Raccolta di testimonianze orali sulla strage dei minatori della Niccioleta, 13-14 giugno 1944. A cura di Katia Taddei

La raccolta di interviste presentata in questo volume è stata iniziata negli ultimi anni ’90 dalla sottoscritta, nel tentativo di reperire il maggior numero possibile di fonti orali necessarie alla ricostruzione storica dell’eccidio di Niccioleta ad opera del Prof. Paolo Pezzino dell’Università di Pisa, con il quale ho lungamente e strettamente collaborato. Stralci delle interviste sono state quindi utilizzati dall’autore nel suo lavoro dal titolo Storie di guerra civile, l’eccidio di Niccioleta, edito da Il Mulino Ricerca, Bologna, 2001, un lavoro meritorio di ricostruzione elaborata e circostanziata ove vengono scandagliate tutte le possibili risposte alla domanda di verità storica sulle responsabilità di questo efferato eccidio.
Alcune delle interviste sono state raccolte dallo stesso Pezzino e da Giovanni Contini Bonaccorsi anch’egli autore di alcuni lavori sulle stragi naziste avvenute in Toscana, ed entrambi ringrazio sentitamente per averle gentilmente concesse ai fini della presente pubblicazione. Per poter raccogliere le testimonianze abbiamo dovuto prendere contatto con numerosi familiari delle vittime, è opportuno ringraziarli e non ci stancheremo mai di farlo perché la loro collaborazione è stata di grande importanza, così come ringraziamo tutti coloro che hanno voluto prestarsi all’intervista per la disponibilità mostrata e per la gentilezza con cui ci hanno accolto. Ciò che mi ha personalmente colpito è stata la pacatezza con cui si sono ricordati tanti particolari angosciosi, le lunghe pause, i silenzi, e nessuna voglia di vendetta, ma neppure distacco od oblio da parte dei nostri testimoni, che parlano sommessamente e ricordano con dignitoso dolore.
Chi volesse trovare in questa raccolta una ricostruzione definitiva della strage dovrà constatare che non è questa l’intenzione di chi l’ha curata. Sulla vicenda della Niccioleta è appena uscito un saggio poc’anzi citato che aprirà forse agli storici un sentiero da battere in più direzioni. Le fonti a disposizione sono quelle, ma non è detto che non ve ne siano altre di nascoste o di insabbiate, appare assai strano infatti che al processo non siano stati ricercati i responsabili tedeschi, mentre si conoscevano in maniera circostanziata nomi, riferimenti e denominazione del battaglione. Le fonti orali avrebbero potuto essere anche più folte, non c’è dubbio, ma per motivi di spazio abbiamo dovuto selezionarne solo alcune. Ciò di cui siamo realmente dispiaciuti in realtà è di non avere la testimonianza di chi non ha voluto parlarci, alcuni dei militi che parteciparono a quell’azione sono conosciuti ed è stato chiesto loro, purtroppo senza esito, di rilasciarci un’intervista. Sarebbe stato indubbiamente importante, infatti sapere a quali ordini stava rispondendo il tenente che diresse l’azione, cosa sarebbe potuto accadere se a Niccioleta non fossero state trovate le note dei turni di guardia, se i fascisti di Niccioleta abbiano realmente chiamato il battaglione al villaggio o se invece la sua venuta sia stato solo il frutto di terribili coincidenze. Purtroppo non possiamo rispondere a questi interrogativi con certezza assoluta, ma soltanto con interpretazioni personali e parziali anche se un processo c’è stato e dei colpevoli sono stati individuati.
Avere dedicato al massacro dei minatori di Niccioleta lunghi anni di studio e di ricerca, mi ha portato ad avere un quadro dai lineamenti tutto sommato definiti, non privo di contrasti, con luci ed ombre diffuse e punteggiato di particolari. Difficile dire se ritragga fedelmente il quadro reale, è questo un augurio vivo che io per prima mi faccio, ma ciò che è davvero importante più dell’insieme, sono i dettagli emersi durante le interviste e l’essere riusciti a coglierne qualcuno, a mostrarne i lati oscuri, dimenticati o mai svelati è per me motivo di grande soddisfazione.
Il ruolo da me svolto nella ricerca sulla strage è stato relegato soltanto al reperimento delle interviste. Questo impegno inizia nel lontano 1994 , quando nel cinquantesimo anniversario della Liberazione mi viene affidato dalle forze democratiche del mio paese e dall’Amministrazione comunale, il compito di produrre un video (1) sui maggiori fatti che hanno interessato il nostro territorio durante l’anno di guerra 1944. Il video è seguito dall’incontro con Paolo Pezzino e dalla collaborazione con lo stesso e con Michele Battini alla ricerca di fonti inedite presso il Public Record Office di Londra, tradotte dalla sottoscritta quindi pubblicate nel volume Guerra ai civili di Battini, Pezzino, Saggi Marsilio, 1997. Purtroppo quella ricerca si rivelò infruttuosa per l’episodio di Niccioleta infatti poco o nulla fu ritrovato in quella occasione e soprattutto mancavano le carte processuali, poi rinvenute fortuitamente presso il tribunale di Firenze. Da questo ritrovamento nasce il progetto di una ricostruzione definitiva della strage, progetto che si è appena concluso e che ha prodotto le interviste qui integralmente pubblicate. Ovviamente nella ricerca è stato determinante il ruolo svolto dai testimoni, che ringraziamo sentitamente per la loro disponibilità a riaprire per noi una pagina di dolorosi ricordi. Le interviste che abbiamo raccolto e poi selezionato per questo studio sono state di una importanza vitale, senza gli occhi di chi ha veduto e vissuto quei momenti noi non avremmo fatto altro che affidarci alle carte, che per quanto importanti sarebbero state comunque insufficienti ad una ricostruzione circostanziata dei fatti.
Come vedremo nella presentazione, gli elementi compresenti alla strage sono stati molteplici e per avere il quadro più dettagliato che sia possibile abbiamo dovuto considerarli tutti, ecco perché le nostre interviste non sono state indirizzate soltanto ai familiari più stretti delle vittime, ma anche ai partigiani e ad alcuni dei testimoni del rastrellamento di Castelnuovo. Gli anni trascorsi hanno fatto sì che i testimoni oculari già adulti all’epoca dei fatti siano ormai numericamente assai scarsi, mentre sarebbe stato certamente importante averli potuti ascoltare e ci riferiamo in particolare ad Emilio Banchi, impiegato della Montecatini che ha tenuto le redini della vicenda processuale, essendo il presidente del Comitato Familiari delle Vittime, oltre che il padre di Eros, una giovane vittima della strage.
Il villaggio di Niccioleta ha subìto dopo la morte degli operai un cambiamento profondo, famiglie disgregate, senza salario, senza un domani certo; centinaia di persone dovettero reinventarsi un futuro o comunque videro modificarsi improvvisamente la propria vita. Una testimone ricorda: “S’era 51 vedove e 118 orfani” (2)
Le donne furono senz’altro le più colpite tra i sopravvissuti alla strage. Si trovarono a dover abbandonare il villaggio, le case, con i figli piccoli a loro carico. Chi aveva una famiglia vi fece ritorno, chi non aveva un sostegno adeguato dovette lasciare i figli più piccoli all’Istituto e mandare i più grandi a lavorare anche lontano da casa. Don. Luigi Rossi nella propria intervista parla di centinaia di bambini accolti presso il Rifugio Sant’Anna di Massa Marittima da lui diretto, alcuni vi rimasero a lungo, altri vi dimorarono fintanto che i loro familiari non ebbero trovato una sistemazione appropriata. Il ritorno per molti alla montagna amiatina o agli altri paesi di origine, significava perlopiù il ritorno alla miseria dalla quale si era fuggiti, in qualche modo, approdando a Niccioleta. Le giovani madri che si trovarono da sole con i loro neonati sono state certamente coloro che hanno sofferto di più, sia sul piano affettivo che su quello economico, l’asprezza di una vita sfortunata, vissuta all’insegna della fatica, senza il sostegno del proprio compagno. Ma i padri dei giovani uccisi nel massacro, coloro che furono liberati perché anziani, hanno dovuto soffrire un tormento se vogliamo ancora maggiore, per non essere riusciti ad impedire quella strage, per non aver compreso la gravità di quella che parve loro solo un’iniziativa innocua, quale non fu, quella di proteggere la miniera con le armi, e soprattutto per non aver preso nessuna precauzione per ovviare al pericolo di delazione, nonostante la presenza di aderenti alla Repubblica Sociale nella direzione e tra gli operai. Quei padri che hanno voluto fermamente il processo, pur senza ottenerne un esito soddisfacente, in quanto i colpevoli scontarono soltanto pochi anni, ormai non sono più, ma i bambini di allora chiedono oggi con forza a noi di andare avanti, per capire, per trovare una ragione che essi per lunghi anni non hanno mai smesso di cercare, ma soprattutto perché vi sia diffusione tra i mezzi d’informazione di quanto accadde cinquant’otto anni fa tra queste colline quiete e suggestive.
Dare voce alle ragioni di questi morti è quanto ci proponiamo, Niccioleta è una strage dimenticata e forse capire questo silenzio ci aiuterà a proseguire sul cammino della verità.

Katia Taddei.

Quando il triste vento della sventura ci passa d’accanto, noi,
nello smarrimento della bufera, ci guardiamo d’intorno
e se vediamo che qualcuno cammina a nostro fianco e cerca
di consolare il nostro dolore ci sentiamo assai confortati.
Nella triste bufera che ci ha schiantato il cuore, togliendoci
d’accanto i nostri più cari, Vi abbiamo saputo vicino a Loro,
che morirono […]
Dal CLN di Niccioleta al Sindaco, al CLN e alla
Popolazione di Castelnuovo Val di Cecina.
Miniera di Niccioleta 25 luglio 1944.

1. Niccioleta un villaggio in fermento

La strage dei minatori di Niccioleta fu, a mio avviso, un atto estremo di guerra civile nel quale furono coinvolti anche molti giovani e giovanissimi che pur non avendo ancora maturato una compiuta coscienza antifascista si trovarono coinvolti, loro malgrado, in un episodio di Resistenza dai risvolti imprevedibili che li vide insieme agli altri, travolti dagli eventi senza avere la percezione della gravità di quanto stava loro accadendo.
La consapevolezza del loro tragico destino gli operai poterono averla solo sull’orlo del vallino nel quale furono uccisi, ed è presumibile che a ciò sia dovuto il mancato tentativo di fuga degli uomini, i quali attesero la loro sorte senza opporre resistenza, illusi dalle false promesse dei militi che li tenevano in ostaggio, convinti che sarebbero stati interrogati e poi rilasciati.
Non rientrava nella logica delle cose che avrebbero anche potuto essere uccisi tutti, non potevano supporre allora, che una guerra civile non segue alcuna logica, se non quella della violenza e della sopraffazione.
Quando si parla di atto di guerra civile riferendosi alla strage dei minatori si implica ovviamente la “italianità” della vicenda, anche se la strage fu ordinata ed eseguita da un ufficiale tedesco, ma non ci si riferisce tanto ad una situazione politica in fermento creata e vissuta come tale da una comunità e che ebbe come epilogo la strage, bensì ad una sorta di esplosione improvvisa di odi latenti che probabilmente venivano in qualche misura sedati dalla stessa azienda, la quale in quegli anni di grandi sommovimenti politici conduceva la miniera con grande circospezione ed opportunismo. Tale odio aveva certamente una doppia connotazione: odio di classe, che contrapponeva i privilegi delle alte gerarchie al lavoro massacrante degli operai, e odio politico che prevaricava ogni gerarchia in quanto puramente ideale, quell’odio tra fascisti ed antifascisti che non si era mai sopito durante i venti anni di regime, una reminiscenza che può effettivamente essere vista come l’epilogo di un conflitto iniziato già nel 1919-22 (3).
Molti dei minatori che giunsero a Niccioleta negli anni ’30 dalle miniere dell’Amiata o dagli altri centri minerari di Boccheggiano, Ribolla e così via, avevano alle spalle un passato di antifascismo e di lotte che in Maremma furono particolarmente aspre, non solo per la presenza degli Agrari che fiancheggiarono ampiamente il fascismo violento delle squadre punitive, ma anche per la presenza di importanti centri minerari, all’epoca vera scuola di socialismo.
Chi lasciava la campagna per la miniera non solo non faceva una scelta facile, ma spesso vi era obbligato, perlopiù si trattava di braccianti licenziati per motivi politici; i minatori maremmani hanno una tradizione antica di lotta, come scrive Carlo Cassola in un suo articolo pubblicato su Nuovi Argomenti nel 1954:
“In una recente Storia del PCI, quella di Bellini e Galli, i minatori maremmani sono indicati, accanto agli operai di Sesto San Giovanni, fra le più combattive avanguardie del Partito Comunista Italiano. Una prima agitazione contro la Montecatini risale agli anni precedenti la guerra d’Africa” (4)
Fu a causa del Bedaux, una tecnica di cronometraggio del lavoro che fu subito rigettata dalle maestranze, ma il motivo reale dell’insurrezione fu la registrazione, da parte degli operai, di un decremento del salario, che vista la crisi, venne sospeso a diverse decine di operai di cui si chiedeva il licenziamento. Dopo il Bedaux vi fu un altro motivo di malcontento e di reazione al fascismo: la guerra. Le idee antifasciste tra gli operai si diffondevano con rapidità. Il villaggio minerario poteva esser definito come una realtà separata, un microcosmo aperto al mondo esterno solo attraverso gli operai pendolari. Qui il fascismo imponeva i suoi rituali ai ragazzi dell’età scolare, ma vista l’alta percentuale di manodopera contraria al regime, non si pretendeva da tutti gli operai un’adesione formale, com’è facile immaginare visto il tipo di lavoro assai carico di rischi qual’era quello del minatore. La Società teneva a bada con il ricatto di licenziamento i più facinorosi, ma non poteva in alcun modo impedire che si formassero tra gli operai idee contrarie al regime, nonostante vi fosse tra i sorveglianti chi aveva il compito di informarsi anche sulla connotazione politica dei dipendenti, quindi di riferire alla direzione della miniera.

La Montecatini che segnerà la storia delle miniere maremmane, proprio con la pirite farà la sua fortuna e dalla piccola società qual’ era, sorta a Montecatini Val di Cecina (di cui l’omonimo nome) nel 1888 per lo sfruttamento del rame, divenne nel 1934 un colosso dai 500 milioni di capitale con il possesso della quasi totalità delle miniere grossetane. A Niccioleta si iniziò ad estrarre la pirite nel 1929, anche se sembra vi fosse un altro piccolo pozzo molto più antico detto “Niccioleta vecchia” ma nel 1934 vi fu la scoperta di una seconda grossa lente, una quantità tale da giustificare la costruzione di un villaggio minerario. Giunsero alla miniera operai di tutte le zone limitrofe: Gavorrano, Massa Marittima, Ribolla, Monterotondo e in particolare dal monte Amiata dove le miniere di cinabro, da cui si estraeva il mercurio, attraversavano in quegli anni una profonda crisi, ma vi giunsero anche minatori dalla Sicilia, dalla Calabria, dal Veneto. La Montecatini che all’inizio assicurava gli alloggi soltanto agli operai, i cosiddetti “camerotti”, ormai poteva accettare anche le famiglie. Il villaggio era stato costruito in modo che vi fosse una netta distinzione tra i diversi ceti sociali che lo occupavano: distribuito su tre livelli altimetrici, mostrava in alto la villa del direttore, poco più in basso le abitazioni degli impiegati e dei tecnici infine, di fronte al dopolavoro di inequivocabile stile fascista, intorno ad una piazza squadrata, sorgevano le palazzine degli operai. Le guardie giurate occupavano una casa isolata, posta all’ingresso del paese. Gli appartamenti degli operai erano comunque moderni, forniti di bagno e di stufa a legna, dobbiamo considerare che molti dei nuovi venuti non avevano mai avuto prima i servizi in casa. Nonostante si trattasse di un lavoro estremamente pesante e carico di rischi, un posto di lavoro nella miniera di Niccioleta era considerato un piatto invitante per molti minatori che avevano appena perduto il posto o che magari per dissensi manifesti contro il regime, non riuscivano a trovare un lavoro alternativo.
La miniera era ed è certamente il più duro e il più rischioso tra i lavori manuali, il rischio di incidenti e di infermità all’epoca era altissimo: crolli, fuoriuscita di gas come il grisou, per non parlare della silicosi come inevitabile approdo per molti operai costretti a inalare polveri in anni di lavoro, rappresentavano i pericoli maggiori. La Società aveva creato comunque un villaggio ospitale dotato dello spaccio aziendale, una mensa impiegati alla quale si recavano anche gli scapoli, l’ambulatorio, la scuola, la sala da ballo, il cinema e il dopolavoro:

[…] perché lì a Niccioleta era un villaggio in cui la Società pensava a tutto, c’era lo spaccio, non c’era bisogno di andare in giro neppure a far la spesa, era tutto lì, il lavoro, la casa”(5)…..

Questi erano luoghi accessibili a tutti e il clima che si era instaurato in quegli anni era, ma solo apparentemente, di pacifica convivenza. In miniera comunque vigeva una gerarchia precisa. Si legge in una cronaca del dopoguerra circa la vita di miniera:

“In tutte le miniere il lavoro è continuativo, con tre turni di otto ore ciascuno. […] Il gruppo minimo estrattivo è la “compagnia”, composta di soli due operai, il minatore e l’aiuto-minatore. Un gruppo di compagnie è sorvegliato da un “caporale (nel gergo di miniera si dice “sorvegliante” Di solito il caporale è un operaio anziano, promosso a quel grado per qualità di provata esperienza. […] L’apparato propriamente direttivo è costituito da un ufficio tecnico composto di un certo numero di capiservizio, tutti ingegneri o periti minerari, con a capo il vicedirettore; e da un ufficio amministrativo, diretto da un capufficio. Il capufficio e il vicedirettore sono subordinati alla maggiore autorità della miniera, il direttore, che soprintende sia al lavoro tecnico che all’amministrazione. Ogni miniera ha anche un certo numero di guardie giurate, reclutate prevalentemente tra gli ex carabinieri. Le guardie hanno il compito della sorveglianza all’interno e all’esterno della miniera. Le guardie della “Montecatini” vestono una divisa nera, con il distintivo della società, piccozza e alambicco (6).

Questo il funzionamento della miniera di Niccioleta anche prima dell’inizio della guerra, chi andava a lavorare in miniera veniva immediatamente a conoscenza dell’ordine imposto e doveva adeguarsi, pena il licenziamento.
Durante la guerra lo stabilimento fu però dichiarato ausiliario, ciò significava che si era a disposizione dell’esercito, dunque sottoposti al ricatto: o in miniera rigando dritto, o al servizio dei tedeschi nei lavori più disparati: rifacimento di binari, costruzioni delle linee di difesa, ecc. oppure al fronte. Così si afferma in un’intervista:

[…] siccome lo stabilimento era ausiliario, quelli che lavoravano alla Niccioleta erano tutti militari, capito! Sicché il direttore se voleva ti mandava in galera o ti mandava alla guerra, se te mancavi due giorni al lavoro c’era un Capitano Trobia che ti diceva: “caro figliolo te domattina vai in Russia, perché se eri richiesto…questo è stabilimento ausiliario e di conseguenza parti”,

Questa sorta di ricatto divenne un’imposizione già dall’inverno 1942/1943, quando la Todt iniziò il reclutamento degli operai per condurli a Montalto di Castro ove le truppe tedesche cercavano di erigere una linea di difesa. Gli operai che volevano sottrarsi ai reclutamenti forzati erano costretti a fuggire dal villaggio ed entrarono dall’autunno del ’43 nelle fila della Resistenza. In questa situazione di tensione vennero a crearsi delle contrapposizioni ancora più marcate fra gli operai e la direzione, vista come l’avversario naturale, tanto più che a fianco del direttore Mori Ubaldini venivano a trovarsi dei collaboratori quali Custer, Ferrari, Boeklin, ingegneri e tecnici schierati con i tedeschi e che divennero repubblicani all’indomani della creazione della Repubblica di Mussolini. E’ quindi naturale che vi fosse tra gli operai un’accesa opposizione ai tedeschi che cresceva con ritmo serrato dopo i racconti dei reduci rientrati dal fronte russo o africano. Tuttavia poco o nulla trapelava fuori dalle gallerie della miniera, se si escludono i più facinorosi, probabilmente le discussioni, i confronti e le esternazioni più imprudenti, avevano luogo laddove la solidarietà e la complicità tra i minatori si esprime ogni giorno: il luogo del lavoro. In famiglia non si parlava di politica, soprattutto con i giovani e i giovanissimi, che erano tenuti all’oscuro di tutto.
Dobbiamo rilevare comunque che la direzione era consapevole di avere alle proprie dipendenze operai antifascisti, ma per ragioni comprensibili anche se di puro opportunismo, in una fase di gravi rovesci militari, l’azienda non fece altro che occuparsi dei propri interessi, chiudendo volentieri un occhio, se non entrambi, sulle vicende che vedevano gli operai unirsi idealmente alla Resistenza. Ecco il motivo per il quale tra gli antifascisti e la direzione non vi furono contrasti significativi, almeno nella seconda fase della guerra, mentre cresceva probabilmente l’odio tra i fascisti e gli antifascisti, i primi sentendosi forse sfuggire il terreno sotto ai piedi.
Si segnalano tuttavia alcuni momenti di tensione tra gli operai e gli esponenti del fascio del villaggio intorno al 1938, quindi in un’epoca anteriore ai fatti:

[…] e poi da ragazzetto a quell’epoca io vidi… facevano le feste da ballo, non chiamavano la gente umile, però facevano le feste da ballo tra impiegati e l’ultimo di Carnevale fecero questo Carnevale morto, però in senso politico, almeno i fascisti lo interpretarono in questo senso qui e poi dopo s’è saputo che era proprio in quella direzione. Il carnevale morto voleva dire che uno faceva il morto sopra a una branda e quell’altri lo portavano e poi dietro con le candele….. loro volevano entrare nella sala e questi fascisti glielo impedirono allora lì ci fu una scaramuccia quello che era il principale del fascio della Niccioleta gli dettero un cazzotto lo buttarono in terra gli fecero fa’ sangue dalla bocca (7)….

I quattro operai accusati di aver provocato la zuffa furono condannati a sessanta giorni di prigione. Altri fatti di questo tipo seguirono, come quello del palco al Federale:

[…] era già iniziata la guerra, doveva venire il federale e allora gli operai avevano costruito un palco come un fornello da miniera, da una parte ci passava il personale e dall’altra il materiale, durante la notte questo palco fu buttato giù e si dette la colpa sempre ai soliti che furono portati dentro, invece pare che siano stati i fascisti a butta’ giù il palco per far ricadere la colpa su quell’altri” (8)

Gli stessi Bianciardi e Cassola nel loro libro-inchiesta sulle miniere della Maremma toscana, affermano quanto segue:

A Niccioleta si ebbero a più riprese manifestazioni antifasciste, con conseguenti arresti di parecchi operai per periodi più o meno lunghi. Gli anziani erano certo in gran parte antifascisti. E’ da credere invece che la fraseologia pseudorivoluzionaria del fascismo abbia fatto una certa presa sui giovani. Ma è indubbio che subito all’indomani del 25 luglio, le masse si ritrovarono nelle ideologie antifasciste e specialmente in quella comunista come nel loro elemento naturale (9).

Il sentimento antifascista che animava gli operai aveva trovato probabilmente una sorta di acquiescenza nel direttore Mori Ubaldini che non operò scelte azzardate, ma si tenne inizialmente in disparte ben sapendo che i suoi operai avevano iniziato a sottrarre materiale esplosivo per donarlo ai partigiani, e successivamente acconsentì, non sappiamo quanto spontaneamente, a rifornire questi ultimi di materiale, vestiario e cibarie. E’ da supporre che anche i fascisti di Niccioleta fossero a conoscenza dei fatti ed è fortemente probabile che ne parlassero tra loro, con la sede del Fascio di Massa e con il Comando di Polizia di Villa Silvana (Pian dei Mucini) dove pare si recassero sovente per intrattenersi a parlare o a cercare qualcosa da mangiare.
Gli antifascisti più in vista erano conosciuti non solo dalla direzione ma con certezza anche dal Comando di Pian dei Mucini che aveva una funzione di polizia e dunque di controllo della miniera. Nella relazione rilasciata dal CLN locale ai militari americani sopraggiunti a Niccioleta il 26 di giugno (10), appare evidente che già prima dell’ingresso in Niccioleta della squadra partigiana avvenuto il 9 giugno, e quindi ancor prima della fuga dei fascisti locali presso la Villa Silvana sede del Comando, vi fossero informatori dei tedeschi con l’intento di mettere al corrente il suddetto comando circa l’attività antitedesca svolta da elementi “comunisti” all’interno della miniera e del villaggio. Si legge nella suddetta relazione:

[…] Durante le prima settimana di giugno, quando ormai apparve evidente che gli alleati sarebbero ben presto arrivati, l’attività dei partigiani si intensificò, creando notevole disturbo alle truppe germaniche. Il 5 giugno 1944 il Capitano SENGEL e il Lt. ARNDT della Feldgendarmerie si stabilirono presso Villa Silvana in Pian di Mucini, vicino a Niccioleta; visitarono a Niccioleta il direttore della società Montecatini, certo Dr. LUCIANO MORI UBALDINI, e gli chiesero i nomi di tutti i minatori che avessero sentimenti anti-tedeschi. Ubaldini rispose loro che nessuno in miniera poteva dirsi di idee anti-tedesche, e che gli operai non avevano mai creato disturbo. Infatti, in miniera mai come allora aveva regnato assoluta tranquillità. Ubaldini venne rilasciato con l’ordine di ripresentarsi il giorno seguente presso il comando tedesco con un interprete locale identificato nella persona dell’ingegnere Valdemar BOEKLIN. Ubaldini si ripresentò . Dopo un vano tentativo di ottenere i nomi dei minatori anti-nazisti, gli ufficiali lo rilasciarono, stavolta con l’ordine di inviare alcuni operai al Comando tedesco. I loro nomi: CICALONI Eugenio, MASTACCHINI Agostino, ROSSI Socrate, FALLERINI Bruno e Pietro, ULIVELLI Primo e Agostino. Gli uomini, per non compromettere il direttore Ubaldini, si presentarono agli ufficiali tedeschi il giorno seguente (11).

Il nucleo degli antifascisti più in vista era dunque esiguo, i fratelli Fallerini per giunta non sembra che facessero parte di quel nucleo ma è illusorio pensare che fossero degli isolati o che non avessero un seguito tra i minatori.
Gli uomini furono dunque chiamati a comparire il 6 giugno 1944 presso la Gendarmeria di Pian di Mucini dove aveva sede il Comando tedesco. Il direttore prenderà le loro difese ponendosi da questo momento in una situazione assai delicata, in quanto con grande probabilità erano stati proprio i suoi più stretti collaboratori ad aver segnalato ai tedeschi i nomi degli operai. Altri uomini furono identificati come antifascisti il mattino dell’accerchiamento del villaggio in quanto trovati in possesso di oggetti compromettenti, subito interrogati e fucilati, si trattava della famiglia Sargentoni composta dal padre e due figli presso i quali fu rinvenuta una rivoltella (12) ed ancora di Baffetti Rinaldo, Barabissi Bruno e Chigi Antimo, di cui almeno il primo fu individuato in seguito a precise indicazioni dei fascisti locali giacché non gli fu rinvenuto nulla di compromettente. Furono ricercati inoltre gli organizzatori dei turni di guardia che per loro fortuna riuscirono a mettersi in salvo, quali Coppi, Pizzetti, Rotelli, ed altri elementi di spicco che si dovevano occupare di compilare gli elenchi, di custodirli e così via.
Al villaggio c’erano anche una decina di famiglie di fede fascista, di cui gli uomini se occupavano spesso il ruolo di sorvegliante o guardia giurata, erano anche semplici minatori, quindi a contatto diretto con gli altri operai. I fascisti di Niccioleta erano certamente a conoscenza dell’attività antifascista svolta in miniera, e non fu difficile per loro dopo averli ospitati e rifocillati presso le proprie abitazioni, orientare i militi del battaglione verso le case dei “comunisti”.
In quell’istante, ossia nel momento del contatto tra i fascisti di Niccioleta ed i militi repubblichini che operarono il rastrellamento, accadde quella che potremo definire una spaccatura del microcosmo; la nuova fraternizzazione materializzò al contempo un conflitto che era stato silente per anni ma che era già in atto da qualche tempo, e cioè da quando i fascisti si erano visti sottrarre gli strumenti di un potere tenuto per vent’anni. Quelle stesse famiglie intimorite dall’idea che la fucilazione dei primi sei uomini a Niccioleta avrebbe potuto far riversare su di loro l’odio del villaggio e comunque convinte che ormai si trattava di una scelta di campo, decisero di fuggire con i tedeschi verso il nord. Nel dopoguerra tutti i fascisti furono ricercati dalla giustizia, rintracciati, interrogati e perlopiù prosciolti, tranne Nucciotti e Calabrò, i quali furono rinviati a giudizio quindi condannati a 30 anni dalla Corte d’Appello di Firenze nel 1951 ma che in seguito si trasformò in soli cinque anni di carcere. Con loro fu condannato anche l’unico milite del reparto di Polizia, Luigi Picchianti, identificato da un giovane minatore di Niccioleta.
Nucciotti e Calabrò avevano sposato due sorelle provenienti dal Bagnolo, località dell’Amiata, tutti li conoscevano come fascisti facinorosi. Nucciotti si mostrava più ostile nei confronti degli operai antifascisti e dunque evitava ogni frequentazione, mentre in molti affermano che non vi fosse tra l’operaio Calabrò e gli altri operai un odio manifesto, questi ad esempio si recava sovente a caccia con Bernardini Onorato (13) ucciso a Castelnuovo, il quale gli doveva spesso prestare le cartucce, inoltre aveva una figlia con gravi problemi di salute ed in paese avevano fatto per questa bambina una colletta. Probabilmente Calabrò che versava in condizioni economiche non agiate, avvertiva anche un senso di inadeguatezza: lui fedele al regime vive poveramente ed è costretto a fuggire dal villaggio all’arrivo dei partigiani, e altri operai magari antifascisti vivono in condizioni di agiatezza, con diversi membri della famiglia occupati in miniera o allo spaccio aziendale. Supposizioni suggerite da alcuni testimoni durante le interviste, le quali divengono univoche quando parlano di due uomini dalla condotta spesso esecrabile, che all’arrivo dei partigiani a Niccioleta il giorno 9 giugno, fuggono, si recano a Villa Silvana dove c’era un presidio tedesco e danno l’allarme. Rientreranno al villaggio solo la sera prima dell’accerchiamento, dichiarandosi ammalati si ritirano in casa e ne escono solo nel pomeriggio del 13 quindi si apprestano ad abbandonare il villaggio insieme ai tedeschi e ai minatori rastrellati. Calabrò si incontrerà di nuovo nel cinema di Castelnuovo al momento della selezione degli uomini da fucilare.
I fatti sono noti, le testimonianze ce li illustrano con meticolosa precisione, ma è impossibile stabilire dopo cinquant’otto anni quali fossero le relazioni, i legami, le vicende personali sulle quali si articolava la vita di un’intera comunità, impossibile scoprire le responsabilità morali di questa strage, impossibile comprendere fino in fondo le motivazioni che hanno sospinto coloro che nei fatti hanno contribuito all’eccidio. Solo attraverso le testimonianze possiamo aprire uno spiraglio su questa carenza di informazioni funzionali di tipo emozionale, narrando queste un vissuto rivelatore di elementi che non possono essere contenuti nelle carte e che sono indispensabili ad una miglior comprensione delle dinamiche sociali e familiari sulle quali un paese vive e si muove.
Dalle interviste intanto veniamo a conoscenza di un dato affatto scontato, ossia che gli antifascisti a Niccioleta rappresentavano circa il 50, 60% dell’intera popolazione, che i più in vista venivano da Abbadia San Salvatore, il paese rosso del Monte Amiata e che quasi certamente c’era un gruppo organizzato di antifascisti che rilasciava le tessere del PCI clandestino:
TK- Secondo lei quanti comunisti c’erano a Niccioleta tra i minatori?
LI-Eh! Parecchi!
TK- Mi faccia una percentuale
LI- Mah! Non saprei dire una percentuale….
TK- Quante persone ci stavano a Niccioleta?
LI- Mille e tante persone…. mah, sicuramente un 50% anche il 60% c’erano, erano comunisti.
TK- Anche i più giovani?
LI- Sì, anche i giovani.
TK- E questo era conosciuto dal direttore?
LI- Grosso modo sì, ma mi pare che non influì affatto sulla miniera.
TK- Vuol dire che c’era un buon rapporto tra la direzione e gli operai nonostante questi fossero antifascisti?
LI- Sì, c’era un buon rapporto[…] (14)

Leggiamo le stesse informazioni in un’altra intervista:

[…] io so che a Niccioleta erano quasi tutti rossi.
CG- Anche durante il fascismo?
MS- Certo, durante il fascismo perché erano tutta gente che erano andati giù perché il posto quassù non lo trovava, perché non c’era né tessera né niente e erano quasi tutti di quel colore lì, però era una cosa piuttosto clandestina, specialmente noi giovani, noi si seguiva l’era fascista, s’era balilla, avanguardisti e su, su…… noi non si sapeva nulla (15).

E ancora:

FM- […]perché qui non diciamo tutti, però in gran parte erano antifascisti…
CG- Quanti saranno stati gli antifascisti?
FM- Mah! Le famiglie contrarie al fascismo erano tante più del 60% senz’altro, ma gli esponenti diciamo quelli più in vista saranno stati una dodicina, vedrai c’era il Barabissi, il Baffetti, il Cicaloni, il Mastacchini il Coppi e il Pizzetti, poi ce n’erano degli altri… (16)

Dunque un numero elevato di antifascisti, perlopiù comunisti che potettero manifestare apertamente i propri sentimenti in occasione dell’arresto di Mussolini, il 25 luglio. Allora il fascismo cadde con un’esplosione di esultanza generale, il paese pensò che la guerra stesse per finire, si fece baldoria, i fascisti del villaggio si allontanarono per poi rientrare successivamente, caddero gli stemmi e le effigi di un fascismo che si dileguò incredibilmente “senza un sussulto, senza un fremito, senza un atto di coraggio” come faceva notare incredulo Angelo Tarchi (17). È interessante vedere come all’atteggiamento dimesso dei fascisti all’indomani della destituzione di Mussolini si sia contrapposta durante la ritirata tedesca una reazione di ben diversa natura da parte dei nuovi fascisti repubblicani. La loro determinazione nella partecipazione allo sterminio dei minatori deve farci riflettere sulla cieca abnegazione di questi uomini e donne, essi sapevano che in seguito alla strage avrebbero dovuto abbandonare il villaggio ed il loro lavoro, sapevano di andare incontro ad un destino ignoto e che avrebbero dovuto trascinare con loro anche i figli, eppure non hanno esitato, anzi vi è stato per qualcuno un accanimento singolare, un odio che non poteva altro che covare da molto, molto tempo, probabilmente proprio da quel 25 luglio 1943.

1.1. Dalla caduta del fascismo alla collaborazione con le bande partigiane.

I minatori allora sperarono come tutti nella fine del conflitto e si prepararono ad organizzare per il 18 agosto uno sciopero generale che nella zona ebbe luogo contemporaneamente in tutte le miniere della Montecatini: Boccheggiano, Gavorrano, Ribolla, Niccioleta, ecc. Si legge nel memoriale di un partigiano della banda Camicia Rossa:
” Il Piombini Lepanto era un po’ il capo dell’antifascismo del mio paese (Prata nda) a me diciottenne nel pomeriggio di martedi 17 agosto 1943, assegnò il compito di recarmi a Massa Marittima a prendere istruzioni sulle modalità dello sciopero da effettuarsi nelle miniere il giorno dopo.[…] Ad una certa ora andammo in Città Nuova nell’abitazione del Sarcoli, fu lì che per la prima volta udii Radio Londra[…] Oltre a Radio Londra riuscimmo ad intercettare Radio Italia Libera; era questa che ci interessava, infatti fu proprio da qui che venne confermata la notizia della proclamazione dello sciopero per la fine della guerra da farsi il giorno appresso, cioè il 18 agosto. Erano le nove e trenta di sera dopo l’ascolto della radio fu decisa la divulgazione della proclamazione dello sciopero nelle miniere di Niccioleta e Boccheggiano” (18)

Lo sciopero riuscì, le miniere si fermarono e gli operai iniziarono una marcia che doveva collegare i diversi pozzi dislocati sul territorio, ma la festa fu interrotta dall’intervento dei Carabinieri e delle Guardie a servizio della Montecatini, fu così aperta un’inchiesta e seguirono degli arresti anche a Niccioleta.
Il Capoufficio della miniera ricorda così quello sciopero:

“Scioperarono tutti, compreso gli impiegati […] La direzione non fece niente, subì lo sciopero…” (19)

Lo sciopero del 18 agosto segna un passo importante nella storia politica del villaggio minerario, infatti dal 25 luglio al 10 di settembre data di ingresso delle truppe germaniche di occupazione sul territorio grossetano la popolazione ebbe modo, a Niccioleta come dovunque, di esternare i propri sentimenti, gli operai più anziani già marcatamente antifascisti pur non istituendo un vero e proprio comitato di liberazione iniziarono a tessere rapporti con le prime bande partigiane che andarono a formarsi in quei giorni sul territorio. Il comune di Massa Marittima vanta infatti il primato di aver assistito alla creazione dei primi gruppi di resistenti del paese, già attivi alla fine del settembre di quell’anno. I minatori di Niccioleta fornivano ai partigiani polvere, detonatori e quanto erano in grado di sottrarre alla miniera, questo senz’altro non era sconosciuto né alla direzione, né alle famiglie di fede fascista, il villaggio era piccolo ed era quindi impossibile nascondere questi contatti con la Resistenza.
Niccioleta si trova in un’area che vide formarsi due diverse Brigate partigiane, la III e la XXIII Brigata Garibaldi. I minatori avevano contatti con entrambe le Brigate, sia con la XXIII dal momento in cui si trasferì dal Berigone nei poderi dislocati sulle Carline, sia con la III Brigata “Camicia Rossa” guidata all’inizio da Elvezio Cerboni, poi dal Capitano Chirici . Molti degli operai della Montecatini confluirono nella Camicia Rossa, al punto che il gruppo dei partigiani che fecero irruzione nel villaggio il 9 giugno era costituito prevalentemente da operai di Niccioleta: Checcucci, Cocolli, Zazzeri ecc. Questo ci porta a fare una considerazione sul fatto che ancora una volta il microcosmo appare integro, non c’è un elemento esterno che viene a turbare la pace nel villaggio, si tratta di minatori conosciuti, che conoscono il villaggio, i suoi uomini e la direzione. Certamente si tratta di uomini armati, quindi riconoscibili, ma non vi è tra loro e i promotori dei turni una sostanziale differenza, infatti quando alla sera, alla dipartita dei partigiani, i minatori si muniranno di armi ed inizieranno la guardia armata alla miniera, entreranno sia idealmente che materialmente a far parte dei partigiani combattenti. Di questo non vi fu piena coscienza tra gli uomini di Niccioleta.
I giovani operai, poiché a 16, 17 anni si entrava in miniera, conoscevano poco degli orientamenti politici degli adulti, e quando li conoscevano non avevano la capacità di capirne l’essenza, nella maggior parte dei casi non prendevano parte attiva al nascente movimento antifascista, ma si rimettevano alle decisioni degli adulti secondo una logica gerarchica che li vedeva al margine non solo della vita sociale, ma anche economica e produttiva; il loro salario era infatti molto basso.

1.2 I giovani a Niccioleta.

Ventitre degli ottantatre uccisi avevano un’età compresa tra i sedici e i venticinque anni, erano nati quindi sotto il fascismo e cresciuti tra le parate e le divise, erano stati giovani italiani, balilla, avanguardisti e così via, sentivano parlare di politica soltanto in miniera, conoscevano a malapena le vicende degli anni venti, di quando lo squadrismo insanguinava la Maremma. Solitamente non si interessavano alla politica e non avevano potuto partecipare alle lotte contro il Bedeaux, sui temi del lavoro, sulla retribuzione, sulle precarie condizioni di salute in cui molti di loro versavano, sapevano poco di antifascismo o di comunismo. Vedevano scaramucce, provocazioni ed intuivano che non tutti erano favorevoli al regime. Qualcuno come Ado Sargentoni, nonostante la giovane età si era già schierato apertamente contro il fascismo, altri lo avranno fatto, ma nessuno degli intervistati racconta di essersi confrontato con il padre o con gli altri fratelli, nessuno afferma di aver sentito parlare di politica gli adulti, erano più che altro percezioni.
Vista la divisione gerarchica del villaggio, accadeva che i figli degli operai si frequentassero tra loro, così come i figli degli impiegati e così via, la divisione tra i giovani era dunque di classe, ma non politica, accadeva così che il figlio maggiore di Calabrò aderente alla Repubblica Sociale facesse la corte alla figlia di Vicarelli Ugo, fucilato a Castelnuovo, antifascista e fratello di un comunista che non mascherava, al dire della nipote, le sue tendenze politiche. E’ evidente dunque che tra i giovani non vi era alcun dissenso, alcun contrasto, alcuna consapevolezza che quella guerra opponesse ferocemente fascisti e antifascisti:
[…]perché credetemi alla Niccioleta non c’era stato mai, mai niente! Niente che poteva …anche fra noi…. l’odio, la cattiveria, niente! Non c’era stato assolutamente niente (20).

La vita a Niccioleta per questi giovani scorreva senza grandi turbamenti e se consideriamo come una parentesi gli scioperi dell’agosto 1943, possiamo dire che nulla accadde di rilevante durante l’occupazione fino al giugno, mese del tragico epilogo. I giovani erano cresciuti in un ambiente in cui sebbene il lavoro fosse duro per tutti, vi si conduceva una vita decorosa, vi era un dopolavoro, una sala da ballo, un cinema, quindi momenti di svago. Alla fine delle dure giornate di lavoro, o alla domenica, l’entusiasmo giovanile, specie nei celibi, si orientava verso altri soggetti ben diversi dalla politica, è naturale che essi fossero perlopiù estranei all’attività antifascista perseguita dagli “anziani”, è altrettanto naturale che si frequentassero senza stare a guardare gli orientamenti politici delle rispettive famiglie di provenienza. Nei quattro giorni, dal 9 al 13 giugno, che videro l’arrivo dei partigiani a Niccioleta, l’organizzazione dei turni di guardia e l’accerchiamento del villaggio, quei giovani escono per la prima volta allo scoperto, accompagnano i partigiani mentre si recano alle case dei fascisti, bruciano le camice nere, intimano ai fascisti di non uscire di casa, impugnano delle armi, partecipano ai turni, cantano le canzoni dei ribelli. Pensano che la guerra sia finita, giocano alla vittoria facile, partecipano insomma all’ottimismo generale del villaggio, mentre gli antifascisti più anziani preparano le note dei turni di guardia al villaggio e alla miniera.
I giovani cadono in una trappola che non era almeno intenzionalmente, tesa per loro. Il conflitto che vede i due antagonisti politici a confronto, all’inizio riguarda soltanto la generazione degli “anziani”, anche se usare questo termine per uomini appena quarantenni oggi ci fa sorridere, i più giovani ne erano pressoché fuori. Chi aveva fatto la sua scelta di resistente si trovava alla macchia già da mesi, chi rimase invece accettò di giocare una partita assai pericolosa, nella totale inconsapevolezza.
La domanda che tutti si pongono su questo massacro è perché almeno i più giovani non abbiano cercato di mettersi in salvo. Una delle risposte l’abbiamo forse data e sta nella totale fiducia di quegli uomini verso un’ideale astratto di giustizia: chi sa di essere innocente non fugge, pensa di non aver nulla da temere e crede fermamente di dover agire nella più completa onestà di intenti per non incrinare minimamente quel velo di innocenza che rimane, nei momenti difficili, l’unico appiglio alla salvezza. Dunque nessuno poté davvero credere di essere ucciso poiché non vi erano ragioni sufficienti per giustificare tale esito, neppure per coloro che si erano lasciati prendere dall’euforia all’arrivo in paese dei partigiani ed avevano cantato l’internazionale o bruciato in piazza i vessilli neri del fascismo. Nessuno si aspettava una risposta tanto feroce ad atti certamente oltraggiosi per le famiglie dei fascisti ma in fondo di modesta entità, ammesso che tra azione e reazione vi sia stato un reale nesso di causa ed effetto.
La miniera era chiusa da giorni, si attendeva la fine della guerra, l’euforia era grande, gli operai erano incontenibili, ma anche gli impiegati, persino il figlio del direttore Ubaldini partecipava ai turni di guardia, e riuscirà a mettersi in salvo proprio grazie al fatto che quella notte lui era di guardia e si accorse dell’arrivo dei tedeschi. Questi giovani di Niccioleta decisero così di mettersi in gioco, alcuni seguendo le orme dei padri degli zii o dei fratelli più grandi, altri in opposizione alla volontà delle famiglie che li avrebbero voluti più prudenti.
L’atteggiamento sconsiderato degli uomini di Niccioleta che lasciarono fuggire i fascisti senza minimamente preoccuparsene, si basava essenzialmente sulla totale fiducia che essi riponevano nel movimento partigiano, ormai si pensava che il territorio fosse pienamente sotto il controllo della Resistenza, nessuno poteva immaginare che si stesse preparando il peggio.

La selezione nel cinema di Castelnuovo seguì perlopiù la legge tedesca di guerra per cui i giovani dai 17 ai 26 anni che non figuravano nelle note dei turni di guardia furono deportati nei campi di concentramento in Germania e costretti al lavoro coatto fino alla fine della guerra. Se le note rinvenute in una busta gialla nella caserma dei carabinieri, siano state manipolate, noi non possiamo saperlo, sappiamo che alcuni giovani che fecero i turni non furono chiamati all’appello e quindi ebbero salva la vita, mentre altri che i turni non li avevano fatti furono inviati nel gruppo destinato alla fucilazione. Chi si trovò a udire il proprio nome tratto dalle liste non ebbe scampo, gli anziani, tra cui molti padri dei giovani fucilati furono rimandati a casa sotto minaccia di venire anche loro uccisi se a Niccioleta fossero avvenuti altri atti contrari al nazismo.
Noi crediamo che ritornare a casa dopo aver lasciato i propri figli morti lì a Castelnuovo, senza neppure sapere dove, immaginando come, sia stato un enorme dolore per quegli uomini. Purtroppo non abbiamo potuto raccogliere le loro testimonianze, nessuno di loro è sopravvissuto così a lungo, ma durante il periodo in cui ci siamo avvicinati ai familiari delle vittime per raccogliere le interviste, abbiamo potuto scorgere nel ricordo di molti una sorta di inquietudine, di turbamento profondo che il dolore non è riuscito ad assorbire, e senza dubbio questa tensione fu più marcata nella Niccioleta del dopoguerra, quando l’attribuzione dell’intera responsabilità ai fascisti del paese non poteva e non poté di fatto affievolire un dolore che nasceva da dentro e che io credo sia rimasto “dentro” per tutti questi anni. Un ricordo lacerante dunque, che il passaggio generazionale modifica, almeno sul piano emotivo. Restano per i familiari i ricordi dei padri, dei coniugi e dei fratelli morti senza un motivo apparente, o per ragioni che possono loro apparire imperscrutabili, così come spesso appare la natura umana, ma rimane il senso di una colpa mai espiata, una responsabilità che anche se in misura diversa, grava su più soggetti..
Niccioleta resta dunque a mio avviso un fatto di guerra assai atipico, per la compresenza di fatti fortuitamente coincidenti, per l’assoluta imprevedibilità del tragico epilogo, per i diversi gradi di responsabilità che non hanno impedito comunque l’elaborazione di un lutto condiviso e per l’impegno unitario dei familiari affinché si celebrasse il processo, infine per il silenzio che è calato sulla strage, sepolta anch’essa come le vittime sotto il macigno di Marzabotto o di Sant’Anna, quasi gli unici massacri riconosciuti dai mezzi di informazione. I familiari delle vittime avvertono questo distacco, questo silenzio angosciante e lo sentono come un’ulteriore prevaricazione. L’aver subito una sentenza iniqua ad un processo che si era tenacemente perseguito e in cui si era creduto, ha probabilmente chiuso per loro e soprattutto per quei padri che ritornarono a casa ogni porta alla speranza di una giustizia giusta.

2. La comunità di Castelnuovo Val di Cecina, luogo dell’eccidio.

Il massacro è avvenuto a Castelnuovo Val di Cecina, nei pressi della zona boracifera, ove un tempo si sfruttavano i lagoni, in un luogo che certamente era stato individuato in precedenza e ritenuto ideale a quello scopo. Una sorta di declivio roccioso a forma semicircolare nei pressi della centrale geotermoelettrica, fuori dal paese; sassi fumanti di vapore endogeno, nell’aria il rumore assordante dei soffioni lasciati aperti, dato che in quei giorni la centrale non era funzionante, tutt’intorno campi di grano e nei pressi almeno due poderi abbastanza vicini: Le Bertole e Collina, dai quali si poteva vedere e fu visto infatti operarsi il massacro. Il paese crescendo ha inglobato nel suo ventre il vallino ove sono caduti i minatori che è divenuto sede elettiva della memoria, parte delle sue radici, come se il paese e il luogo della strage non potessero più vivere separatamente l’uno dall’altro. La cerimonia che si tiene annualmente da più di mezzo secolo il 14 giugno, giorno dell’eccidio, è una cerimonia breve, ma sentita da tutti, è un rituale che si ripete ogni anno: un autobus che parte da Massa Marittima, fa sosta a Niccioleta, raccoglie i familiari delle vittime e giunge a Castelnuovo nel primo pomeriggio. Il ritrovarsi davanti al Cippo dei caduti che oggi è circondato da un boschetto di sempreverdi ed ha perduto la sua immagine di luogo infernale quale sarà sembrato ai familiari delle vittime cinquant’otto anni fa, significa soprattutto ostinarsi a non disperdere la memoria, quello è un luogo ove il fatto di ritrovare ogni anno facce note non provoca delusione, ma al contrario dà un piacevole senso di protezione e di condivisione.

Per quale motivo i minatori di Niccioleta furono trasportati proprio a Castelnuovo, è cosa nota: proprio in questo paese, il 10 giugno, si era stanziato il comando del battaglione di polizia che aveva operato a Niccioleta il rastrellamento. E’ interessante a questo punto tracciare un parallelo tra le operazioni di accerchiamento e rastrellamento avvenute a Niccioleta il 13 giugno e quelle operate a Castelnuovo e a Monterotondo Marittimo il 10 giugno dallo stesso battaglione, ed è necessario a tal fine cercare di ricostruire tutti gli eventi significativi di quei giorni e di seguire gli spostamenti del battaglione, anche se non sappiamo esattamente quale fosse il motivo originario della sua comparsa a Castelnuovo. Sappiamo che a San Sepolcro (21) dove stanziava, aveva ricevuto un dispaccio allarmante circa l’attività partigiana intorno a Castelnuovo, notizie infondate di centinaia di partigiani che si sarebbero installati nel paese con gravissime perdite da parte repubblichina. Le notizie confondono, come vedremo, fatti a località diverse. (22)

A Castelnuovo la XXIII Brigata fece la sua prima comparsa il 7 di giugno, un esiguo numero di partigiani entrò nel paese durante la notte e prese possesso delle armi trovate nella caserma della Guardia Repubblicana che era riuscita a dileguarsi. Non vi è fra la popolazione un ricordo preciso di questo episodio, nonostante sia stato un episodio di una certa gravità, i partigiani infatti non si limitarono ad entrare nella sede del fascio ed a prelevare le armi, ma prelevarono anche il giovane fascista Pietro Palmerini, impiegato comunale, che stava rientrando da Pisa con la corriera. Cirano Fiornovelli, un collega del Palmerini, ricorda così quell’episodio:
[…]Come mai è stato ammazzato questo io non l’ho mai saputo, però non credo che il Palmerini sia andato a Pisa a chiamare le SS, lo escludo nel modo più assoluto…..Il Palmerini era un bravo ragazzo, io l’ ho conosciuto in Comune e ti dico che era talmente ligio all’idea che lui pativa anche la fame, spesso mangiava qualche fico secco la mattina per colazione”
TK-Ma lui dove lo hanno preso, tu lo sai? Stava rientrando da Pisa?”
FC-Sì, stava rientrando con la Sadac, sai cos’era la Sadac? Era la Società Anonima Dettaglianti Acquisti Collettivi, distribuiva i generi alimentari, insomma rientrava da Pisa e secondo le voci sembra che a lui appena sceso si presentò una pattuglia e gli chiese i documenti e lui sembra che gli abbia esibito la tessera del fascio repubblichino, al che loro pare che gli abbiano detto – giovanotto avete un bel coraggio- sembra, se sarà vero io non lo so. (23)

Il Palmerini fu portato in Carlina, sede della XXIII Brigata Garibaldi e giustiziato, di lui sappiamo poco, resta qualcosa nei documenti del CLN di Castelnuovo, tra cui una denuncia da parte dell’ impiegato Tito Bisogni nei confronti del Segretario comunale Lucacchini Mario e della moglie, impiegata all’Ufficio Annonario Tina Paiotti. Il Bisogni riporta infatti nella sua denuncia di aver sentito parlare la Paiotti circa la scomparsa del Palmerini, e di aver invocato l’arrivo delle SS a Castelnuovo. Il Signor Lucacchini rispondendo gentilmente ad una mia lettera afferma di essere stato alquanto sorpreso dalla denuncia del Bisogni, che egli aveva fatto personalmente assumere e dal quale non si si sarebbe mai aspettato una tale azione, “un’azione che comunque non diede luogo a procedere in quanto del tutto infondata e assurda”. Lucacchini aggiunge inoltre che a parer suo l’arrivo delle SS a Castelnuovo fu del tutto casuale e così il raggiungimento da parte degli stessi del villaggio di Niccioleta.
Un altro episodio avvenuto in quei giorni, e forse degno di rilievo è l’arrivo a Castelnuovo di un camion tedesco con a bordo due militari di cui un sergente, i due restarono alcuni giorni in paese attribuendone il motivo ad un guasto del mezzo.
Questo episodio è riportato tra gli altri dal dott. Giulio Bigazzi, allora appena diciottenne, il quale dichiara in una sua intervista di aver notato in paese questi due tedeschi aggirarsi con fare sospetto, addirittura lui tende ad attribuire la propria cattura avvenuta durante il rastrellamento del 10 a causa di un discorso fatto per strada in cui lui prefigurava la sconfitta dell’esercito nazista, il soldato che si aggirava nelle vicinanze non agì immediatamente, ma Bigazzi si rese conto di essere stato ascoltato: sarà uno dei quattro giovani di Castelnuovo arrestati per essere inviati in Germania. Bigazzi riuscirà poi a mettersi in salvo eludendo la sorveglianza e fuggendo a Rocca San Casciano durante una sosta. Lo stesso Cirano Fiornovelli ricorda perfettamente il sergente tedesco:
[…] Insomma io rientrai in Comune, entrai in quegli uffici, mi vide un sergente, non mi disse nulla perché lui mi aveva già visto nei giorni precedenti in ufficio, perché lui era un sottosergente, era arrivato giorni prima a Castelnuovo, se era arrivato come spia o come….lui disse che gli si era guastato un camion .
TK-Parlava italiano?
FC-Si faceva capire abbastanza bene, lui veniva su in Comune e diceva -sono stato al bar… io avere capito che là- e indicava le Carline- esserci partigiani, io fare venire SS, e sembra che lo abbiano visto qualche giorno prima montare sopra la linea telefonica per fare l’allacciamento…

Dunque non si può escludere che sia stato il sergente tedesco ad informare il battaglione sui partigiani accampati sulle colline dirimpetto al paese, è famoso l’aneddoto secondo il quale quando i tedeschi chiedevano agli abitanti del paese quanti partigiani ci fossero in Carlina, i paesani esagerassero ingigantendone il numero – Ci sono mille partigiani- e i tedeschi sardonici -mille mosche a volare!
Certo è che a Castelnuovo i fascisti locali iniziarono ad inquietarsi dopo la scomparsa di Palmerini, e certamente avrebbero gradito per la loro stessa incolumità una protezione maggiore, ma non abbiamo alcuna prova che abbiano fatto pressioni sul battaglione al fine di un suo intervento.

2.1. L’arrivo del III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien a Castelnuovo: tre operazioni di rastrellamento a confronto.

Sappiamo con una certa sicurezza che il III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien era partito da San Sepolcro il 9 di giugno al mattino o nel primo pomeriggio, per giungere a Castelnuovo all’alba del 10 giugno. Il paese si trovava nella calma più assoluta, anche se in quel momento un gruppo di partigiani che stava cercando di prendere possesso dell’ammasso della biada al consorzio agrario, accortosi dei camion tedeschi in avvicinamento riusciva a lasciare il paese senza essere notato. Come sappiamo nel primo pomeriggio di quello stesso 9 giugno ebbe luogo l’occupazione di Niccioleta da parte di un’esigua squadra di partigiani della III Brigata, che liberò il paese dal controllo della guardia repubblicana e affidò l’ordine pubblico nelle mani di un comitato improntato dagli stessi minatori. Oggi possiamo dire con assoluta certezza che l’arrivo al paese dei partigiani della III Brigata Banda “Camicia Rossa”, non fu la causa diretta dell’invio del battaglione di polizia nella zona, questo infatti non poteva sapere di quanto sarebbe avvenuto qualche ora più tardi a Niccioleta, può averlo però saputo durante la permanenza a Castelnuovo e anche se non potremmo mai appurare con assoluta certezza questa eventualità, a me pare un’eventualità largamente probabile.
Nella notte tra il 9 e il 10 giugno si ebbe un’altra azione importante presso Suvereto, località distante oggi una quarantina di chilometri da Castelnuovo, ma che all’epoca dovevano essere molti di più, distanza dunque rilevante visti gli scarsi collegamenti, tuttavia l’azione di Suvereto può aver svolto un suo ruolo nella vicenda. Il GAP di Suvereto compì infatti un’azione eclatante presso la caserma della G.N.R di Suvereto, i quattordici militi sorpresi nel sonno non reagirono, furono così prelevati portati al comando e dopo processo sommario, giustiziati. (24) Al fatto seguirono comprensibili polemiche, il CLN di Piombino sembrava non aver approvato l’esecuzione, il GAP rispose alle critiche con supponenza, cercando comunque di controllare tutti gli spostamenti dei reparti nazifascisti intorno al paese onde evitare rappresaglie minacciate dal fascio repubblicano del capoluogo, ma di reazioni vere e proprie non ve ne furono, visto le gravi difficoltà e l’isolamento in cui si trovavano i comandi repubblicani in quei giorni. L’azione compiuta contro la Guardia Repubblicana non rimase sconosciuta agli Alti Comandi Tedeschi che però confusero i nomi delle località come vedremo dal dispaccio del comando territoriale del generale Toussaint, il quale:
[…] nel riassumere l’attività partigiana dei primi giorni di giugno, oltre ad informare di un „forte aumento dell’attività delle bande” nel territorio appenninico tra Modena, Pistoia e Volterra, comunicava che nella Toscana meridionale forti bande avevano attaccato diverse località, infliggendo perdite alle truppe tedesche e italiane. Castelnuovo Val di Cecina sarebbe stata occupata da una formazione partigiana forte di 800 uomini, che avrebbe ucciso due italiani e sequestrato 15 militi della GNR. Pomarance, invece, risultava occupata da 400 partigiani (25).

Tali azioni si sarebbero svolte l’8 di giugno mentre noi sappiamo con certezza che i fatti di Suvereto confusi con quelli di Castelnuovo avvennero nella notte tra il 9 e il 10 di giugno, ossia dopo la partenza del battaglione da San Seplocro, è evidente che il rapporto tedesco fu compilato in data successiva ai fatti, e in quel momento si sarà verificato l’errore di trascrizione, e comunque per quanto l’azione contro la Guardia Repubblicana possa aver aggravato il giudizio del comandante sul controllo territoriale delle bande, non può essere per la concomitanza dei fatti, motivo primario dello spostamento del battaglione su Castelnuovo.
Un’altra azione importante avveniva in quella stessa notte del 9 giugno a Monterotondo Marittimo, anche in questa località un gruppo sostanzioso di partigiani della III Brigata fece il suo ingresso in paese disarmò i soldati della Guardia Repubblicana si apprestò ad aprire il Consorzio Agrario ed a distribuire le scorte alla popolazione; operazione quest’ultima impedita dal sopraggiungere di una colonna corazzata tedesca che all’alba riuscì a portarsi in contatto con il paese e con gli avamposti partigiani. I partigiani riuscirono a resistere per alcune ore permettendo alla popolazione di evacuare il paese e nel primo pomeriggio iniziarono il ripiegamento. Caddero in quest’azione cinque partigiani, molti furono feriti, ma anche tra le fila tedesche vi furono numerose perdite. Ricostruendo la storia del III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien abbiamo potuto appurare che la colonna motocorazzata che ebbe il combattimento a Monterotondo apparteneva allo stesso battaglione. E’ presumibile dunque che le operazioni di Castelnuovo e Monterotondo fossero state precedentemente pianificate, quindi attuate all’alba del 10 di giugno, e che nulla sapesse il comandante del battaglione, capitano Kruger, circa le operazioni partigiane in corso.
Di rilievo a questo punto è da ritenersi il comportamento tenuto dall’ufficiale tedesco al suo ingresso nel paese di Monterotondo dopo che i partigiani si furono ritirati, infatti non vi fu nessuna reazione contro la popolazione che comunque constava di poche persone perlopiù anziane, alla quale fu rivolto un semplice discorso ammonitore. In qualche misura fu riconosciuta agli abitanti l’estraneità ai fatti avvenuti poche ore prima, non sappiamo con certezza se l’ufficiale che pronunciò il discorso fosse il tenente Blok, l’aiutante maggiore del comandante che operò il rastrellamento a Niccioleta, o il suo comandante Capitano Kruger o uno degli altri ufficiali posti al comando delle quattro compagnie che costituivano il III Bataillon, certamente si trattava di un ufficiale che stava applicando direttive precise in un’operazione pianificata di controllo del territorio. Il fatto che forse giocò un ruolo determinante nel rastrellamento di Monterotondo, furono le camice rosse cucite dalla popolazione monterotondina e distribuite ai partigiani al loro arrivo (26), queste infatti permisero il riconoscimento dei partigiani da parte delle truppe tedesche. Sappiamo quanto fosse importante per l’esercito tedesco l’identificazione del nemico; spesso nei processi celebrati nel dopoguerra i comandanti tedeschi richiamarono l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che i partigiani costituissero in realtà bande illegali, proprio per la loro non riconoscibilità. Così un comandante tedesco giudica la Resistenza italiana:

[….] l’attività dei partigiani deve essere considerata come un’attività totalmente illegale: essi non combatterono sotto i loro veri colori o come un esercito di liberazione equipaggiato di una insegna riconoscibile, ma fecero uso di tutti gli artifici della organizzazione segreta e cospiratrice, e perseguirono i loro fini illeciti attraverso mezzi criminali. (27)

Nella battaglia di Monterotondo i partigiani vennero individuati e questo con grande probabilità salvò la vita al resto della popolazione. Sappiamo quanto queste osservazioni siano poco significative sullo sfondo di massacri indiscriminati dove insieme ai partigiani furono sterminati interi nuclei familiari, se non intere comunità. Le operazioni tedesche contro le bande in zone di particolare interesse militare infatti sono tristemente note per l’effetto distruttivo rivolto contro interi paesi: case bruciate, villaggi rasi al suolo, civili trucidati in esecuzioni di massa. Questo non può comunque farci pensare che la zona di cui stiamo parlando, a cavallo fra le tre province di Pisa, Siena e Grosseto fosse priva di interesse per la campagna militare. La SS 439 era una strada di collegamento importante su cui ripiegavano in particolare le truppe tedesche che si ritiravano dall’Amiata, ed era certamente meno battuta dagli aerei alleati che non davano tregua ai rifornimenti delle truppe al fronte. Dunque se non possiamo considerare l’area di riferimento come una zona di operazioni di particolare importanza, era comunque una via di comunicazione necessaria per i rifornimenti e utile alla rapida ritirata, per questo dobbiamo ritenere che dovesse essere mantenuta sgombra dalle azioni partigiane di disturbo. In una comunicazione per l’OKW, il maresciallo Kesselring definiva la situazione venuta a crearsi nella Toscana meridionale nei seguenti termini:
“Dopo l’appello del generale Alexander l’attività delle bande ha avuto uno straordinario rafforzamento. Numerosi ponti distrutti lungo le principali vie di comunicazione e agguati alle colonne di vettovagliamento mettono in pericolo i rifornimenti. Agguati a ufficiali portaordini in marcia isolati e distruzione dei collegamenti si ripercuotono notevolmente sulla nostra azione di comando” (28).

Nella zona di cui ci stiamo occupando, un’ampia area collinare e boschiva unica via di collegamento della città di Siena con la costa posta a cavallo fra tre province e di particolare interesse minerario, le due brigate partigiane che vi operavano riuscivano ad essere particolarmente fastidiose, non tanto per gli attacchi diretti contro il nemico, quanto per i continui atti di sabotaggio diretti a ponti, strade, pali del telegrafo e dell’elettricità, ad automezzi o a portaordini isolati. Per questo è da credere che l’operazione di rastrellamento abbia risposto a strategie che andavano aldilà dei singoli fatti e che intendevano mantenere sgombra una via utile alla ritirata e all’invio dei rifornimenti Via alternativa all’Aurelia, parzialmente ricoperta da vegetazione quindi certamente più sicura.
Risulta però certamente curioso e discutibile l’ordine dell’ Oberfuhrer SS Burger comandante della SS und Polizeiführer in Italia centrale che invia il III battaglione da San Sepolcro, è indubbio che si sarebbe potuto agevolmente impiegare un qualunque altro reparto della Wehrmacht transitante lungo la costa, molto più prossimo all’obiettivo. E’ lecito chiedersi se in questa vicenda non abbia giocato un suo ruolo anche una questione di competenze, per cui il Comando delle SS si sarebbe sentito impegnato a dare una risposta decisa ai partigiani, cercando così di accrescere presso Kesserling la propria credibilità nella lotta alle bande.
Al termine di questa esposizione dei fatti è verosimile pensare che il battaglione sia partito con uno scopo e con una precisa pianificazione delle operazioni da porre in atto e che abbia trovato sul luogo una realtà ben diversa, tale da modificare l’impatto iniziale ma non da rendere irrinunciabile l’intera manovra. La nostra perplessità nel considerare le sorti diverse a cui andarono incontro località vicine ed ugualmente interessate da operazioni antipartigiane, ci porta a riflettere sul fatto che le decisioni più importanti e più dure furono prese dal battaglione in un secondo tempo, e non nell’immediato come i fatti di Monterotondo ci hanno dimostrato e come dimostreranno le vicende di Castelnuovo.
Una volta raggiunto quest’ultimo paese, all’alba del 10 giugno il battaglione di polizia comandato da ufficiali e sottufficiali tedeschi e italiani ma costituito da truppa esclusivamente italian, di cui diversi militi erano di origine toscana, si apprestò ad accerchiarlo. Le testimonianze che abbiamo raccolto a Castelnuovo ci parlano dei fatti del 10 giugno e del rastrellamento come di un episodio che sebbene avesse intimorito i fermati non li aveva comunque fatti sentire in estremo pericolo, infatti il rastrellamento non fu attuato ai fini di operare una rappresaglia, alla sera non vi rimasero che quattro giovani in età di leva trattenuti in municipio fino al momento dell’eccidio dei minatori, poi deportati in Germania, molti si operarono affinché gli uomini fossero liberati, la stessa signora Anna Manoni, moglie del maestro di musica, originaria del Tirolo che parlando il tedesco cercava di convincere il tenente dell’estraneità della popolazione alle vicende partigiane.
La signora Ciampi Amide di Castelnuovo riuscì a portare a casa il fratello solo per intercessione della sentinella che evidentemente non aveva ricevuto l’ordine tassativo di trattenere gli uomini:
[…] Quando presero tutti l’omini e li portarono tutti su in Comune, io ci andavo, c’era Bachino, tutta gente che lavoravano col mi’ marito, io ci andavo gli portavo il pane, gli portai il buristo…
TK-Ma vennero a cercarli anche in casa quest’uomini?
CA-No, no.
TK-Ma neanche dal babbo di Enrica andarono? (Ciro Francini era un antifascista noto, faceva parte del CLN di Castelnuovo ed era in contatto con i partigiani della XXIII Brigata).
CA-No, nelle case non ci vennero….

Dal racconto della signora Ciampi e degli altri testimoni di quei fatti, si comprende che il rastrellamento operato a Castelnuovo così come quello operato quella stessa mattina a Monterotondo, non ebbe uno scopo concreto di rappresaglia, la tranquillità che regnava in paese, la collaborazione del Commissario Prefettizio e degli altri impiegati comunali al fine di liberare dal campo ipotesi funeste per Castelnuovo, sottacendo la presenza di elementi antifascisti, o indicando l’estraneità del paese al movimento partigiano contribuì probabilmente a vanificare concreti motivi di ritorsione contro gli abitanti. Il paese viene piuttosto scelto come sede di tutte le operazioni antipartigiane, non a caso infatti i minatori furono trasportati proprio qui e non furono gli unici ad essere uccisi quel 14 di giugno a Castelnuovo.

2.2. Castelnuovo Val di Cecina, la sede prescelta per la risposta tedesca alle bande partigiane.

Una volta giunto a Castelnuovo, dopo essere partito in tutta fretta da San Sepolcro e aver viaggiato sotto i bombardamenti alleati per l’intera giornata dal 9, dopo aver operato due rastrellamenti senza esito ed aver intrapreso uno scontro a fuoco in cui aveva perso anche degli uomini, poteva il comandante di quel battaglione tornarsene senza portare dei risultati concreti? Come possa essere venuto a conoscenza che a Niccioleta era stata attivata una guardia armata e che il paese era di fatto nelle mani dei partigiani, noi non possiamo saperlo con certezza, non possiamo escludere neppure che vi sia approdato casualmente durante un ennesimo rastrellamento, ma indiscutibilmente le testimonianze reperite individuano nei responsabili di tale delazione i fascisti locali che si erano allontanati dal villaggio all’arrivo dei partigiani e si erano recati in Pian dei Mucini per cercare rinforzi. Da qui avrebbero potuto contattare Castelnuovo ed avvisare quel comando della situazione che si era venuta a creare al villaggio. Purtroppo non abbiamo e non potremmo avere mai prove certe a conferma di questa ipotesi che resta comunque la più plausibile.
Il rastrellamento di Niccioleta avviene due giorni dopo, nella notte tra il 12 e il 13 giugno, quindi c’era stato tutto il tempo necessario alla sua preparazione. Questa volta si è di fronte ad un rastrellamento di ben altro calibro: gli uomini a Niccioleta verranno prelevati casa per casa a furia di grida e di minacce, si avvisa che il villaggio sarà reso al suolo se qualcuno tentasse un’azione contro i militi, si minacciano le famiglie di coloro che tentassero la fuga, si fucilano i primi sei dopo averli barbaramente torturati in cerca di informazioni, infine si prelevano gli uomini e gli elenchi della guardia armata e si trasportano a Castelnuovo. Questa volta il tenente tedesco è persuaso di avere catturato i partigiani , ha degli elenchi di nomi, ha dei collaboratori locali che lo assicurano trattarsi di ribelli e di comunisti, infatti i fascisti che erano stati costretti a rimanere chiusi in casa per quei tre giorni di guardia, fanno senza dubbio la loro parte ora che si sentono liberi e protetti. Il tenente ha insomma tutto quello che gli occorre per infliggere agli uomini di Niccioleta una punizione esemplare, organizza il trasferimento a Castelnuovo, si offre di trasportare tutte le famiglie dei fascisti di Niccioleta nella fuga verso il nord con le loro masserizie, il resto è cosa nota.

Gli ottantatre minatori uccisi sommati ai cinque partigiani caduti in combattimento a Monterotondo sembra che non siano comunque sufficienti a soddisfare una richiesta o un’aspettativa. Così nella notte tra il 13 e il 14 giugno quattro partigiani provenienti da Volterra, ex ufficiali dell’esercito, tra cui Gianluca Spinola , romano di famiglia facoltosa, possidente della villa di Ariano nei pressi di Volterra, Vittorio Vargiu e Francesco Piredda sardi, e Franco Stucchi fiorentino, arrestati nei giorni precedenti durante un’operazione contro i tedeschi e trasferiti al Maschio di Volterra, vengono prelevati nottetempo dal carcere e in gran segreto trasferiti a Castelnuovo. Qui, nei pressi del podere Sorbo tra le 11.00 e le 12.00 del 14 di giugno Stucchi, Piredda e Vargiu vengono fucilati, Spinola riconosciuto come capobanda verrà più volte interrogato, poi ucciso nella caserma di Castelnuovo. (29) Un altro elemento va a completare il quadro secondo il quale il tenente avrebbe richiesto la fucilazione di altri partigiani da sommare a quelle precedentemente avvenute. Nella notte tra il 14 e il 15 giugno vengono prelevati dal carcere di Volterra tre partigiani che a causa delle torture subite versano in pessime condizioni di salute si tratta di Dino Fulceri (Mosè), Gino Benini e Dino Del Colombo. (30) Caricati su di un mezzo vengono portati a Castelnuovo per essere consegnati al comando tedesco. I tre uomini non comprendono il motivo di quel trasferimento. Durante il percorso il mezzo deve fermarsi per problemi ad un pneumatico. Al loro arrivo a Castelnuovo i tedeschi risultano già partiti e i prigionieri sono di nuovo riportati nel carcere di Volterra dal quale saranno liberati circa un mese più tardi. Soltanto molto tempo dopo essi avranno consapevolezza di quale sorte li aspettava se avessero trovato ancora il battaglione al paese. I tedeschi dopo la strage dei minatori temendo una risposta immediata da parte dei partigiani organizzarono in gran fretta la ritirata verso Firenze. A Firenze si perdono in parte le loro tracce, i camion ebbero destinazioni diverse a seconda del loro carico. Verso Firenze andarono i ventuno minatori destinati alla deportazione e qui furono fatti salire sui treni merci che li trasportarono in Germania, così come gli altri prigionieri trattenuti a Castelnuovo ad eccezione del dott. Giulio Bigazzi che si trovava su di un camion come unico prigioniero e che dopo svariate soste ritrovò il tenente Blok comandante delle operazioni, a Rocca San Casciano, intorno al 20 di giugno.
Alla strage dei minatori dobbiamo aggiungere quindi altri caduti che perirono nello stesso luogo e probabilmente per lo stesso motivo. Castelnuovo Val di Cecina era stato malauguratamente individuato, come il falso dispaccio sembra trasmettere, quale covo di partigiani e per questo motivo avrebbe dovuto essere sede di una rappresaglia esemplare . In quella operazione il tenente Blok portò sul tavolo del suo comandante la testa di novantadue “partigiani” (ottantatre minatori, cinque partigiani della III Brigata e quattro provenienti da Volterra) una cifra ragguardevole che gli assicurerà, tra l’altro un riconoscimento al valor militare.

In quest’ottica il fatto particolare, lo specifico sviluppo della vicenda di Niccioleta con i suoi singolari risvolti: l’arrivo dei partigiani, la componente comunista che organizza la guardia armata alla miniera, la delazione come fatto caratterizzante, tutto ciò che è stato determinante nel provocare il massacro dei minatori, pur continuando a mantenere un valore relativo, soprattutto nella scelta di chi è stato mandato a morire e di chi invece si è salvato, perde comunque il suo valore assoluto.
I partigiani uccisi non hanno condiviso nulla con i fatti di Niccioleta, se non l’aver subito uguale sorte, loro non hanno mai saputo che avrebbero condiviso con quegli uomini uno stesso destino per opera di una stessa mano, nel conseguimento di uno stesso obiettivo. La nostra ferma convinzione è che una rappresaglia si dovesse comunque fare. Il comandante delle operazioni trovò a Niccioleta ciò che non aveva trovato a Castelnuovo o a Monterotondo: dei nominativi, delle armi, dei fazzoletti rossi, dei fascisti conniventi e quando ha avuto bisogno di accrescere il numero dei nemici da eliminare non ha esitato a farsi inviare dei prigionieri dal carcere di Volterra.
Rimane una domanda: perché la necessità di una rappresaglia così spietata? Non c’erano stati in zona gravi fatti di sangue contro le truppe tedesche, tranne l’episodio del ponte di Riotorto che accadeva in concomitanza con lo spostamento del battaglione e che perciò non può averlo motivato E’ più credibile che si sia trattato invece di un problema di gerarchia fra le unità antiguerriglia che in quei mesi si disputavano animatamente sul terreno delle competenze. Fino al gennaio 1944 la Wehrmacht aveva l’ordine di controllare la costa tirrenica per una fascia di trenta chilometri verso l’interno, in quanto si temevano altri sbarchi nemici. A partire da quel mese il comando della lotta alle bande nell’Italia centrale viene affidato totalmente alla SS (31), la quale suo malgrado si avvalora spesso dell’aiuto dell’esercito che dal canto suo rivendicava il diritto di intervenire laddove le SS rivelavano inadeguatezza. Nacquero tra gli Alti Comandi polemiche e dissapori. E’ verosimile quindi che vi sia stata, in questo specifico caso, la volontà da parte della SS a cui era stata affidata l’autorità su tutte le operazioni antipartigiane, di dimostrare alla Wehrmacht che il controllo del territorio era di sua competenza e che sarebbe riuscita ad espletarlo in modo encomiabile.

3. I partigiani e la strage.

Le stragi di civili avvenute in Italia durante l’occupazione nazista sono parte della nostra storia e della nostra memoria ed è nostro compito, in quanto cittadini di questo paese ed eredi di quella storia, preservarne l’integrità. Nel tentativo di ripercorrere quel passato, tanto prossimo quanto per molti versi sommerso, non ci è stato possibile sfuggire al tema delle responsabilità, terreno di polemiche nel quale ci si invischia con estrema facilità e dal quale è difficile uscire con una risposta certa a tante domande. Polemiche che si sono scatenate spesso all’interno di quelle stesse realtà violentate e calpestate talvolta da atti di pura barbarie, talvolta da logiche di guerra spietate e inspiegabili. Stiamo parlando dei massacri di civili avvenuti in Toscana e in Emilia durante l’estate-autunno del ’44.
Le squadre speciali delle SS e dei paracadutisti, la polizia, ma anche reparti della Wehrmacht affiancati dalla milizia repubblicana di Salò, furono gli esecutori materiali di tali eccidi, ma non sempre si guarda a loro come ai soli responsabili. La Resistenza è stata spesso oggetto di polemiche irrisolte sulla responsabilità di aver provocato tali rappresaglie e, tuttora soprattutto nei luoghi ove sono stati perpetrati gli eccidi, la popolazione è spesso divisa tra chi sostiene le ragioni della Resistenza e chi invece ne accusa la spregiudicatezza nell’aver operato mettendo a repentaglio la vita di intere comunità.
Nella strage della Niccioleta i partigiani compaiono più volte, giungono da diverse Brigate, si rivelano tra le fila degli stessi minatori. I drappello di partigiani che entra al villaggio il giorno 9 giugno scatena senza dubbio una reazione esageratamente euforica nei minatori che si sentono in dovere di contribuire alla Resistenza al nemico invasore ed imbracciati i pochi fucili da caccia e i rari moschetti a disposizione si mettono a fare i turni alla miniera. A questo punto all’interno della comunità di Niccioleta avviene la scissione. Un gruppo di uomini proveniente da Abbadia San Salvatore, famosa per essere “covo di comunisti” organizza di fatto i turni e si stabilisce nella caserma dei carabinieri istituendo una specie di guardia civica, quasi tutti i minatori del villaggio li seguono, tutti coloro che simpatizzano con gli antifascisti e non solo, anche alcuni impiegati o qualche guardia giurata, persino il figlio del Direttore si unisce alla guardia civica. I fascisti del villaggio vengono scherniti ed obbligati a restare in casa. La scissione all’interno del villaggio è consumata, ma purtroppo i minatori non sembrano rendersene conto, neppure chi ha preso in pugno la situazione, i più politicizzati, i partigiani insomma, quelli di Niccioleta.
Le due brigate partigiane che si contendevano il territorio intorno alla Niccioleta erano la III Brigata Garibaldi comandata dal Capitano Chirici, un repubblicao e la XXIV Brigata in cui emergeva senza dubbio una predominante comunista insediata sulle Carline. E’ interessante l’intervista del partigiano Dero Panichi di quest’ultima brigata, il quale afferma di essere andato insieme agli altri a minare il ponte di Riotorto con l’intento di seguire ancora sulla via di Niccioleta e qui liberare il villaggio, il piano non andò in porto a causa del sopraggiungere di truppe tedesche con le quali i partigiani ebbero un violentissimo scontro a fuoco. Non vi è dubbio che le bande fremessero dal desiderio di liberare paesi e città, per mostrarsi vittoriosi alla popolazione e al contempo per rispondere ad un’esigenza strategica fortemente voluta dai CLN, ossia liberare l’Italia prima degli Americani. Questo avrebbe avuto un notevole valore aggiunto sul potere che le masse intendevano esercitare all’indomani del conflitto.
Dunque i partigiani si legano direttamente all’evento di Niccioleta, se non altro per aver causato quella spaccatura evidente tra fascisti ed antifascisti, convinti di aver già vinto, questi ultimi, senza pensare che chi non ha più nulla da perdere può rischiare tutto diventando così estremamente pericoloso. Tra le testimonianze reperite vi è stato chi ha posto l’accento contro i partigiani, ritenuti d’essere stati i responsabili indiretti della strage, per cui si ritiene che se non fossero venuti loro, a Niccioleta non sarebbe successo nulla:
BF-E poi io la maggior parte della colpa delle cose che è successo io l’ ho data ai partigiani e gliela do tuttora.
BB-Lei gliela dà perché dice sono venuti troppo presto!
BF-Troppo presto, e non dovevano lasciare presidiare le persone che erano lì, dovevano rimanere anche loro! (32)

Potremmo a questo punto anche concludere per sommi capi che se i partigiani non fossero giunti a Niccioleta forse non si sarebbe innescato il meccanismo che ha portato all’eccidio, ma entrando nel merito possiamo aggiungere che se i minatori non avessero lasciato fuggire i fascisti forse non ci sarebbe stata delazione e quindi neppure il rastrellamento, e se ci addentriamo nello specifico dedurre che se i minatori avessero rinunciato alla guardia armata probabilmente non ci sarebbe stata la fuga dei fascisti, quindi la delazione, quindi la strage. I minatori però hanno voluto schierarsi apertamente, hanno segnato la frattura con i fascisti locali, hanno desiderato distinguersi e resistere all’invasore, hanno però creduto di farlo senza armi, senza la forza o la capacità necessarie ad un’azione temeraria di questo tipo per questo hanno pagato con la vita. ma se i partigiani non avessero condotto la loro guerra, se non avessero colpito il nemico al fianco senza tregua , se non vi fosse stata reazione al nazismo, il popolo d’Italia sarebbe stato asservito ai tedeschi, lo avrebbero ridotto a un popolo di schiavi privo di dignità, avrebbe lavorato a testa china per sostenere il nazismo a fianco dei nazisti. In verità la Resistenza ha rappresentato il nostro orgoglio di popolo libero e attraverso il ritrovamento di quei valori l’Italia ha potuto scrivere la Costituzione repubblicana. Questo non deve mai essere dimenticato, soprattutto dal ricercatore che si affanna a ritrovare il filo di una matassa ed a seguirlo faticosamente fino al suo completo svolgimento, rischiando talvolta di perdersi nelle sue sinuosità e di perdere di vista il contesto in cui si muove l’intera storia. E’ ovvio comunque che prima di parlare di precise responsabilità, in ogni episodio di strage, sia assolutamente necessaria un’accurata indagine conoscitiva su vasta scala e in dettaglio degli scontri avvenuti tra i tedeschi ed i partigiani e delle dinamiche di strage perpetrate sulle popolazioni civili; così com’è assolutamente indispensabile lo studio delle strategie tedesche operate durante le operazioni di ritirata ed appostamento sulla linea Gotica in quella terribile estate del ’44.
Osservando la cronologia e il contenuto degli ordini e dei dispacci tedeschi (33) viene reso evidente il disegno secondo il quale la popolazione civile, vista perlopiù come sostenitrice delle bande, laddove si svolgevano delicate operazioni militari doveva essere considerata alla stessa stregua dei ribelli. Di qui la necessità di far terra bruciata nei luoghi prossimi al passaggio del fronte, sulle vie definite utili alla ritirata o nei pressi della stessa linea di difesa. Non dimentichiamoci inoltre che rientrava perfettamente nelle misure antipartigiane il tentativo di creare insanabili fratture tra la popolazione e le bande. I tedeschi in ritirata erano perfettamente consapevoli che le bande erano assistite dai civili locali senza l’aiuto dei quali non avrebbero potuto sopravvivere, colpire i civili significava anche tentare di creare una spaccatura tra Resistenza e popolazione che si sarebbe ritorta contro gli stessi partigiani. Un disegno che in realtà non riuscirà mai ad attuarsi se non in casi isolati.

3.1 Il Partigianato: la scelta, l’esperienza.

Durante l’intervista ad un partigiano nasce spontanea la domanda sulle motivazioni che lo hanno spinto a schierarsi, ad operare una scelta. Si tratta per lo più di richiamati che non potevano chiamarsi fuori dal conflitto, ma che avrebbero comunque potuto nascondersi, quindi esimersi dal combattere.
Si tratta qui di comprendere di fronte all’occupante la scelta del singolo cittadino che si trova a dover subire una situazione di conflitto da lui non provocata e non voluta. La maggioranza degli italiani sceglierà di rimanere in quella che viene chiamata la sfera grigia dell’attendismo, cioè decide di non scegliere, di non schierarsi apertamente anche se furono in molti a sostenere la Resistenza in maniera più o meno manifesta.. Ma chi non sceglie non è esente da responsabilità morali, giacché la “non-scelta” si può trasformare in alcuni contesti in accettazione della realtà per come si viene a creare, e questa realtà può essere in molti casi aberrante come lo è stata ad esempio la caccia all’ebreo. Chi non sceglie e attende che tutto passi forse risparmia la propria vita e non mette in pericolo la vita della propria comunità, ma tacitamente acconsente, non sempre fattualmente, ma sempre a livello di coscienza, allo sterminio di popolazioni che l’occupante sente come nemiche, ed è il caso degli ebrei, degli antifascisti, degli oppositori e così via.
Il resistente invece compie una scelta precisa, e il richiamato obbligata, anche se non sempre consapevole, poiché è difficile prevedere gli eventi in momenti di grande e repentina trasformazione. Egli è portatore della “morale del sacrificio” come afferma Todorov (34) ma in ciò l’autore vede il limite di tale scelta. A mio avviso quello è il limite e al contempo la grandezza di tale scelta, ne è l’essenza. Secondo Todorov la Resistenza nell’assecondare i propri interessi (che non sono comunque propri ma comuni) non tiene di conto del pericolo a cui può sottoporre intere comunità insediate nei territori controllati dalle bande. Di fatto tale pericolo sarà comunque inevitabile e il resistente, che opera quasi sempre nei pressi della zona di origine, ne è completamente consapevole, egli sa di mettere a rischio la propria vita e quella delle proprie genti. Ma questa è la natura del partigianato, senza l’appoggio delle popolazioni locali non può esservi Resistenza. Il rischio di sortite inopportune e talvolta sconsiderate rientra invece nella responsabilità dei singoli comandanti partigiani che talvolta sono investiti di un ruolo altamente al di sopra delle loro capacità, visto che erano perlopiù assenti gli strumenti per una adeguata preparazione a quel tipo di lotta. Ciascun singolo resistente a messo in gioco quello che aveva, a partire dalla propria vita, in una guerra da lui non voluta e non provocata. La loro è stata comunque un’esperienza irripetibile ed è interessante notare come nell’intervista il partigiano non tenda tanto a narrare di sé, a dare risalto all’esperienza personale, quanto a quella collettiva: è stata un’esperienza incisiva solo nella misura in cui è stata condivisa.
Il partigiano che narra la sua “bella storia” (35), articolerà il suo racconto perseguendo il preciso obiettivo di dare un’idea positiva della sua esperienza nel gruppo, dimostrerà che a parte alcuni contrasti insanabili di origine ideologica come quelli tra i partigiani comunisti e i giellini, o tra gli stessi comunisti e i repubblicani (realtà presente in particolare nella banda “Camicia Rossa” della III Brigata Garibaldi), vi era una sostanziale intesa, e quando si dovevano fronteggiare le difficoltà il gruppo era unito, le scelte condivise. Resta nella memoria, o si è voluto che restasse nella memoria la percezione positiva dell’esperienza, la vittoria finale ha in qualche modo omologato i punti di vista, anche se sappiamo che l’esperienza del partigianato per quanto breve in questa parte della Toscana, non fu poi così lineare, né priva di fratture interne. Laddove le accuse mosse al movimento partigiano per aver scatenato rappresaglie sulle popolazioni civili, sono ancora radicate, troveremo nelle testimonianze dei resistenti un arroccamento sulle posizioni più estreme, per cui a Civitella Val di Chiana ad esempio, il capo della “Renzino”, banda partigiana che uccise due tedeschi nel dopolavoro del paese scatenando una delle più terribili rappresaglie compiute sul suolo italiano, non manca di denunciare per diffamazione il giornale locale che lo accusa di aver scatenato la strage, (36) segnando così per sempre quella frattura che si era venuta a creare tra popolazione civile e partigiani all’indomani della liberazione. Diversa è la posizione dei partigiani che hanno vissuto il periodo del conflitto senza dover fronteggiare questo tipo di responsabilità, il loro racconto è schivo da timori, giunge persino ad essere sommessamente critico e non mancano nelle loro interviste aneddoti e battute divertenti, anche se l’idea di fondo che si vuol trasmettere è quella di grande solidità dei principi e unità con i compagni. Cito a questo proposito l’intervista ad un partigiano della XXIII che mi parlava della sua scelta di resistente (37). Nato nel 1923, dopo l’8 settembre fu avvicinato cordialmente dal Segretario del Fascio del suo paese, il quale gli consigliò di presentarsi e che lo avrebbe fatto personalmente accompagnare a Siena:

– allora io con l’altro mio amico ci si consultò: – io non mi presento – neanch’ io – e si andò al bosco…

Da questo momento la sua narrazione sarà tutta al plurale, il singolo scompare e inizia la storia del gruppo:
“Dopo Pasqua si stette qualche giorno a casa e poi s’andò in formazione in Berignone, c’avevano detto un mucchio di storie, che laggiù avevano armi, cannoni, mortai, la radio trasmittente! Quando s’arrivò ci misero in un capanno e ci guardavano a vista, si comincia bene! si pensava noi. […]Quando s’arrivò insomma si vide un intreccio di fili e invece pensa, era una galena, c’era uno con una cuffia che ascoltava…siamo in contatto con gli alleati! Si diceva noi, te l’immagini s’era in contatto con una galena! E insomma noi si incominciò a protestare per via delle armi, s’avevano 28 moschetti, la maggior parte dei quali gli mancava la molla elevatore, quando ci mettevi il caricatore la molla spingeva su la pallottola e la metteva in canna, senza molla le pallottole ci venivano messe a mano, te l’immagini! Poi c’erano due mitra mi pare.. […] per fortuna ci furono i lanci e arrivarono anche le armi […]gli sten, i bren, roba da mangiare, il tè, sigarette.. sicché noi si faceva propaganda; la domenica venivano a Casole i boscaioli e gli si dava un pacchetto di sigarette, e loro lo mostravano in giro insomma era tutto per dimostrare che si esisteva….

A distanza di cinquant’anni chi narra quei fatti vuole ancora riaffermare la identità del gruppo: i partigiani sono esistiti, si sono schierati, hanno combattuto, hanno visto morire i compagni. Ma ciò che risulta altrettanto evidente è comunque una realtà deformata dal ricordo, o volutamente celata, si nascondono infatti i conflitti, le responsabilità personali, le ombre di un’esperienza violenta, quale necessariamente fu la vita partigiana. Sembra che il tempo intercorso abbia cancellato in qualche modo i ricordi più duri, in realtà molti dei fatti più cruenti non vengono narrati, anche la perdita dei compagni viene raccontata senza perdersi in dettagli: “lì c’è stato un morto….” ma se da un lato era naturale che qualcuno cadesse in battaglia, il partigiano sapeva infatti dall’inizio quali fossero i rischi che si correvano partecipando alle azioni contro i soldati tedeschi o più spesso contro la Milizia Repubblicana, anche se la giovane età dei combattenti li rendeva spesso inconsapevoli delle reali conseguenze di tali imprese, dall’altro si tende a minimizzare l’evento “morte” tra i combattenti che è comunque l’aspetto negativo dell’esperienza, per sottolineare l’evento “partecipazione”
[….] quando si aprirono i magazzini della miniera di Boccheggiano, quanta roba c’era! C’era tanta di quella roba e i minatori morivano di fame! Forme di formaggio, perfino il baccalà che era una cosa introvabile! C’era vestiario, scarpe, di tutto ti dico! Poi noi s’andò di guardia alla strada, mi ricordo era un freddo! Io e Mosca ci s’abbracciava…..lo sai che c’era allora? Tanta comprensione, anche tra di noi, moriva uno, non ne parliamo nemmeno! Era per noi come fosse uno di famiglia, e poi c’era la volontà di andare a combattere se per esempio chiedevano: ci vogliono trenta uomini, li trovavano novanta altro che trenta! …. (38)

In questo breve periodo viene enfatizzato con forza l’aspetto positivo dell’esperienza e la morte stessa viene considerata come perdita, non come negazione della vita: sono i partigiani che perdono un compagno, non il giovane che perde la sua vita. L’aver preso parte ad un movimento antifascista, l’aver contribuito a liberare il paese, l’aver lottato a fianco degli Alleati, ha significato principalmente essersi schierati dalla parte giusta, aver fatto la scelta giusta, ed è questo che viene rivendicato primariamente nelle interviste, tutto il resto cade in secondo piano. Certo che i momenti bui del periodo resistenziale furono vissuti in altro modo dai comandanti, da coloro che in primis dovevano rendere conto del loro operato alla popolazione e soprattutto ai CLN cittadini la cui composizione come sappiamo era allargata anche al Partito d’Azione, ai socialisti ai repubblicani e alla componente cattolica. La dominante comunista una volta liberata l’area di azione della Brigata dovette quindi render conto della propria attività, cercando di evitare polemiche e salvaguardando la memoria di chi era caduto. Infatti se era vero che la maggior parte dei caduti si contavano tra le file del Partito Comunista, era anche vero che chi ebbe il compito di scrivere le relazioni ufficiali delle brigate, scrisse con grande premura soltanto ciò che ritenne giusto scrivere. Da qui nascono le molteplici versioni delle relazioni ed in esse si moltiplicano le mezze verità, i certificati di morte senza data o le date senza certificati.
Ne è esempio illuminante la vicenda dell’azione partigiana al Ponte di Riotorto. Serpeggia il timore tra i comandanti che tale azione, avvenuta in data imprecisata, comunque nella prima metà di giugno, possa compromettere la Brigata addebitandole la responsabilità dell’eccidio della Niccioleta. A distanza di cinquant’anni i partigiani che presero parte all’azione così ne parlano:
TK- Dimmi precisamente quali erano gli ordini: voi dovevate andare alla Stima, prendere l’esplosivo andare a minare il ponte di Riotorto e poi andare a Niccioleta a disarmare la caserma?
PD- Sì, a disarmare i carabinieri che erano d’accordo no! E poi si faceva tutta una festa lì a Niccioleta, e poi gli uomini servivano anche per fare i fornelli per minare il ponte. Comunque io portavo il mulo, vedrai sono figliolo di un barrocciaio io coi muli c’avevo dimestichezza, quando s’arrivò al ponte sul Pavone che era stato fatto saltare, c’era rimasto un sentierino largo così, vicino alla sponda e non sapevo come farci andare il mulo, scendere giù non si poteva era troppo fondo, allora mi ricordai di quello che mi raccontava il mi’ povero babbo, lui mi diceva che mettevano le mani sugli occhi ai muli per non farli guardare e loro mettevano le zampe sui passi di chi li portava e così successe al mulo che portavo io, io gli tappai gli occhi e lui mi venne dietro, fu bravo davvero, povera bestia…

In questa testimonianza vi sono due elementi interessanti per la conferma della data dell’azione partigiana, il primo riguarda il ponte sul Pavone che si trova sulla strada che porta a Gerfalco e che i partigiani dovettero attraversare per andare verso il ponte di Riotorto. Sappiamo con una certa sicurezza che nella notte tra il 9 e il 10 di giugno un sidecar tedesco cadde nel greto del fiume poiché il ponte era già stato fatto saltare dai partigiani, dunque quest’azione fu dopo quella data, ma il fatto interessante è quando si parla della liberazione di Niccioleta, se c’era intenzione di liberare la Niccioleta questo significa che il fatto accadde senz’altro prima del 12 di giugno data dell’accerchiamento del villaggio da parte del battaglione italo-tedesco.
Che lo scontro al ponte di Riotorto sia avvenuto prima della strage è reso evidente anche da altre testimonianze e fonti. E’ interessante mettere a confronto i certificati dei due partigiani feriti a Riotorto : l’atto di notorietà rilasciato dal Comune di Volterra per Tamburini Gino che rimase ucciso e il certificato medico di Fardellini Gino che invece fu soltanto ferito. Quest’ultimo riporta: ferito il data 15/06/1944, l’altro invece dichiara che il partigiano fu ucciso in azione di guerra contro i tedeschi l’11 giugno 1944 (39) Potremmo parlare di banali errori di trascrizione in un periodo assai turbolento quale fu quello dell’immediato dopoguerra, dove molti di coloro che avevano partecipato alla guerra di liberazione, anche se per pochi giorni, cercavano di trarne un qualche vantaggio per farsi ripagare del proprio sacrificio. Il certificato di morte di Tamburini Gino rilasciato all’ospedale di Massa Marittima dichiara che egli è morto l’8 di giugno in quello scontro. La Relazione dal canto suo parla in più occasioni dell’episodio sempre dichiarando date diverse, attribuendosi in un caso addirittura la piena responsabilità dell’eccidio di Niccioleta, (40) e affermando alla fine che i fatti si svolsero tra il 14 e il 15 giugno e che quindi la Brigata era esente da ogni responsabilità. (41) Noi possiamo affermare con una certa sicurezza che l’azione ebbe luogo tra il 9 e il 12 di giugno, che fu un’azione in cui morirono quasi certamente una trentina di tedeschi, in quanto si trattava di tre autocarri ed una motocicletta, e che questi furono mitragliati ed incendiati all’alba da aerei alleati rendendo così impossibile scoprire ai tedeschi che sopraggiunsero sul luogo, la vera origine della morte dei loro commilitoni. Infatti sarebbe inspiegabile altrimenti la mancata risposta ad un fatto di sangue così grave, e non si può certamente parlare di Niccioleta come della rappresaglia a quello scontro, in quanto negli ordini e dispacci ritrovati negli archivi tedeschi non si fa mai cenno a quella battaglia, così come non si denunciano quei morti come morti in uno scontro a fuoco. Si può invece parlare di una risposta che i tedeschi dichiararono necessaria ad un’attività partigiana crescente nella zona ed al fatto che si riteneva fossero presenti centinaia di partigiani insediati nei paesi di Castelnuovo e Pomarance.
Non ci sorprende, visti i fatti, che i partigiani della XXIII Brigata si fossero sentiti in colpa per quell’eccidio, i due fatti si trovavano ad essere assai vicini, sia cronologicamente sia territorialmente. Il partigiano di quest’intervista parla del Ponte di Riotorto come di un’azione di cui mantiene un ricordo nefasto, eppure i partigiani ebbero la meglio, ma la descrizione della sparatoria, i morti, il sangue che colava dai camion ce ne fanno comprendere il motivo:

[…] S’era circa trenta, trentacinque, dieci erano di Volterra tra cui anche il morto e il ferito, gli altri erano miei uomini. Fummo avvertiti da uno della prima squadra che stavano arrivando dei camion, e che erano tanti, era notte, io ordinai che tutti andassero sopra strada noi avemmo il tempo di appostarci e li falciammo tutti, loro lanciarono i razzi illuminanti, quelli non me li aspettavo, comunque la sparatoria durò poco cinque, dieci minuti, non si ebbe neppure il coraggio di fare bottino, il sangue colava dai camion mitragliati, una macchina si era ribaltata, era uno spettacolo orribile; il Tamburini lo portarono via quelli di Volterra, io non lo avevo vicino.
TK- Lei avrà pensato che la rappresaglia di Niccioleta fosse avvenuta per quell’attacco.
GR- Io penso che la rappresaglia sui minatori sia stata a causa di quell’azione, l’ho sempre pensato, sin da allora….

Anche Cassola era persuaso che la strage di Niccioleta fosse la rappresaglia di quella loro azione, ne parla in Fausto e Anna romanzo fortemente autobiografico scritto nel 1949, ma nella successiva ricostruzione dei fatti di Niccioleta che Cassola insieme a Bianciardi fu chiamato a svolgere per l’editore Laterza nel 1955/56, non si fa cenno tra le cause che avrebbero originato la strage un possibile coinvolgimento dei partigiani, Cassola insieme ai suoi compagni si chiama fuori da ogni responsabilità, anzi sembra confermare che l’azione al ponte di Riotorto fosse stata in realtà successiva alla strage. Le ragioni che muovono Cassola noi non le conosciamo e non possiamo qui neppure immaginarle, ma siamo quantomeno certi che sebbene quell’azione fosse anteriore al massacro non fu comunque il motivo della rappresaglia, anzi la nostra ricerca ci spinge a dire che nei fatti di Niccioleta non si può proprio parlare di rappresaglia, ma di un’operazione antipartigiana concertata e premeditata, voluta e determinata secondo un piano preciso.

4. La memoria: ricordare è creare.

“La memoria non è un problema di credibilità o fallacia del ricordo rispetto ad una realtà sociale data, […] ricordare è un’attività intesa a creare con altri spazi comuni di comprensione e interpretazione del mondo”(42) dunque nel ricordare un individuo tenta di conferire agli eventi significati condivisibili, mettendo in risalto alcuni aspetti e in secondo piano altri, spesso inconsapevolmente, così stando le cose ogni testimonianza è un nuovo spaccato della realtà vissuta che viene ad assumere una determinata forma per una serie di concause distinte ed articolate, spesso difficilmente discernibili. Con il tempo non sempre i ricordi vengono tendenzialmente a cancellarsi, ma spesso si modificano e si accrescono inglobando informazioni estranee di cui il testimone si è appropriato senza esserne consapevole. Dunque il ricordo è un corpo in trasformazione che per rispondere ad esigenze di “condivisibilità” può anche approdare lontano dalla realtà che lo ha prodotto. Come caso limite della deformazione del ricordo (ad esempio nel caso in cui sia stata commessa una colpa) c’è la sua soppressione, si cerca di superare il senso di colpa sopprimendo il ricordo:
[…] Il memore ha voluto diventare immemore e c’è riuscito: a furia di negarne l’esistenza ha espulso da sé il ricordo nocivo come si espelle un’escrezione o un parassita. (43)

Nel caso che prendiamo in esame, ovvero la strage degli ottantatre minatori di Niccioleta, purtroppo non è stato possibile intervistare i colpevoli, attenendoci ai nomi di quegli uomini che tali furono dichiarati nella sentenza del processo a loro carico, sia per gli anni trascorsi, sia per la difficoltà di poter contattare coloro che fossero ancora in vita; ciò che invece è stato più facile reperire sono naturalmente le testimonianze dei familiari delle vittime e di coloro che seppur colpiti indirettamente, furono partecipi a quegli eventi o legati in qualche misura ad essi. Contrariamente alle nostre aspettative chi ha ricordi dolorosi, difficili da rievocare proprio perché riportano il soggetto alla sofferenza di quei momenti, non si comporta allo stesso modo di fronte alla richiesta di un intervista; vi sono coloro che parlandone esorcizzano il dolore, ne scaricano in parte il peso sull’intervistatore il quale deve essere accorto a non lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla vicenda, pena la lettura falsata dell’intervista, anche se al termine dell’intervista egli ne è di fatto divenuto parte, è ormai “inglobato nelle sue fonti” (44), vi è invece chi, per motivi che possono essere anche molto personali, si chiude in una cortina di silenzio, incapace di rendere “l’altro” partecipe di in dolore gelosamente custodito, si tratta di un pudore estremo, qualcosa che prevarica ogni dibattito od urgenza di carattere storico e che perciò non può essere messo in discussione.
Vi sarà tra i familiari delle vittime chi non vorrà mai leggere questo libro, rinunciando a priori di mettere in discussione il ricordo degli eventi, mantenendo così inalterata la propria memoria e la propria verità.

4.1 La disgregazione.

La sensazione più frequente è comunque quella di toccare un dolore che ogni volta si rigenera dalla propria rievocazione, specie se si riesce a parlare con le vedove, e non ne sono ormai rimaste molte in vita dopo cinquant’otto anni da quegli eventi. Vi sono infatti tormenti e dolori che si ricordano come se il distacco dall’oggetto d’amore non fosse mai avvenuto, come se non fossero mai stati depositati sul fondo della memoria. Chi ha perduto un congiunto è spesso testimone di un passato incancellabile, specie se si tratta di un episodio di strage. E’ il caso di coloro che avendo vissuto direttamente gli atti di una tragedia collettiva in cui tutti gli attori sono soggetti conosciuti, ed in particolare sono conosciute le dinamiche dell’azione che ha portato alla strage, sono ostacolati nella elaborazione del lutto dalla loro stessa ostinazione a voler ripercorrere infinite volte la tragedia, ripensando ossessivamente alle opportunità che non sono state colte o all’occasione che è sfuggita, rimanendo così prigionieri di sensi di colpa o di un odio latente nei confronti dei responsabili, o creduti tali. Ecco dunque che la elaborazione del lutto quale processo psichico conseguente alla perdita della persona amata risulta inadeguata, il distacco dall’oggetto scomparso può non realizzarsi, anche se ciò dipende ovviamente dalla personalità del soggetto. Ma una cosa è certa, la vicenda oggetto della nostra ricerca ha lasciato nella memoria dei suoi testimoni un ricordo pulsante, in gran parte erano persone conosciute: il vicino di casa, il compagno di squadra in miniera, il compagno di scuola o di giochi e attraverso le loro testimonianze si possono in qualche caso rispolverare le relazioni che intercorrevano tra gli abitanti del villaggio: “Niccioleta era un piccolo villaggio, ci si conosceva tutti” è quanto affermano tutti gli intervistati, e non solo si conoscevano le persone, la loro appartenenza politica, ma si conoscevano addirittura i rapporti che legavano le persone, finanche a indovinare le causali che generavano tali rapporti. A distanza di cinquant’otto anni non resta per noi nulla di quelle dinamiche, ma per chi adulto visse a Niccioleta si trattava di quotidianità, in un tempo in cui la famiglia intesa come unità sociale primaria era molto più aperta all’esterno di quanto non lo sia oggi, così come tutte le altre unità sociali: il dopolavoro, la mensa, lo spaccio, la miniera.
Non dimentichiamo poi le relazioni di potere e la loro influenza sull’evento strage. Il lavoro in miniera come sappiamo prevedeva una gerarchia considerevole, i ruoli erano assegnati affinché al vertice di ogni categoria si esprimesse un potere effettivo sui subalterni, così ai rapporti interpersonali che si erano venuti a creare tra gli abitanti del villaggio minerario si aggiungevano i rapporti di subalternità nel lavoro. Proprio per questa compagine di relazioni articolate su piani diversi, la vicenda in esame non risulta semplice né lineare, soprattutto nella lettura delle fonti che sono state rinvenute, tra cui la raccolta delle testimonianze a cura del CLN locale dopo il passaggio del fronte e dalla quale è scaturita l’inchiesta. Dopo la strage è seguita infatti la lunghissima via crucis dei superstiti; la comunità si è infatti disgregata, per quanto sia rimasta compatta nell’indicare nei fascisti locali i maggiori responsabili dell’accaduto. Questi infatti secondo i testimoni non solo avrebbero chiamato il battaglione di polizia a Niccioleta, ma avrebbero pilotato direttamente il rastrellamento indicando i nomi degli antifascisti più in vista, avrebbero contribuito a rimaneggiare le liste della guardia armata, fino a partecipare alla cernita dei nomi da salvare all’interno del cinema di Castelnuovo.
La disgregazione è avvenuta su più livelli, innanzitutto per l’abbandono del villaggio da parte di numerose famiglie che rimaste senza un salario furono costrette a partire in cerca di un nuovo lavoro, ma anche per coloro che rimasero a Niccioleta la vita cambiò, sia per l’evidente mutazione sostanziale avvenuta con la dipartita degli uomini, sia per i rapporti che si vennero ad instaurare tra le famiglie delle vittime e quelle di coloro che si erano salvati, o anche tra le stesse famiglie colpite. Quando chiediamo come fosse la vita a Niccioleta prima della strage ci sentiamo rispondere con queste parole:
FS- Ci si stava bene, ci si voleva bene tutti ma dopo no. C’è entrato l’odio perché tante vedove rimaste sole e senza lavoro. Io avevo la fortuna di avere il lavoro…un pò di rancori ci sono stati. (45)

Chi aveva più figli avrebbe obiettato di avere maggiore necessità di un lavoro rispetto a chi aveva ad esempio un solo figlio e tutto questo ricadeva sul villaggio dove i rancori e l’invidia si facevano spazio tra la condivisione del lutto e la determinazione nell’assicurare i colpevoli alla giustizia. Si arrivava ad invidiare la vita di chi si era fortunosamente salvato, o di chi era stato aiutato a salvarsi e si obiettava sulla sorta di complicità che ci sarebbe stata fra i “salvati” del cinema, poco prima che avvenisse la fucilazione e il fascista Calabrò che aveva appunto operato per la loro salvezza, o si criticava il comportamento egoista che certuni avrebbero avuto cercando di mettersi in salvo la notte, mentre incolonnati, gli operai venivano scortati verso Castelnuovo:
MA- E’ fuggito chi se ne fregava degli altri, onestamente bisogna dirlo, perché c’è altre persone che hanno detto noi non si fugge, non si va via, perché se vanno alla Niccioleta fanno la rappresaglia sulle donne e i bambini, questo ce lo avevano detto e loro non sono scappati per questa ragione. Tanti avranno detto ” io me ne frego” … ma è umano, non ne sto facendo una colpa ..(46) .

Molti dunque sono i motivi che tendono a disgregare una comunità già duramente colpita negli affetti, la differenza che ha significato marcare il confine tra la vita e la morte è una differenza incancellabile. Se suddividiamo le vittime per professione, emerge una realtà tanto cruda quanto ovvia, settantadue delle ottantatre vittime erano operai, contro una guardia, due impiegati e due sorveglianti, i restanti sei erano divisi tra meccanici, muratori o commessi. Questa forbice già ampia tra operai ed impiegati dopo la strage si allarga, ciò non farà altro che fomentare l’odio di classe all’interno del villaggio con particolare riferimento alla direzione della miniera, ritenuta in qualche misura responsabile dell’accaduto, il Direttore infatti poco dopo gli eventi verrà sostituito insieme a tutta la classe dirigente della miniera.
Il problema contingente per le famiglie dei caduti restava comunque quello della privazione improvvisa del salario. Tra le testimonianze raccolte non vi è uniformità circa la disponibilità della Montecatini nell’aiutare le vedove, alcuni sostengono che vi fu un sostanziale aiuto da parte dell’azienda la quale venne incontro alle famiglie cercando di elargire la pensione più consistente, che all’inizio era quella assegnata per infortuni sul lavoro, e solo più tardi ci fu la conversione in pensione di guerra poiché quest’ultima divenne più conveniente. C’è chi ha visto in quest’ atto addirittura un’ammissione di responsabilità della direzione dell’azienda nella strage, altri invece lamentano l’esiguità della pensione di guerra che da sola non bastava certo a sfamare una famiglia.
Dire che le donne siano quelle che hanno sofferto di più in questa vicenda, sembra un’ovvietà, ma quest’ovvietà è carica di dolore e di coraggio, di sconforto e di vigore, e ci sembra di doverne parlare intanto per offrire una riconoscenza al loro dignitoso dolore.
Vogliamo quindi ringraziarle innanzitutto per la disponibilità che hanno mostrato nel farsi intervistare, a costo di riaprire ferite mai rimarginate. Le abbiamo ascoltate con attenzione e commozione senza neppure immaginare di poter quantificare la sofferenza che ha segnato la loro vita. Fu la vita di molti civili che si trovarono a fronteggiare le operazioni di rappresaglia spesso in totale solitudine, indifesi di fronte alla spietata macchina da guerra tedesca, rei di aver sposato idee avverse al regime fascista o di aver inneggiato alla fine della guerra, come certamente accadde alla maggioranza della popolazione italiana dopo l’arresto di Mussolini; ma in molti casi rei soltanto di essere stati al momento sbagliato nel luogo sbagliato, di non aver potuto calcolare tutti i rischi che si correvano o di aver confidato in persone credute capaci di decidere per tutti. Le donne hanno spesso sofferto senza aver deciso, ma subendo le conseguenze di decisioni altrui mentre il peso maggiore restava sulle loro spalle, perché la morte lascia un segno indelebile soprattutto sulla vita di chi deve andare avanti ed è privato di un indispensabile sostegno. Le donne nelle interviste ci rendono consapevoli soltanto in parte di quello che hanno dovuto sopportare, specialmente quelle abbandonate con i figli piccoli, per loro la disgregazione fu primariamente interiore.
Il ritorno alle famiglie d’origine spesso significava il ritorno alla miseria. I bambini più grandicelli dovettero assumersi le responsabilità di capofamiglia e lo divennero già all’età di 11, 12 anni.
Bruno Travaglini uno degli orfani della strage, il secondo dei quattro figli, la maggiore era una femmina, aveva quell’età quando dovette ritornare ad Abbadia San Salvatore a raccogliere le castagne per aiutare la famiglia a superare l’inverno. Il più piccolo dei quattro figli era nato il 5 di giugno e la madre stava allattando il bambino nella sua camera quando giunsero in casa i militi a prelevare il marito. La storia di Bruno è quella di molti altri bambini di Niccioleta, la loro fu un’infanzia tradita nelle aspettative più ordinarie; dover lavorare per sostenere la famiglia era quanto nell’immediato veniva loro richiesto. Nel suo memoriale Travaglini narra un episodio di notevole carica emotiva e che colpisce soprattutto per l’immagine poetica e contemplativa evocata dalla figura della madre che dovendo restare a Niccioleta lo accompagna in Pian dei Mucini dove il bambino per recarsi sulla montagna si sarebbe valso, insieme ad altre persone, del camion che trasportava le bare dei minatori:
[…]attraversato il piano arrivammo al bivio sulla strada statale e ci mettemmo in attesa, di lì a poco apparvero i fari di un grosso autocarro che andò a fermarsi nello spazio antistante l’osteria.
La donna con il bambino venne sistemata nella cabina con i due autisti io e Velio ci arrampicammo sull’autocarro e ci sistemammo in una nicchia lasciata apposta per noi, fra le bare che formavano il carico. Arrampicati su quel bestione sentii che la nausea mi saliva di nuovo allo stomaco. Mentre il camion accennava a muoversi guardai la mamma per trovarvi sicurezza e, nella scarsa luce, la vidi piangere e tendere le mani verso di me.
Avrei voluto saltar giù, abbracciarla, asciugarle il pianto e rassicurarla che questa volta sarei riuscito a prendere per lei la farfalla dai mille colori.
La farfalla? In quell’attimo, incredibilmente mi tornò alla mente un piccolo episodio accaduto anni addietro.
Rividi la mamma allungare piano la mano per prendere quella bellissima farfalla che si era posata su di una siepe, ma quando la mano stava per ghermirla, la farfalla andò via ondeggiando. La mamma le corse appresso con le braccia tese come una bambina raccomandandosi a me che l’aiutassi: “Bruno, Bruno prendi la farfalla, prendila”.
Io corsi qua e là dietro il suo volare finché scomparve aldilà della siepe.La corsa infantile della mamma e la sua accorata richiesta di aiuto non l’avevo più dimenticata ed in quel momento mi tornava alla mente vedendo le sue braccia tese verso di me. Il camion si allontanava, io la salutavo con la mano mentre le dicevo con il cuore”Non ti preoccupare mamma. Arriverò a quel paese lontano, raccoglierò le castagne e ti preparerò la casa dove tu mi raggiungerai. Questa volta ti prenderò la farfalla.[…] (47).

Il coro di voci sole ha voluto essere essenzialmente un omaggio a coloro che hanno sofferto in questa vicenda fatta di tanta umanità e di tanta ferocia, ma vuole anche rispondere ad una necessità di divulgazione che noi avvertiamo opprimente. Non possiamo lasciare che quei morti muoiano due volte, sommersi dall’oblio e dall’indifferenza. Conoscere la storia e salvaguardarne la memoria è un nostro preciso dovere, dunque questo volume dev’esser letto così, con l’intento di chi lo ha curato senza particolari meriti o pretese. L’introduzione di questa raccolta ha voluto semplicemente aiutare il lettore a calarsi in quella realtà cercando di indicare luoghi, interpreti, fatti e relazioni di una vicenda poco conosciuta anche nella stessa Toscana, ma ha voluto anche rispondere ad alcune domande che sono state rivolte ripetutamente agli esecutori delle interviste e che tutti coloro che si avvicinano alla storia non possono fare a meno di porsi: perché vi è stato quel rastrellamento, chi diresse le operazioni, perché i minatori non tentarono di fuggire, perché i partigiani non restarono con loro, o non intervennero durante il trasporto a Castelnuovo. Domande a cui si è cercato di rispondere fornendo ipotesi plausibili che derivano dallo studio delle carte processuali e delle relazioni froniteci dalle ricerche negli archivi tedeschi inglesi ed americani alle quali la sottoscritta ha partecipato, oltre che dalle fonti orali di cui mostriamo una corposa selezione. Può darsi che vi sia ancora qualcosa di non svelato, può darsi che giunga un giorno a smentirci una carta sbucata da chissà dove o la testimonianza convincente di uno degli esecutori del massacro che finalmente si decide a svelare il proprio volto e noi ne saremmo felici, perché non dev’esserci mai freno, neppure alla più scomoda delle verità.

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