risiera di San Sabba, ciò che rimane ai ragazzi è che vi furono appunto i due “opposti estremismi”, le due “ideologie” che provocarono i drammi in Europa, con il sottinteso elogio della “zona grigia”, del qualunquismo di coloro che non si schierarono e lasciarono che gli altri prendessero le decisioni (e le armi) aspettando che qualcuno vincesse.
    Così come sono, in effetti, sono molto diseducative.
    8) Giungono voci di una tua nuova opera…puoi dare qualche anticipazione?
    Sì, si tratta di uno studio sull’Ispettorato Speciale di PS, la cosiddetta “banda Collotti”, nel quale oltre a raccontare l’operato di questo corpo di repressione nazifascista, finisco col parlare della Resistenza nella nostra zona ed anche delle ripercussioni che nel dopoguerra ebbero questi eventi.
    Marco BaroneNote: Foto tratta da Nuova Alabarda: Esplorazione speleologica 1943 (foto Carlos Bordon)

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