“Cari giovani, reagite. Non è il Paese che sognavamo”

Intervista di Oreste Pivetta a Carlo Smuraglia, all’indomani della sua elezione a Presidente Nazionale dell’ANPI

l’Unità – 18 aprile 2011

Il Presidente dell'ANPI Carlo Smuraglia

Dagli insulti ai magistrati, dalle offese ripetute alle istituzioni, dall’assalto alla Costituzione all’occupazione della televisione pubblica, ai nuovi attacchi nei confronti della scuola pubblica: è il quadro di un Paese che vive alcuni tra i suoi giorni peggiori, che deve assistere a una messinscena, dal copione ormai risaputo, ripetuto, noioso, che frastorna però, che confonde le idee, che nel frastuono continuo maschera le minacce alla democrazia. Carlo Smuraglia cita Carlo Azeglio Ciampi: non è questo il paese che sognavamo. Non è il Paese che volevano quanti si sono battuti contro il fascismo e contro il nazismo, non è il Paese che attraverso la sua Carta costituzionale si garantiva un futuro di libertà, lasciandosi alle spalle le macerie dell’oppressione. Carlo Smuraglia, una vita di studio e di politica, è diventato presidente dell’ANPI, a una settimana da un altro 25 Aprile, che torna a dirci quanto attuali e quanto vivi siano quei valori e quei principi per i quali si combatté ormai più di un sessantennio fa.

Professor Smuraglia, vorrei cominciare dall’altro ieri quando a Milano sono apparsi quei manifesti infami: «Via le br dalle procure». Se lo sarebbe mai aspettato? «Non me lo sarei aspettato. Forse ce lo saremmo dovuti aspettare. Si è oltrepassato ogni limite, ma c’erano i segni. Non dimentichiamo certe manifestazioni davanti al tribunale di Milano e certi giudizi del nostro presidente del Consiglio, il quale semplicemente e volgarmente insulta: non si dica che esercita un inalienabile diritto di critica. Leggo che a proposito di quei manifesti è stata aperta una inchiesta. Quei manifesti, che chiamano in ballo il brigatismo per reagire a processi del tutto normali, comuni, niente di politico, sono istigazione all’odio, all’odio nei confronti delle istituzioni, quei manifesti sono anche materia da codice penale…». Nel senso che quei manifesti valgono un reato punibile dal codice penale? «Nel codice penale molte voci sono state depennate in nome della libertà di opinione. In questo caso si potrebbe parlare di vilipendio alle istituzioni, punibile sì, ma con una multa, una multa che lascia ovviamente del tutto indifferente chi firma quelle iniziative. Nulla di più. Comunque, evidente è che la risposta debba essere politica e debba essere una risposta forte e che la risposta non possa essere solo del Presidente della Repubblica, che tante volte ha richiamato i protagonisti della nostra contesa politica a moderare i toni, a rispettare le regole, invitando al dialogo. Tante volte e sempre, purtroppo, inascoltato. La risposta deve essere forte e di tutti, di quanti ancora credono nella democrazia, una risposta all’altezza perché il problema non sono solo quei manifesti, il problema sono le azioni, sono le parole, sono i comportamenti che hanno istigato qualcuno a quelle scritte. Non ci sono solo gli insulti ai magistrati e alla magistratura. Ci sono gli attacchi alla scuola e la commissione d’inchiesta sui libri di testo. C’è l’intenzione di controllare l’informazione (compresa la televisione pubblica). Ci sono tanti altri episodi che danno evidenza al degrado culturale e politico. Basterebbe pensare alle divisioni che si sono manifestate quando si è trattato di decidere come celebrare l’Unità d’Italia. Basterebbe ricordare la proposta di legge presentata da alcuni parlamentari per abolire la norma transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista: non credo che si possa temere in questo momento la ricostituzione del partito fascista, ma evidentemente c’è chi pensa al futuro e crede invece possibile un ritorno al fascismo, magari in chiave populista».

Il pericolo, allora, c’è? «Credo che l’ANPI debba aiutarci a tenere desta la nostra attenzione, a tenere desta la nostra coscienza critica, richiamandoci alla storia e allo spirito della nostra Costituzione, impegnandoci tutti perché la Costituzione venga attuata, sapendo che se si affonda la Costituzione si affonda il tessuto democratico di questo Paese. Insultare le istituzioni significare scegliere lo sbandamento delle coscienze e il deterioramento della vita collettiva, significa invitare il cittadino a infischiarsene delle istituzioni e quindi delle regole». Come reagire? «Intanto dobbiamo reagire alla cattiva informazione. Gustavo Zagrebelski faceva opportunamente notare che le falsità ripetute diventano il cancro della società. Dobbiamo smascherare le falsità e se non possiamo contare sempre sui giornali o sulla televisione (quella pubblica peraltro) dobbiamo pensarci noi, noi dell’ANPI, noi delle libere associazioni democratiche, noi cittadini comuni. Informare significa ad esempio spiegare e far capire che la gravità del caso Ruby non sta solo nelle oscenità che possiamo immaginare ma soprattutto nella telefonata di un capo del governo in questura: così salta davvero il rapporto corretto tra le istituzioni, così si inquina. Informare significa contribuire a vincere l’indifferenza dei tanti, che non stanno con Berlusconi, ma non si sentono impegnati, perché sono sfiduciati, perché sono rassegnati. La nostra deve esser una battaglia contro la rassegnazione». Si può cambiare qualcosa? «Una manifestazione come quella romana delle donne è la prova che si può cambiare. Ma dobbiamo insistere. Mobilitare le coscienze è il nostro imperativo, mobilitare facendo intendere che cosa nascondono la riforma epocale della giustizia, l’aggressione alla Corte costituzionale, il rifiuto di un uomo di presentarsi ai processi che lo riguardano, che cosa nascondono persino le barzellette del premier, e che cosa significa per noi un Parlamento bloccato settimane a discutere di leggi personali, mentre si dovrebbero affrontare temi come la crisi economica, la guerra in Libia, l’arrivo dei migranti sulle nostre coste. Dovremmo far capire che non stiamo vivendo una giornata normale in un Paese normale».

Vengono in mente quei giorni del 1945: «Avevo vent’anni e scelsi di combattere contro i nazifascisti. Ero nelle Marche e quando arrivarono gli alleati rientrai nell’esercito, caporal maggiore, ottava armata divisione Cremona. Risalimmo la penisola, arrivammo a Ravenna, ad Alfonsine sostenemmo una battaglia terribile. Alfonsine venne rasa al suolo. Passammo e fummo a Padova e poi a Venezia: noi, gli americani, i polacchi, i partigiani di Bulow ». L’ANPI è anche dei giovani adesso: «Da quando, dal congresso del 2006, aprimmo le iscrizioni a quanti non avevano combattuto: prima arrivarono persone di mezza età, poi arrivarono i ragazzi. Per noi si poneva una questione, amara in un certo senso, di ricambio generazionale, per loro, per quei ragazzi, l’ANPI era il luogo di una storia antifascista che doveva continuare perché crediamo ancora nel Paese che sognavamo».

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