Niccioleta 12 giugno 2011…….

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5 Pensieri su &Idquo;Niccioleta 12 giugno 2011…….

  1. http://resistenzatoscana.it/storie/la_strage_dei_minatori_di_niccioleta/

    La miniera di Niccioleta fu da subito un importante luogo d’appoggio per i partigiani della zona. Successivamente all’armistizio dell’otto settembre 1943 rifornì i ribelli di carburante, di esplosivi, altri materiali essenziali ed ebbe ruolo di officina per riparare le armi.
    Da quando in zona cominciò ad operare la 23° Brigata Garibaldi (vedi Frassine) l’attività dei minatori in appoggio ai partigiani intensificò ancora.

    I tedeschi di stanza a Massa Marittima controllavano spesso Niccioleta, la tattica della terra bruciata imponeva di monitorare da vicino le risorse della miniera in modo da poterle distruggere nonappena il fronte si fosse avvicinato troppo. Ma i minatori avevano occultato macchinari, attrezzature, esplosivi e viveri.

    Il 3 giugno 1944 un distaccamento di partigiani comandati da Vincenzo Checcucci entrò in Niccioleta. L’euforia degli abitanti di Niccioleta, che leggevano questo fatto come un’avvisaglia della prossima fine della guerra indusse a due leggerezze: da una parte fu deciso che i fascisti del paese non erano particolarmente pericolosi e li si obbligò soltanto a una sorta di arresti domiciliari, dall’altra una delle liste per i turni di guardia al materiale salvato dalle razzie dei tedeschi fu lasciata in vista nei locali della miniera. Le conseguenze furono tragiche.
    La guardia ai pochi fascisti di Niccioleta venne montata efficacemente, ma alcune delle loro mogli riuscirono ad aggirarla e ad avvertire il comando fascista che era al Pian di Mucini, a tre chilometri dal paese.

    La squadra partigiana nel frattempo si era ritirata, sul posto erano rimasti solamente dei partigiani di Niccioleta che avevano organizzato i suddetti turni di guardia.
    Il 13 giugno oltre 300 fra soldati tedeschi e milizie fasciste accerchiarono e attaccarono il paese di Niccioleta.
    Durante il rastrellamento i nazifascisti avevano radunato e immediatamente fucilato quanti erano stati riconosciuti dai fascisti locali come collaboratori dei partigiani. In questa occasione i caduti furono: Baffetti Rinaldo, Barabissi Bruno, Chigi Antimo, Sargentoni Ettore, Sargentoni Ado e Sargentoni Alizzardo.

    I Sargentoni (padre e due figli) vennero uccisi perchè trovati in possesso di una pistola, che in effetti avevano requisito ad uno dei fascisti il giorno della venuta dei partigiani. Il Barabissi fu trovato in possesso di un fazzoletto rosso e il Baffetti era un antifascista noto. La storia di Antimo Chigi è più articolata: il Chigi era un repubblichino di stanza a Siena, tornava a casa spesso in divisa tedesca, per farlo in tutta tranquillità si era accordato coi partigiani che gli avevano rilasciato un lasciapassare, faceva insomma il doppio gioco. Quando i tedeschi presero gli altri per torturarli e poi ucciderli lui se ne uscì con frasi di incitamento ai tedeschi e di ingiuria verso i condannati. Il tenente tedesco allora lo fece avvicinare e lo perquisì, trovandogli il lasciapassare partigiano.

    I nazifascisti scovarono la lista dei nomi di coloro che fra i minatori avrebbero partecipato alle ronde anti-tedesche nei giorni successivi. Allora radunarono tutti gli uomini del paese e dopo aver liberato il direttore della miniera, il parroco e pochi altri fecero incamminare verso nord, gli venne detto che sarebbero stati obbligati a lavorare alla distruzione della stazione geotermica di Castelnuovo e successivamente vennero fatti salire su dei camion.
    A Castelnuovo

    Il III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien (le SS italiane, volontari che servivano direttamente nell’esercito nazista) era arrivato a Castelnuovo all’alba del 10 giugno 1944 proveniente da San Sepolcro. A Castelnuovo l’attività partigiana era stata particolarmente intensa nei giorni precedenti, nei dintorni si erano installati alcuni distaccamenti della 3° Brigata Garibaldi: il 7 i partigiani erano entrati in paese e avevano requisito le armi della Guardia Nazionale Repubblicana. I fascisti tra l’altro avevano evitato lo scontro dileguandosi per tempo, solamente uno venne preso mentre rientrava da Pisa. Alla richiesta da parte dei partigiani di identificarsi costui mostrò la tessera del fascio repubblichino, una spavalderia che gli costò la vita.
    Inoltre l’arrivo delle SS italiane interruppe un’azione partigiana che mirava a sottrarre tutta la biada che i contadini erano stati costretti a mettere all’ammasso, in maniera simile a quello che quasi contemporaneamente accade anche a Monterotondo Marittimo, ma a Castelnuovo i partigiani riuscirono a ritirarsi senza essere notati.

    All’arrivo in paese le SS operarono un rastrellamento che portò all’arresto di quattro giovani renitenti alla leva e che vennero instradati verso la deportazione.
    La sera del giorno 13 arrivano a bordo di camion circa 120 uomini rastrellati a Niccioleta.

    I minatori di Niccioleta passarono la notte nel teatro di Castelnuovo, la mattina furono divisi in tre gruppi: uno destinato alla fucilazione, uno alla deportazione e uno per essere rimandato a casa.
    Al più importante dei fascisti di Niccioleta, tale Calabrò, di origini siciliane, venne data la possibilità di scegliere sei persone da salvare ma ne scelse solo due. Così il gruppo dei condannati arrivò a contare 77 persone.
    La cernita per la composizione venne fatta sulla base della lista rinvenuta a Niccioleta per i turni di guardia che i minatori avevano istituito a protezione della miniera, chi era in quella lista venne ucciso. Gli altri vennero divisi per età: i giovani alla deportazione, i vecchi a casa.

    I 77 vennero condotti poco distante, nei pressi di una centrale geotermica, dove i soffioni erano stati liberati dai tubi e producevano un rumore fortissimo. Vennero fatti entrare in una specie di piccolo anfiteatro naturale e abbattuti a raffiche di mitra.
    Il gruppo dei giovani venne portato a Firenze e di lì in Germania nei campi di lavoro, a quanto risulta sono tutti tornati alle loro case alla fine della guerra.
    Oltre ai minatori

    Ai settantasette minatori si aggiunsero quattro partigiani provenienti da Volterra, tutti ex ufficiali dell’esercito.
    Si trattava di Gianluca Spinola, romano di famiglia facoltosa e possidente della villa di Ariano nei pressi di Volterra, dei sardi Vittorio Vargiu e Francesco Piredda e infine di Franco Stucchi, fiorentino, arrestati nei giorni precedenti durante un’operazione contro i tedeschi e trasferiti al Maschio di Volterra. Nella notte fra il 13 e il 14 vennero trasferiti a Castelnuovo e nei pressi del podere Sorbo, tra le 11.00 e le 12.00 del 14 di giugno, Stucchi, Piredda e Vargiu vengono fucilati. Spinola invece, riconosciuto come capobanda, verrà più volte interrogato e poi ucciso nella caserma di Castelnuovo.

    Altri tre partigiani erano destinati alla stessa fine. Nella notte tra il 14 e il 15 giugno vengono prelevati dal carcere di Volterra Dino Fulceri “Mosè”, Gino Benini e Dino Del Colombo, che a causa delle torture subite versano in pessime condizioni. Durante il percorso il mezzo su cui si trovano deve fermarsi per la foratura di un pneumatico. Al loro arrivo a Castelnuovo i tedeschi saranno già partiti e i prigionieri verranno di nuovo riportati nel carcere di Volterra dal quale saranno liberati circa un mese più tardi.
    Considerazioni storiche

    Una delle questioni su cui ci si è interrogati, anche a proposito delle motivazioni che generarono l’eccidio, è il perché a Castelnuovo siano state inviate SS di San Sepolcro, che essendo in provincia di Arezzo comportò un lungo spostamento durato pressappoco un giorno e una notte. Spostamento disagevole e movimentato, visto che durante il giorno 9 la colonna fu ripetutamente bombardata dagli alleati.
    Questa scelta risulta particolarmente strana ricordando che vi erano numerosi reparti della Wehrmacht (ovvero dell’esercito regolare) che transitavano e stanziavano lungo la costa grossetana e livornese e che avrebbero raggiunto Castelnuovo in minor tempo.
    L’opinione oramai consolidata degli storici è che vi fosse in atto uno scontro politico fra gli alti ufficiali delle SS e dell’esercito regolare tedesco e che le SS si volessero accreditare agli occhi dei generali come ben più efficienti nell’opera di contenimento delle bande partigiane, che all’epoca si erano fatte estremamente pericolose. In quest’ottica assume un significato sia il rastrellamento iniziale particolarmente tiepido contro Castelnuovo e Monterotondo per l’intenzione di fare in zona una base per azioni antipartigiane, sia l’accomunare partigiani veri e minatori sotto un’unica conta di 92 partigiani giustiziati (oltre ai 77 minatori caduti qui e ai 4 partigiani provenienti dal Maschio di Volterra ci sono da annoverare 6 caduti alla Niccioleta e altri 5 partigani caduti a Monterotondo).

    Insomma: le SS erano in quella zona per compiere qualche azione antipartigiana eclatante e i fatti della miniera di Niccioleta furono un’occasione fortuita ma eccellente, poco importa che i 77 minatori stessero semplicemente difendendo il proprio lavoro.
    Il tenente Blok, artefice del rastrellamento di Niccioleta, riceverà per questo un riconoscimento al valor militare dai suoi superiori.

  2. http://it.wikipedia.org/wiki/Niccioleta#La_strage_di_Niccioleta

    Il 13 giugno 1944, i reparti nazisti e fascisti irruppero a Niccioleta per punire i suoi abitanti che, come in molte zone del grossetano, avevano disertato di presentarsi ai posti di polizia fascisti e tedeschi di Massa Marittima, in seguito ad un manifesto affisso in tutti i comuni della provincia di Grosseto, firmato da Giorgio Almirante. Sei minatori (Ettore Sergentoni, con i figli Aldo e Alizzardo, Rinaldo Baffetti, Bruno Barabissi e Antimo Chigi) vennero fucilati subito nel piccolo cortile dietro il forno della dispensa, largo non più di tre metri. Il minatore Giovanni Gai riuscì a fuggire nella macchia, grazie ad un attimo di distrazione di un fascista di Porto Santo Stefano, Aurelio Picchianti, che si stava arrotolando una sigaretta. Altri 150 operai furono portati a Castelnuovo di Val di Cecina, e la sera del 14 giugno, 77 minatori vennero giustiziati sulla strada per Larderello, 21 deportati in Germania e gli altri liberati. In tutto perirono nella strage 83 operai di Niccioleta.

  3. INTERVENTO DI NELLO BRACALARI.

    L’anno scorso, in occasione di analoga manifestazione celebrativa, come ANPI conferimmo una targa al comune di
    Massa Marittima quale riconoscimento per l’assiduità e la molteplicità di iniziative messe in campo negli anni per
    ricordare degnamente il sacrificio degli 83 minatori di Niccioleta fucilati dai nazifascisti nel giugno 1944.

    Quest’anno siamo nuovamente qui, con la nostra presenza, forse senza parole nuove, ma con la stessa
    immutata commozione ,per compiere il nostro dovere civico e democratico, per celebrare questo tragico evento,
    rinnovare la nostra testimonianza ed il nostro impegno per portare avanti gli ideali ed i valori per i quali gli 83 minatori
    sacrificarono la loro vita

    Non è indubbiamente solo una manifestazione retorica e ripetitiva, infatti vogliamo sottolineare che la democrazia ha bisogno, si nutre potremo dire, di riti e di celebrazioni, come momenti di riflessione ed assunzione di responsabilità e nuovi impegni per il proprio futuro. Di questo nuovo impegno la deomocrazia, il nostro Paese, hanno ancora bisogno.

    Nei gioni scorsi, un partigiano di Massa Marittima, nel corso di un incontro, evidenziando il degrado sociale ed econamico del Paese ed i continui e molteplici attacchi ai principi cotituzionali ed alle istituzioni democratiche, si poneva e ci poneva la domanda se ne era valsa la pena compiere i sacrifici della guerra partigiana, del carcere e, per molti, anche della vita per poi avere questo stato cose.

    Voglio rispondere pubblicamtente qui ed oggi. Si compagno Lipparini ne valeva la pena. Compiere quei sacrifici, per realizzare un’Italia che, con tutti i sui limiti e problemi irrisolti, è indubbiamente migliore dell’Italia fascista, e poi perche la lotta di liberazione nazionale ha permesso al nostro Paese di realizzare una Costituzione democratica
    tra le più avanzate del mondo.

    Certo la nostra lotta non è finita, vi sono anche oggi suddoli tentativi volti a distorcere la nostra democrazia, tra i quali quelle proposte di alcuni parlamentari della destra di abolire la XII norma transitoria della costituzione che vieta, sotto qualsiasi forma, la ricostituzione del partito fascista e quella di parificare l’associazione dei reduci della repubblica di salò all’ANPI ed alle altre associazioni antifasciste. Contro questi tentativi noi ci batteremo e invitiamo tutti gli antifascisti ad unirsi a noi per impedirlo.

    L’ANPI è in campo per rinnovare ed attualizzare la memoria della Resistenza e per affermare nel nostro Paese
    i principi della costituzione. Questa lotta oggi noi la conduciamo con alcuni partigiani viventi e con una nuova leva di più giovani antifascisti, ispirandoci ai valori fondamentali della Resistenza, ma tentando di perseguire obiettivi concreti. Come i minatori di Niccioleta che sono caduti per aver manifestato la volontà di salvare la loro miniera, di difendere cioè un bene comune. Con lo stesso spirito noi intendiamo svilppare la nostra attività. Questo ci sembra il modo migliore per ricordare gli 83 minatori.

  4. Elenco testimonianze IL CORO DI VOCI SOLE Raccolta di testimonianze orali sulla strage dei minatori della Niccioleta, 13-14 giugno 1944. A cura di Katia Taddei Premessa La raccolta di interviste presentata in questo volume è stata iniziata negli ultimi anni ’90 dalla sottoscritta, nel tentativo di reperire il maggior numero possibile di fonti orali necessarie alla ricostruzione storica dell’eccidio di Niccioleta ad opera del Prof. Paolo Pezzino dell’Università di Pisa, con il quale ho lungamente e strettamente collaborato. Stralci delle interviste sono state quindi utilizzati dall’autore nel suo lavoro dal titolo Storie di guerra civile, l’eccidio di Niccioleta, edito da Il Mulino Ricerca, Bologna, 2001, un lavoro meritorio di ricostruzione elaborata e circostanziata ove vengono scandagliate tutte le possibili risposte alla domanda di verità storica sulle responsabilità di questo efferato eccidio. Alcune delle interviste sono state raccolte dallo stesso Pezzino e da Giovanni Contini Bonaccorsi anch’egli autore di alcuni lavori sulle stragi naziste avvenute in Toscana, ed entrambi ringrazio sentitamente per averle gentilmente concesse ai fini della presente pubblicazione. Per poter raccogliere le testimonianze abbiamo dovuto prendere contatto con numerosi familiari delle vittime, è opportuno ringraziarli e non ci stancheremo mai di farlo perché la loro collaborazione è stata di grande importanza, così come ringraziamo tutti coloro che hanno voluto prestarsi all’intervista per la disponibilità mostrata e per la gentilezza con cui ci hanno accolto. Ciò che mi ha personalmente colpito è stata la pacatezza con cui si sono ricordati tanti particolari angosciosi, le lunghe pause, i silenzi, e nessuna voglia di vendetta, ma neppure distacco od oblio da parte dei nostri testimoni, che parlano sommessamente e ricordano con dignitoso dolore. Chi volesse trovare in questa raccolta una ricostruzione definitiva della strage dovrà constatare che non è questa l’intenzione di chi l’ha curata. Sulla vicenda della Niccioleta è appena uscito un saggio poc’anzi citato che aprirà forse agli storici un sentiero da battere in più direzioni. Le fonti a disposizione sono quelle, ma non è detto che non ve ne siano altre di nascoste o di insabbiate, appare assai strano infatti che al processo non siano stati ricercati i responsabili tedeschi, mentre si conoscevano in maniera circostanziata nomi, riferimenti e denominazione del battaglione. Le fonti orali avrebbero potuto essere anche più folte, non c’è dubbio, ma per motivi di spazio abbiamo dovuto selezionarne solo alcune. Ciò di cui siamo realmente dispiaciuti in realtà è di non avere la testimonianza di chi non ha voluto parlarci, alcuni dei militi che parteciparono a quell’azione sono conosciuti ed è stato chiesto loro, purtroppo senza esito, di rilasciarci un’intervista. Sarebbe stato indubbiamente importante, infatti sapere a quali ordini stava rispondendo il tenente che diresse l’azione, cosa sarebbe potuto accadere se a Niccioleta non fossero state trovate le note dei turni di guardia, se i fascisti di Niccioleta abbiano realmente chiamato il battaglione al villaggio o se invece la sua venuta sia stato solo il frutto di terribili coincidenze. Purtroppo non possiamo rispondere a questi interrogativi con certezza assoluta, ma soltanto con interpretazioni personali e parziali anche se un processo c’è stato e dei colpevoli sono stati individuati. Avere dedicato al massacro dei minatori di Niccioleta lunghi anni di studio e di ricerca, mi ha portato ad avere un quadro dai lineamenti tutto sommato definiti, non privo di contrasti, con luci ed ombre diffuse e punteggiato di particolari. Difficile dire se ritragga fedelmente il quadro reale, è questo un augurio vivo che io per prima mi faccio, ma ciò che è davvero importante più dell’insieme, sono i dettagli emersi durante le interviste e l’essere riusciti a coglierne qualcuno, a mostrarne i lati oscuri, dimenticati o mai svelati è per me motivo di grande soddisfazione. Il ruolo da me svolto nella ricerca sulla strage è stato relegato soltanto al reperimento delle interviste. Questo impegno inizia nel lontano 1994 , quando nel cinquantesimo anniversario della Liberazione mi viene affidato dalle forze democratiche del mio paese e dall’Amministrazione comunale, il compito di produrre un video (1) sui maggiori fatti che hanno interessato il nostro territorio durante l’anno di guerra 1944. Il video è seguito dall’incontro con Paolo Pezzino e dalla collaborazione con lo stesso e con Michele Battini alla ricerca di fonti inedite presso il Public Record Office di Londra, tradotte dalla sottoscritta quindi pubblicate nel volume Guerra ai civili di Battini, Pezzino, Saggi Marsilio, 1997. Purtroppo quella ricerca si rivelò infruttuosa per l’episodio di Niccioleta infatti poco o nulla fu ritrovato in quella occasione e soprattutto mancavano le carte processuali, poi rinvenute fortuitamente presso il tribunale di Firenze. Da questo ritrovamento nasce il progetto di una ricostruzione definitiva della strage, progetto che si è appena concluso e che ha prodotto le interviste qui integralmente pubblicate. Ovviamente nella ricerca è stato determinante il ruolo svolto dai testimoni, che ringraziamo sentitamente per la loro disponibilità a riaprire per noi una pagina di dolorosi ricordi. Le interviste che abbiamo raccolto e poi selezionato per questo studio sono state di una importanza vitale, senza gli occhi di chi ha veduto e vissuto quei momenti noi non avremmo fatto altro che affidarci alle carte, che per quanto importanti sarebbero state comunque insufficienti ad una ricostruzione circostanziata dei fatti. Come vedremo nella presentazione, gli elementi compresenti alla strage sono stati molteplici e per avere il quadro più dettagliato che sia possibile abbiamo dovuto considerarli tutti, ecco perché le nostre interviste non sono state indirizzate soltanto ai familiari più stretti delle vittime, ma anche ai partigiani e ad alcuni dei testimoni del rastrellamento di Castelnuovo. Gli anni trascorsi hanno fatto sì che i testimoni oculari già adulti all’epoca dei fatti siano ormai numericamente assai scarsi, mentre sarebbe stato certamente importante averli potuti ascoltare e ci riferiamo in particolare ad Emilio Banchi, impiegato della Montecatini che ha tenuto le redini della vicenda processuale, essendo il presidente del Comitato Familiari delle Vittime, oltre che il padre di Eros, una giovane vittima della strage. Il villaggio di Niccioleta ha subìto dopo la morte degli operai un cambiamento profondo, famiglie disgregate, senza salario, senza un domani certo; centinaia di persone dovettero reinventarsi un futuro o comunque videro modificarsi improvvisamente la propria vita. Una testimone ricorda: “S’era 51 vedove e 118 orfani” (2) … Le donne furono senz’altro le più colpite tra i sopravvissuti alla strage. Si trovarono a dover abbandonare il villaggio, le case, con i figli piccoli a loro carico. Chi aveva una famiglia vi fece ritorno, chi non aveva un sostegno adeguato dovette lasciare i figli più piccoli all’Istituto e mandare i più grandi a lavorare anche lontano da casa. Don. Luigi Rossi nella propria intervista parla di centinaia di bambini accolti presso il Rifugio Sant’Anna di Massa Marittima da lui diretto, alcuni vi rimasero a lungo, altri vi dimorarono fintanto che i loro familiari non ebbero trovato una sistemazione appropriata. Il ritorno per molti alla montagna amiatina o agli altri paesi di origine, significava perlopiù il ritorno alla miseria dalla quale si era fuggiti, in qualche modo, approdando a Niccioleta. Le giovani madri che si trovarono da sole con i loro neonati sono state certamente coloro che hanno sofferto di più, sia sul piano affettivo che su quello economico, l’asprezza di una vita sfortunata, vissuta all’insegna della fatica, senza il sostegno del proprio compagno. Ma i padri dei giovani uccisi nel massacro, coloro che furono liberati perché anziani, hanno dovuto soffrire un tormento se vogliamo ancora maggiore, per non essere riusciti ad impedire quella strage, per non aver compreso la gravità di quella che parve loro solo un’iniziativa innocua, quale non fu, quella di proteggere la miniera con le armi, e soprattutto per non aver preso nessuna precauzione per ovviare al pericolo di delazione, nonostante la presenza di aderenti alla Repubblica Sociale nella direzione e tra gli operai. Quei padri che hanno voluto fermamente il processo, pur senza ottenerne un esito soddisfacente, in quanto i colpevoli scontarono soltanto pochi anni, ormai non sono più, ma i bambini di allora chiedono oggi con forza a noi di andare avanti, per capire, per trovare una ragione che essi per lunghi anni non hanno mai smesso di cercare, ma soprattutto perché vi sia diffusione tra i mezzi d’informazione di quanto accadde cinquant’otto anni fa tra queste colline quiete e suggestive. Dare voce alle ragioni di questi morti è quanto ci proponiamo, Niccioleta è una strage dimenticata e forse capire questo silenzio ci aiuterà a proseguire sul cammino della verità. Katia Taddei. Quando il triste vento della sventura ci passa d’accanto, noi, nello smarrimento della bufera, ci guardiamo d’intorno e se vediamo che qualcuno cammina a nostro fianco e cerca di consolare il nostro dolore ci sentiamo assai confortati. Nella triste bufera che ci ha schiantato il cuore, togliendoci d’accanto i nostri più cari, Vi abbiamo saputo vicino a Loro, che morirono […] Dal CLN di Niccioleta al Sindaco, al CLN e alla Popolazione di Castelnuovo Val di Cecina. Miniera di Niccioleta 25 luglio 1944. 1. Niccioleta un villaggio in fermento La strage dei minatori di Niccioleta fu, a mio avviso, un atto estremo di guerra civile nel quale furono coinvolti anche molti giovani e giovanissimi che pur non avendo ancora maturato una compiuta coscienza antifascista si trovarono coinvolti, loro malgrado, in un episodio di Resistenza dai risvolti imprevedibili che li vide insieme agli altri, travolti dagli eventi senza avere la percezione della gravità di quanto stava loro accadendo. La consapevolezza del loro tragico destino gli operai poterono averla solo sull’orlo del vallino nel quale furono uccisi, ed è presumibile che a ciò sia dovuto il mancato tentativo di fuga degli uomini, i quali attesero la loro sorte senza opporre resistenza, illusi dalle false promesse dei militi che li tenevano in ostaggio, convinti che sarebbero stati interrogati e poi rilasciati. Non rientrava nella logica delle cose che avrebbero anche potuto essere uccisi tutti, non potevano supporre allora, che una guerra civile non segue alcuna logica, se non quella della violenza e della sopraffazione. Quando si parla di atto di guerra civile riferendosi alla strage dei minatori si implica ovviamente la “italianità” della vicenda, anche se la strage fu ordinata ed eseguita da un ufficiale tedesco, ma non ci si riferisce tanto ad una situazione politica in fermento creata e vissuta come tale da una comunità e che ebbe come epilogo la strage, bensì ad una sorta di esplosione improvvisa di odi latenti che probabilmente venivano in qualche misura sedati dalla stessa azienda, la quale in quegli anni di grandi sommovimenti politici conduceva la miniera con grande circospezione ed opportunismo. Tale odio aveva certamente una doppia connotazione: odio di classe, che contrapponeva i privilegi delle alte gerarchie al lavoro massacrante degli operai, e odio politico che prevaricava ogni gerarchia in quanto puramente ideale, quell’odio tra fascisti ed antifascisti che non si era mai sopito durante i venti anni di regime, una reminiscenza che può effettivamente essere vista come l’epilogo di un conflitto iniziato già nel 1919-22 (3). Molti dei minatori che giunsero a Niccioleta negli anni ’30 dalle miniere dell’Amiata o dagli altri centri minerari di Boccheggiano, Ribolla e così via, avevano alle spalle un passato di antifascismo e di lotte che in Maremma furono particolarmente aspre, non solo per la presenza degli Agrari che fiancheggiarono ampiamente il fascismo violento delle squadre punitive, ma anche per la presenza di importanti centri minerari, all’epoca vera scuola di socialismo. Chi lasciava la campagna per la miniera non solo non faceva una scelta facile, ma spesso vi era obbligato, perlopiù si trattava di braccianti licenziati per motivi politici; i minatori maremmani hanno una tradizione antica di lotta, come scrive Carlo Cassola in un suo articolo pubblicato su Nuovi Argomenti nel 1954: “In una recente Storia del PCI, quella di Bellini e Galli, i minatori maremmani sono indicati, accanto agli operai di Sesto San Giovanni, fra le più combattive avanguardie del Partito Comunista Italiano. Una prima agitazione contro la Montecatini risale agli anni precedenti la guerra d’Africa” (4) Fu a causa del Bedaux, una tecnica di cronometraggio del lavoro che fu subito rigettata dalle maestranze, ma il motivo reale dell’insurrezione fu la registrazione, da parte degli operai, di un decremento del salario, che vista la crisi, venne sospeso a diverse decine di operai di cui si chiedeva il licenziamento. Dopo il Bedaux vi fu un altro motivo di malcontento e di reazione al fascismo: la guerra. Le idee antifasciste tra gli operai si diffondevano con rapidità. Il villaggio minerario poteva esser definito come una realtà separata, un microcosmo aperto al mondo esterno solo attraverso gli operai pendolari. Qui il fascismo imponeva i suoi rituali ai ragazzi dell’età scolare, ma vista l’alta percentuale di manodopera contraria al regime, non si pretendeva da tutti gli operai un’adesione formale, com’è facile immaginare visto il tipo di lavoro assai carico di rischi qual’era quello del minatore. La Società teneva a bada con il ricatto di licenziamento i più facinorosi, ma non poteva in alcun modo impedire che si formassero tra gli operai idee contrarie al regime, nonostante vi fosse tra i sorveglianti chi aveva il compito di informarsi anche sulla connotazione politica dei dipendenti, quindi di riferire alla direzione della miniera. La Montecatini che segnerà la storia delle miniere maremmane, proprio con la pirite farà la sua fortuna e dalla piccola società qual’ era, sorta a Montecatini Val di Cecina (di cui l’omonimo nome) nel 1888 per lo sfruttamento del rame, divenne nel 1934 un colosso dai 500 milioni di capitale con il possesso della quasi totalità delle miniere grossetane. A Niccioleta si iniziò ad estrarre la pirite nel 1929, anche se sembra vi fosse un altro piccolo pozzo molto più antico detto “Niccioleta vecchia” ma nel 1934 vi fu la scoperta di una seconda grossa lente, una quantità tale da giustificare la costruzione di un villaggio minerario. Giunsero alla miniera operai di tutte le zone limitrofe: Gavorrano, Massa Marittima, Ribolla, Monterotondo e in particolare dal monte Amiata dove le miniere di cinabro, da cui si estraeva il mercurio, attraversavano in quegli anni una profonda crisi, ma vi giunsero anche minatori dalla Sicilia, dalla Calabria, dal Veneto. La Montecatini che all’inizio assicurava gli alloggi soltanto agli operai, i cosiddetti “camerotti”, ormai poteva accettare anche le famiglie. Il villaggio era stato costruito in modo che vi fosse una netta distinzione tra i diversi ceti sociali che lo occupavano: distribuito su tre livelli altimetrici, mostrava in alto la villa del direttore, poco più in basso le abitazioni degli impiegati e dei tecnici infine, di fronte al dopolavoro di inequivocabile stile fascista, intorno ad una piazza squadrata, sorgevano le palazzine degli operai. Le guardie giurate occupavano una casa isolata, posta all’ingresso del paese. Gli appartamenti degli operai erano comunque moderni, forniti di bagno e di stufa a legna, dobbiamo considerare che molti dei nuovi venuti non avevano mai avuto prima i servizi in casa. Nonostante si trattasse di un lavoro estremamente pesante e carico di rischi, un posto di lavoro nella miniera di Niccioleta era considerato un piatto invitante per molti minatori che avevano appena perduto il posto o che magari per dissensi manifesti contro il regime, non riuscivano a trovare un lavoro alternativo. La miniera era ed è certamente il più duro e il più rischioso tra i lavori manuali, il rischio di incidenti e di infermità all’epoca era altissimo: crolli, fuoriuscita di gas come il grisou, per non parlare della silicosi come inevitabile approdo per molti operai costretti a inalare polveri in anni di lavoro, rappresentavano i pericoli maggiori. La Società aveva creato comunque un villaggio ospitale dotato dello spaccio aziendale, una mensa impiegati alla quale si recavano anche gli scapoli, l’ambulatorio, la scuola, la sala da ballo, il cinema e il dopolavoro: […] perché lì a Niccioleta era un villaggio in cui la Società pensava a tutto, c’era lo spaccio, non c’era bisogno di andare in giro neppure a far la spesa, era tutto lì, il lavoro, la casa”(5)….. Questi erano luoghi accessibili a tutti e il clima che si era instaurato in quegli anni era, ma solo apparentemente, di pacifica convivenza. In miniera comunque vigeva una gerarchia precisa. Si legge in una cronaca del dopoguerra circa la vita di miniera: “In tutte le miniere il lavoro è continuativo, con tre turni di otto ore ciascuno. […] Il gruppo minimo estrattivo è la “compagnia”, composta di soli due operai, il minatore e l’aiuto-minatore. Un gruppo di compagnie è sorvegliato da un “caporale (nel gergo di miniera si dice “sorvegliante” Di solito il caporale è un operaio anziano, promosso a quel grado per qualità di provata esperienza. […] L’apparato propriamente direttivo è costituito da un ufficio tecnico composto di un certo numero di capiservizio, tutti ingegneri o periti minerari, con a capo il vicedirettore; e da un ufficio amministrativo, diretto da un capufficio. Il capufficio e il vicedirettore sono subordinati alla maggiore autorità della miniera, il direttore, che soprintende sia al lavoro tecnico che all’amministrazione. Ogni miniera ha anche un certo numero di guardie giurate, reclutate prevalentemente tra gli ex carabinieri. Le guardie hanno il compito della sorveglianza all’interno e all’esterno della miniera. Le guardie della “Montecatini” vestono una divisa nera, con il distintivo della società, piccozza e alambicco (6). Questo il funzionamento della miniera di Niccioleta anche prima dell’inizio della guerra, chi andava a lavorare in miniera veniva immediatamente a conoscenza dell’ordine imposto e doveva adeguarsi, pena il licenziamento. Durante la guerra lo stabilimento fu però dichiarato ausiliario, ciò significava che si era a disposizione dell’esercito, dunque sottoposti al ricatto: o in miniera rigando dritto, o al servizio dei tedeschi nei lavori più disparati: rifacimento di binari, costruzioni delle linee di difesa, ecc. oppure al fronte. Così si afferma in un’intervista: […] siccome lo stabilimento era ausiliario, quelli che lavoravano alla Niccioleta erano tutti militari, capito! Sicché il direttore se voleva ti mandava in galera o ti mandava alla guerra, se te mancavi due giorni al lavoro c’era un Capitano Trobia che ti diceva: “caro figliolo te domattina vai in Russia, perché se eri richiesto…questo è stabilimento ausiliario e di conseguenza parti”, Questa sorta di ricatto divenne un’imposizione già dall’inverno 1942/1943, quando la Todt iniziò il reclutamento degli operai per condurli a Montalto di Castro ove le truppe tedesche cercavano di erigere una linea di difesa. Gli operai che volevano sottrarsi ai reclutamenti forzati erano costretti a fuggire dal villaggio ed entrarono dall’autunno del ’43 nelle fila della Resistenza. In questa situazione di tensione vennero a crearsi delle contrapposizioni ancora più marcate fra gli operai e la direzione, vista come l’avversario naturale, tanto più che a fianco del direttore Mori Ubaldini venivano a trovarsi dei collaboratori quali Custer, Ferrari, Boeklin, ingegneri e tecnici schierati con i tedeschi e che divennero repubblicani all’indomani della creazione della Repubblica di Mussolini. E’ quindi naturale che vi fosse tra gli operai un’accesa opposizione ai tedeschi che cresceva con ritmo serrato dopo i racconti dei reduci rientrati dal fronte russo o africano. Tuttavia poco o nulla trapelava fuori dalle gallerie della miniera, se si escludono i più facinorosi, probabilmente le discussioni, i confronti e le esternazioni più imprudenti, avevano luogo laddove la solidarietà e la complicità tra i minatori si esprime ogni giorno: il luogo del lavoro. In famiglia non si parlava di politica, soprattutto con i giovani e i giovanissimi, che erano tenuti all’oscuro di tutto. Dobbiamo rilevare comunque che la direzione era consapevole di avere alle proprie dipendenze operai antifascisti, ma per ragioni comprensibili anche se di puro opportunismo, in una fase di gravi rovesci militari, l’azienda non fece altro che occuparsi dei propri interessi, chiudendo volentieri un occhio, se non entrambi, sulle vicende che vedevano gli operai unirsi idealmente alla Resistenza. Ecco il motivo per il quale tra gli antifascisti e la direzione non vi furono contrasti significativi, almeno nella seconda fase della guerra, mentre cresceva probabilmente l’odio tra i fascisti e gli antifascisti, i primi sentendosi forse sfuggire il terreno sotto ai piedi. Si segnalano tuttavia alcuni momenti di tensione tra gli operai e gli esponenti del fascio del villaggio intorno al 1938, quindi in un’epoca anteriore ai fatti: […] e poi da ragazzetto a quell’epoca io vidi… facevano le feste da ballo, non chiamavano la gente umile, però facevano le feste da ballo tra impiegati e l’ultimo di Carnevale fecero questo Carnevale morto, però in senso politico, almeno i fascisti lo interpretarono in questo senso qui e poi dopo s’è saputo che era proprio in quella direzione. Il carnevale morto voleva dire che uno faceva il morto sopra a una branda e quell’altri lo portavano e poi dietro con le candele….. loro volevano entrare nella sala e questi fascisti glielo impedirono allora lì ci fu una scaramuccia quello che era il principale del fascio della Niccioleta gli dettero un cazzotto lo buttarono in terra gli fecero fa’ sangue dalla bocca (7)…. I quattro operai accusati di aver provocato la zuffa furono condannati a sessanta giorni di prigione. Altri fatti di questo tipo seguirono, come quello del palco al Federale: […] era già iniziata la guerra, doveva venire il federale e allora gli operai avevano costruito un palco come un fornello da miniera, da una parte ci passava il personale e dall’altra il materiale, durante la notte questo palco fu buttato giù e si dette la colpa sempre ai soliti che furono portati dentro, invece pare che siano stati i fascisti a butta’ giù il palco per far ricadere la colpa su quell’altri” (8) Gli stessi Bianciardi e Cassola nel loro libro-inchiesta sulle miniere della Maremma toscana, affermano quanto segue: A Niccioleta si ebbero a più riprese manifestazioni antifasciste, con conseguenti arresti di parecchi operai per periodi più o meno lunghi. Gli anziani erano certo in gran parte antifascisti. E’ da credere invece che la fraseologia pseudorivoluzionaria del fascismo abbia fatto una certa presa sui giovani. Ma è indubbio che subito all’indomani del 25 luglio, le masse si ritrovarono nelle ideologie antifasciste e specialmente in quella comunista come nel loro elemento naturale (9). Il sentimento antifascista che animava gli operai aveva trovato probabilmente una sorta di acquiescenza nel direttore Mori Ubaldini che non operò scelte azzardate, ma si tenne inizialmente in disparte ben sapendo che i suoi operai avevano iniziato a sottrarre materiale esplosivo per donarlo ai partigiani, e successivamente acconsentì, non sappiamo quanto spontaneamente, a rifornire questi ultimi di materiale, vestiario e cibarie. E’ da supporre che anche i fascisti di Niccioleta fossero a conoscenza dei fatti ed è fortemente probabile che ne parlassero tra loro, con la sede del Fascio di Massa e con il Comando di Polizia di Villa Silvana (Pian dei Mucini) dove pare si recassero sovente per intrattenersi a parlare o a cercare qualcosa da mangiare. Gli antifascisti più in vista erano conosciuti non solo dalla direzione ma con certezza anche dal Comando di Pian dei Mucini che aveva una funzione di polizia e dunque di controllo della miniera. Nella relazione rilasciata dal CLN locale ai militari americani sopraggiunti a Niccioleta il 26 di giugno (10), appare evidente che già prima dell’ingresso in Niccioleta della squadra partigiana avvenuto il 9 giugno, e quindi ancor prima della fuga dei fascisti locali presso la Villa Silvana sede del Comando, vi fossero informatori dei tedeschi con l’intento di mettere al corrente il suddetto comando circa l’attività antitedesca svolta da elementi “comunisti” all’interno della miniera e del villaggio. Si legge nella suddetta relazione: […] Durante le prima settimana di giugno, quando ormai apparve evidente che gli alleati sarebbero ben presto arrivati, l’attività dei partigiani si intensificò, creando notevole disturbo alle truppe germaniche. Il 5 giugno 1944 il Capitano SENGEL e il Lt. ARNDT della Feldgendarmerie si stabilirono presso Villa Silvana in Pian di Mucini, vicino a Niccioleta; visitarono a Niccioleta il direttore della società Montecatini, certo Dr. LUCIANO MORI UBALDINI, e gli chiesero i nomi di tutti i minatori che avessero sentimenti anti-tedeschi. Ubaldini rispose loro che nessuno in miniera poteva dirsi di idee anti-tedesche, e che gli operai non avevano mai creato disturbo. Infatti, in miniera mai come allora aveva regnato assoluta tranquillità. Ubaldini venne rilasciato con l’ordine di ripresentarsi il giorno seguente presso il comando tedesco con un interprete locale identificato nella persona dell’ingegnere Valdemar BOEKLIN. Ubaldini si ripresentò . Dopo un vano tentativo di ottenere i nomi dei minatori anti-nazisti, gli ufficiali lo rilasciarono, stavolta con l’ordine di inviare alcuni operai al Comando tedesco. I loro nomi: CICALONI Eugenio, MASTACCHINI Agostino, ROSSI Socrate, FALLERINI Bruno e Pietro, ULIVELLI Primo e Agostino. Gli uomini, per non compromettere il direttore Ubaldini, si presentarono agli ufficiali tedeschi il giorno seguente (11). Il nucleo degli antifascisti più in vista era dunque esiguo, i fratelli Fallerini per giunta non sembra che facessero parte di quel nucleo ma è illusorio pensare che fossero degli isolati o che non avessero un seguito tra i minatori. Gli uomini furono dunque chiamati a comparire il 6 giugno 1944 presso la Gendarmeria di Pian di Mucini dove aveva sede il Comando tedesco. Il direttore prenderà le loro difese ponendosi da questo momento in una situazione assai delicata, in quanto con grande probabilità erano stati proprio i suoi più stretti collaboratori ad aver segnalato ai tedeschi i nomi degli operai. Altri uomini furono identificati come antifascisti il mattino dell’accerchiamento del villaggio in quanto trovati in possesso di oggetti compromettenti, subito interrogati e fucilati, si trattava della famiglia Sargentoni composta dal padre e due figli presso i quali fu rinvenuta una rivoltella (12) ed ancora di Baffetti Rinaldo, Barabissi Bruno e Chigi Antimo, di cui almeno il primo fu individuato in seguito a precise indicazioni dei fascisti locali giacché non gli fu rinvenuto nulla di compromettente. Furono ricercati inoltre gli organizzatori dei turni di guardia che per loro fortuna riuscirono a mettersi in salvo, quali Coppi, Pizzetti, Rotelli, ed altri elementi di spicco che si dovevano occupare di compilare gli elenchi, di custodirli e così via. Al villaggio c’erano anche una decina di famiglie di fede fascista, di cui gli uomini se occupavano spesso il ruolo di sorvegliante o guardia giurata, erano anche semplici minatori, quindi a contatto diretto con gli altri operai. I fascisti di Niccioleta erano certamente a conoscenza dell’attività antifascista svolta in miniera, e non fu difficile per loro dopo averli ospitati e rifocillati presso le proprie abitazioni, orientare i militi del battaglione verso le case dei “comunisti”. In quell’istante, ossia nel momento del contatto tra i fascisti di Niccioleta ed i militi repubblichini che operarono il rastrellamento, accadde quella che potremo definire una spaccatura del microcosmo; la nuova fraternizzazione materializzò al contempo un conflitto che era stato silente per anni ma che era già in atto da qualche tempo, e cioè da quando i fascisti si erano visti sottrarre gli strumenti di un potere tenuto per vent’anni. Quelle stesse famiglie intimorite dall’idea che la fucilazione dei primi sei uomini a Niccioleta avrebbe potuto far riversare su di loro l’odio del villaggio e comunque convinte che ormai si trattava di una scelta di campo, decisero di fuggire con i tedeschi verso il nord. Nel dopoguerra tutti i fascisti furono ricercati dalla giustizia, rintracciati, interrogati e perlopiù prosciolti, tranne Nucciotti e Calabrò, i quali furono rinviati a giudizio quindi condannati a 30 anni dalla Corte d’Appello di Firenze nel 1951 ma che in seguito si trasformò in soli cinque anni di carcere. Con loro fu condannato anche l’unico milite del reparto di Polizia, Luigi Picchianti, identificato da un giovane minatore di Niccioleta. Nucciotti e Calabrò avevano sposato due sorelle provenienti dal Bagnolo, località dell’Amiata, tutti li conoscevano come fascisti facinorosi. Nucciotti si mostrava più ostile nei confronti degli operai antifascisti e dunque evitava ogni frequentazione, mentre in molti affermano che non vi fosse tra l’operaio Calabrò e gli altri operai un odio manifesto, questi ad esempio si recava sovente a caccia con Bernardini Onorato (13) ucciso a Castelnuovo, il quale gli doveva spesso prestare le cartucce, inoltre aveva una figlia con gravi problemi di salute ed in paese avevano fatto per questa bambina una colletta. Probabilmente Calabrò che versava in condizioni economiche non agiate, avvertiva anche un senso di inadeguatezza: lui fedele al regime vive poveramente ed è costretto a fuggire dal villaggio all’arrivo dei partigiani, e altri operai magari antifascisti vivono in condizioni di agiatezza, con diversi membri della famiglia occupati in miniera o allo spaccio aziendale. Supposizioni suggerite da alcuni testimoni durante le interviste, le quali divengono univoche quando parlano di due uomini dalla condotta spesso esecrabile, che all’arrivo dei partigiani a Niccioleta il giorno 9 giugno, fuggono, si recano a Villa Silvana dove c’era un presidio tedesco e danno l’allarme. Rientreranno al villaggio solo la sera prima dell’accerchiamento, dichiarandosi ammalati si ritirano in casa e ne escono solo nel pomeriggio del 13 quindi si apprestano ad abbandonare il villaggio insieme ai tedeschi e ai minatori rastrellati. Calabrò si incontrerà di nuovo nel cinema di Castelnuovo al momento della selezione degli uomini da fucilare. I fatti sono noti, le testimonianze ce li illustrano con meticolosa precisione, ma è impossibile stabilire dopo cinquant’otto anni quali fossero le relazioni, i legami, le vicende personali sulle quali si articolava la vita di un’intera comunità, impossibile scoprire le responsabilità morali di questa strage, impossibile comprendere fino in fondo le motivazioni che hanno sospinto coloro che nei fatti hanno contribuito all’eccidio. Solo attraverso le testimonianze possiamo aprire uno spiraglio su questa carenza di informazioni funzionali di tipo emozionale, narrando queste un vissuto rivelatore di elementi che non possono essere contenuti nelle carte e che sono indispensabili ad una miglior comprensione delle dinamiche sociali e familiari sulle quali un paese vive e si muove. Dalle interviste intanto veniamo a conoscenza di un dato affatto scontato, ossia che gli antifascisti a Niccioleta rappresentavano circa il 50, 60% dell’intera popolazione, che i più in vista venivano da Abbadia San Salvatore, il paese rosso del Monte Amiata e che quasi certamente c’era un gruppo organizzato di antifascisti che rilasciava le tessere del PCI clandestino: TK- Secondo lei quanti comunisti c’erano a Niccioleta tra i minatori? LI-Eh! Parecchi! TK- Mi faccia una percentuale LI- Mah! Non saprei dire una percentuale…. TK- Quante persone ci stavano a Niccioleta? LI- Mille e tante persone…. mah, sicuramente un 50% anche il 60% c’erano, erano comunisti. TK- Anche i più giovani? LI- Sì, anche i giovani. TK- E questo era conosciuto dal direttore? LI- Grosso modo sì, ma mi pare che non influì affatto sulla miniera. TK- Vuol dire che c’era un buon rapporto tra la direzione e gli operai nonostante questi fossero antifascisti? LI- Sì, c’era un buon rapporto[…] (14) Leggiamo le stesse informazioni in un’altra intervista: […] io so che a Niccioleta erano quasi tutti rossi. CG- Anche durante il fascismo? MS- Certo, durante il fascismo perché erano tutta gente che erano andati giù perché il posto quassù non lo trovava, perché non c’era né tessera né niente e erano quasi tutti di quel colore lì, però era una cosa piuttosto clandestina, specialmente noi giovani, noi si seguiva l’era fascista, s’era balilla, avanguardisti e su, su…… noi non si sapeva nulla (15). E ancora: FM- […]perché qui non diciamo tutti, però in gran parte erano antifascisti… CG- Quanti saranno stati gli antifascisti? FM- Mah! Le famiglie contrarie al fascismo erano tante più del 60% senz’altro, ma gli esponenti diciamo quelli più in vista saranno stati una dodicina, vedrai c’era il Barabissi, il Baffetti, il Cicaloni, il Mastacchini il Coppi e il Pizzetti, poi ce n’erano degli altri… (16) Dunque un numero elevato di antifascisti, perlopiù comunisti che potettero manifestare apertamente i propri sentimenti in occasione dell’arresto di Mussolini, il 25 luglio. Allora il fascismo cadde con un’esplosione di esultanza generale, il paese pensò che la guerra stesse per finire, si fece baldoria, i fascisti del villaggio si allontanarono per poi rientrare successivamente, caddero gli stemmi e le effigi di un fascismo che si dileguò incredibilmente “senza un sussulto, senza un fremito, senza un atto di coraggio” come faceva notare incredulo Angelo Tarchi (17). È interessante vedere come all’atteggiamento dimesso dei fascisti all’indomani della destituzione di Mussolini si sia contrapposta durante la ritirata tedesca una reazione di ben diversa natura da parte dei nuovi fascisti repubblicani. La loro determinazione nella partecipazione allo sterminio dei minatori deve farci riflettere sulla cieca abnegazione di questi uomini e donne, essi sapevano che in seguito alla strage avrebbero dovuto abbandonare il villaggio ed il loro lavoro, sapevano di andare incontro ad un destino ignoto e che avrebbero dovuto trascinare con loro anche i figli, eppure non hanno esitato, anzi vi è stato per qualcuno un accanimento singolare, un odio che non poteva altro che covare da molto, molto tempo, probabilmente proprio da quel 25 luglio 1943. 1.1. Dalla caduta del fascismo alla collaborazione con le bande partigiane. I minatori allora sperarono come tutti nella fine del conflitto e si prepararono ad organizzare per il 18 agosto uno sciopero generale che nella zona ebbe luogo contemporaneamente in tutte le miniere della Montecatini: Boccheggiano, Gavorrano, Ribolla, Niccioleta, ecc. Si legge nel memoriale di un partigiano della banda Camicia Rossa: ” Il Piombini Lepanto era un po’ il capo dell’antifascismo del mio paese (Prata nda) a me diciottenne nel pomeriggio di martedi 17 agosto 1943, assegnò il compito di recarmi a Massa Marittima a prendere istruzioni sulle modalità dello sciopero da effettuarsi nelle miniere il giorno dopo.[…] Ad una certa ora andammo in Città Nuova nell’abitazione del Sarcoli, fu lì che per la prima volta udii Radio Londra[…] Oltre a Radio Londra riuscimmo ad intercettare Radio Italia Libera; era questa che ci interessava, infatti fu proprio da qui che venne confermata la notizia della proclamazione dello sciopero per la fine della guerra da farsi il giorno appresso, cioè il 18 agosto. Erano le nove e trenta di sera dopo l’ascolto della radio fu decisa la divulgazione della proclamazione dello sciopero nelle miniere di Niccioleta e Boccheggiano” (18) Lo sciopero riuscì, le miniere si fermarono e gli operai iniziarono una marcia che doveva collegare i diversi pozzi dislocati sul territorio, ma la festa fu interrotta dall’intervento dei Carabinieri e delle Guardie a servizio della Montecatini, fu così aperta un’inchiesta e seguirono degli arresti anche a Niccioleta. Il Capoufficio della miniera ricorda così quello sciopero: “Scioperarono tutti, compreso gli impiegati […] La direzione non fece niente, subì lo sciopero…” (19) Lo sciopero del 18 agosto segna un passo importante nella storia politica del villaggio minerario, infatti dal 25 luglio al 10 di settembre data di ingresso delle truppe germaniche di occupazione sul territorio grossetano la popolazione ebbe modo, a Niccioleta come dovunque, di esternare i propri sentimenti, gli operai più anziani già marcatamente antifascisti pur non istituendo un vero e proprio comitato di liberazione iniziarono a tessere rapporti con le prime bande partigiane che andarono a formarsi in quei giorni sul territorio. Il comune di Massa Marittima vanta infatti il primato di aver assistito alla creazione dei primi gruppi di resistenti del paese, già attivi alla fine del settembre di quell’anno. I minatori di Niccioleta fornivano ai partigiani polvere, detonatori e quanto erano in grado di sottrarre alla miniera, questo senz’altro non era sconosciuto né alla direzione, né alle famiglie di fede fascista, il villaggio era piccolo ed era quindi impossibile nascondere questi contatti con la Resistenza. Niccioleta si trova in un’area che vide formarsi due diverse Brigate partigiane, la III e la XXIII Brigata Garibaldi. I minatori avevano contatti con entrambe le Brigate, sia con la XXIII dal momento in cui si trasferì dal Berigone nei poderi dislocati sulle Carline, sia con la III Brigata “Camicia Rossa” guidata all’inizio da Elvezio Cerboni, poi dal Capitano Chirici . Molti degli operai della Montecatini confluirono nella Camicia Rossa, al punto che il gruppo dei partigiani che fecero irruzione nel villaggio il 9 giugno era costituito prevalentemente da operai di Niccioleta: Checcucci, Cocolli, Zazzeri ecc. Questo ci porta a fare una considerazione sul fatto che ancora una volta il microcosmo appare integro, non c’è un elemento esterno che viene a turbare la pace nel villaggio, si tratta di minatori conosciuti, che conoscono il villaggio, i suoi uomini e la direzione. Certamente si tratta di uomini armati, quindi riconoscibili, ma non vi è tra loro e i promotori dei turni una sostanziale differenza, infatti quando alla sera, alla dipartita dei partigiani, i minatori si muniranno di armi ed inizieranno la guardia armata alla miniera, entreranno sia idealmente che materialmente a far parte dei partigiani combattenti. Di questo non vi fu piena coscienza tra gli uomini di Niccioleta. I giovani operai, poiché a 16, 17 anni si entrava in miniera, conoscevano poco degli orientamenti politici degli adulti, e quando li conoscevano non avevano la capacità di capirne l’essenza, nella maggior parte dei casi non prendevano parte attiva al nascente movimento antifascista, ma si rimettevano alle decisioni degli adulti secondo una logica gerarchica che li vedeva al margine non solo della vita sociale, ma anche economica e produttiva; il loro salario era infatti molto basso. 1.2 I giovani a Niccioleta. Ventitre degli ottantatre uccisi avevano un’età compresa tra i sedici e i venticinque anni, erano nati quindi sotto il fascismo e cresciuti tra le parate e le divise, erano stati giovani italiani, balilla, avanguardisti e così via, sentivano parlare di politica soltanto in miniera, conoscevano a malapena le vicende degli anni venti, di quando lo squadrismo insanguinava la Maremma. Solitamente non si interessavano alla politica e non avevano potuto partecipare alle lotte contro il Bedeaux, sui temi del lavoro, sulla retribuzione, sulle precarie condizioni di salute in cui molti di loro versavano, sapevano poco di antifascismo o di comunismo. Vedevano scaramucce, provocazioni ed intuivano che non tutti erano favorevoli al regime. Qualcuno come Ado Sargentoni, nonostante la giovane età si era già schierato apertamente contro il fascismo, altri lo avranno fatto, ma nessuno degli intervistati racconta di essersi confrontato con il padre o con gli altri fratelli, nessuno afferma di aver sentito parlare di politica gli adulti, erano più che altro percezioni. Vista la divisione gerarchica del villaggio, accadeva che i figli degli operai si frequentassero tra loro, così come i figli degli impiegati e così via, la divisione tra i giovani era dunque di classe, ma non politica, accadeva così che il figlio maggiore di Calabrò aderente alla Repubblica Sociale facesse la corte alla figlia di Vicarelli Ugo, fucilato a Castelnuovo, antifascista e fratello di un comunista che non mascherava, al dire della nipote, le sue tendenze politiche. E’ evidente dunque che tra i giovani non vi era alcun dissenso, alcun contrasto, alcuna consapevolezza che quella guerra opponesse ferocemente fascisti e antifascisti: […]perché credetemi alla Niccioleta non c’era stato mai, mai niente! Niente che poteva …anche fra noi…. l’odio, la cattiveria, niente! Non c’era stato assolutamente niente (20). La vita a Niccioleta per questi giovani scorreva senza grandi turbamenti e se consideriamo come una parentesi gli scioperi dell’agosto 1943, possiamo dire che nulla accadde di rilevante durante l’occupazione fino al giugno, mese del tragico epilogo. I giovani erano cresciuti in un ambiente in cui sebbene il lavoro fosse duro per tutti, vi si conduceva una vita decorosa, vi era un dopolavoro, una sala da ballo, un cinema, quindi momenti di svago. Alla fine delle dure giornate di lavoro, o alla domenica, l’entusiasmo giovanile, specie nei celibi, si orientava verso altri soggetti ben diversi dalla politica, è naturale che essi fossero perlopiù estranei all’attività antifascista perseguita dagli “anziani”, è altrettanto naturale che si frequentassero senza stare a guardare gli orientamenti politici delle rispettive famiglie di provenienza. Nei quattro giorni, dal 9 al 13 giugno, che videro l’arrivo dei partigiani a Niccioleta, l’organizzazione dei turni di guardia e l’accerchiamento del villaggio, quei giovani escono per la prima volta allo scoperto, accompagnano i partigiani mentre si recano alle case dei fascisti, bruciano le camice nere, intimano ai fascisti di non uscire di casa, impugnano delle armi, partecipano ai turni, cantano le canzoni dei ribelli. Pensano che la guerra sia finita, giocano alla vittoria facile, partecipano insomma all’ottimismo generale del villaggio, mentre gli antifascisti più anziani preparano le note dei turni di guardia al villaggio e alla miniera. I giovani cadono in una trappola che non era almeno intenzionalmente, tesa per loro. Il conflitto che vede i due antagonisti politici a confronto, all’inizio riguarda soltanto la generazione degli “anziani”, anche se usare questo termine per uomini appena quarantenni oggi ci fa sorridere, i più giovani ne erano pressoché fuori. Chi aveva fatto la sua scelta di resistente si trovava alla macchia già da mesi, chi rimase invece accettò di giocare una partita assai pericolosa, nella totale inconsapevolezza. La domanda che tutti si pongono su questo massacro è perché almeno i più giovani non abbiano cercato di mettersi in salvo. Una delle risposte l’abbiamo forse data e sta nella totale fiducia di quegli uomini verso un’ideale astratto di giustizia: chi sa di essere innocente non fugge, pensa di non aver nulla da temere e crede fermamente di dover agire nella più completa onestà di intenti per non incrinare minimamente quel velo di innocenza che rimane, nei momenti difficili, l’unico appiglio alla salvezza. Dunque nessuno poté davvero credere di essere ucciso poiché non vi erano ragioni sufficienti per giustificare tale esito, neppure per coloro che si erano lasciati prendere dall’euforia all’arrivo in paese dei partigiani ed avevano cantato l’internazionale o bruciato in piazza i vessilli neri del fascismo. Nessuno si aspettava una risposta tanto feroce ad atti certamente oltraggiosi per le famiglie dei fascisti ma in fondo di modesta entità, ammesso che tra azione e reazione vi sia stato un reale nesso di causa ed effetto. La miniera era chiusa da giorni, si attendeva la fine della guerra, l’euforia era grande, gli operai erano incontenibili, ma anche gli impiegati, persino il figlio del direttore Ubaldini partecipava ai turni di guardia, e riuscirà a mettersi in salvo proprio grazie al fatto che quella notte lui era di guardia e si accorse dell’arrivo dei tedeschi. Questi giovani di Niccioleta decisero così di mettersi in gioco, alcuni seguendo le orme dei padri degli zii o dei fratelli più grandi, altri in opposizione alla volontà delle famiglie che li avrebbero voluti più prudenti. L’atteggiamento sconsiderato degli uomini di Niccioleta che lasciarono fuggire i fascisti senza minimamente preoccuparsene, si basava essenzialmente sulla totale fiducia che essi riponevano nel movimento partigiano, ormai si pensava che il territorio fosse pienamente sotto il controllo della Resistenza, nessuno poteva immaginare che si stesse preparando il peggio. La selezione nel cinema di Castelnuovo seguì perlopiù la legge tedesca di guerra per cui i giovani dai 17 ai 26 anni che non figuravano nelle note dei turni di guardia furono deportati nei campi di concentramento in Germania e costretti al lavoro coatto fino alla fine della guerra. Se le note rinvenute in una busta gialla nella caserma dei carabinieri, siano state manipolate, noi non possiamo saperlo, sappiamo che alcuni giovani che fecero i turni non furono chiamati all’appello e quindi ebbero salva la vita, mentre altri che i turni non li avevano fatti furono inviati nel gruppo destinato alla fucilazione. Chi si trovò a udire il proprio nome tratto dalle liste non ebbe scampo, gli anziani, tra cui molti padri dei giovani fucilati furono rimandati a casa sotto minaccia di venire anche loro uccisi se a Niccioleta fossero avvenuti altri atti contrari al nazismo. Noi crediamo che ritornare a casa dopo aver lasciato i propri figli morti lì a Castelnuovo, senza neppure sapere dove, immaginando come, sia stato un enorme dolore per quegli uomini. Purtroppo non abbiamo potuto raccogliere le loro testimonianze, nessuno di loro è sopravvissuto così a lungo, ma durante il periodo in cui ci siamo avvicinati ai familiari delle vittime per raccogliere le interviste, abbiamo potuto scorgere nel ricordo di molti una sorta di inquietudine, di turbamento profondo che il dolore non è riuscito ad assorbire, e senza dubbio questa tensione fu più marcata nella Niccioleta del dopoguerra, quando l’attribuzione dell’intera responsabilità ai fascisti del paese non poteva e non poté di fatto affievolire un dolore che nasceva da dentro e che io credo sia rimasto “dentro” per tutti questi anni. Un ricordo lacerante dunque, che il passaggio generazionale modifica, almeno sul piano emotivo. Restano per i familiari i ricordi dei padri, dei coniugi e dei fratelli morti senza un motivo apparente, o per ragioni che possono loro apparire imperscrutabili, così come spesso appare la natura umana, ma rimane il senso di una colpa mai espiata, una responsabilità che anche se in misura diversa, grava su più soggetti.. Niccioleta resta dunque a mio avviso un fatto di guerra assai atipico, per la compresenza di fatti fortuitamente coincidenti, per l’assoluta imprevedibilità del tragico epilogo, per i diversi gradi di responsabilità che non hanno impedito comunque l’elaborazione di un lutto condiviso e per l’impegno unitario dei familiari affinché si celebrasse il processo, infine per il silenzio che è calato sulla strage, sepolta anch’essa come le vittime sotto il macigno di Marzabotto o di Sant’Anna, quasi gli unici massacri riconosciuti dai mezzi di informazione. I familiari delle vittime avvertono questo distacco, questo silenzio angosciante e lo sentono come un’ulteriore prevaricazione. L’aver subito una sentenza iniqua ad un processo che si era tenacemente perseguito e in cui si era creduto, ha probabilmente chiuso per loro e soprattutto per quei padri che ritornarono a casa ogni porta alla speranza di una giustizia giusta. 2. La comunità di Castelnuovo Val di Cecina, luogo dell’eccidio. Il massacro è avvenuto a Castelnuovo Val di Cecina, nei pressi della zona boracifera, ove un tempo si sfruttavano i lagoni, in un luogo che certamente era stato individuato in precedenza e ritenuto ideale a quello scopo. Una sorta di declivio roccioso a forma semicircolare nei pressi della centrale geotermoelettrica, fuori dal paese; sassi fumanti di vapore endogeno, nell’aria il rumore assordante dei soffioni lasciati aperti, dato che in quei giorni la centrale non era funzionante, tutt’intorno campi di grano e nei pressi almeno due poderi abbastanza vicini: Le Bertole e Collina, dai quali si poteva vedere e fu visto infatti operarsi il massacro. Il paese crescendo ha inglobato nel suo ventre il vallino ove sono caduti i minatori che è divenuto sede elettiva della memoria, parte delle sue radici, come se il paese e il luogo della strage non potessero più vivere separatamente l’uno dall’altro. La cerimonia che si tiene annualmente da più di mezzo secolo il 14 giugno, giorno dell’eccidio, è una cerimonia breve, ma sentita da tutti, è un rituale che si ripete ogni anno: un autobus che parte da Massa Marittima, fa sosta a Niccioleta, raccoglie i familiari delle vittime e giunge a Castelnuovo nel primo pomeriggio. Il ritrovarsi davanti al Cippo dei caduti che oggi è circondato da un boschetto di sempreverdi ed ha perduto la sua immagine di luogo infernale quale sarà sembrato ai familiari delle vittime cinquant’otto anni fa, significa soprattutto ostinarsi a non disperdere la memoria, quello è un luogo ove il fatto di ritrovare ogni anno facce note non provoca delusione, ma al contrario dà un piacevole senso di protezione e di condivisione. Per quale motivo i minatori di Niccioleta furono trasportati proprio a Castelnuovo, è cosa nota: proprio in questo paese, il 10 giugno, si era stanziato il comando del battaglione di polizia che aveva operato a Niccioleta il rastrellamento. E’ interessante a questo punto tracciare un parallelo tra le operazioni di accerchiamento e rastrellamento avvenute a Niccioleta il 13 giugno e quelle operate a Castelnuovo e a Monterotondo Marittimo il 10 giugno dallo stesso battaglione, ed è necessario a tal fine cercare di ricostruire tutti gli eventi significativi di quei giorni e di seguire gli spostamenti del battaglione, anche se non sappiamo esattamente quale fosse il motivo originario della sua comparsa a Castelnuovo. Sappiamo che a San Sepolcro (21) dove stanziava, aveva ricevuto un dispaccio allarmante circa l’attività partigiana intorno a Castelnuovo, notizie infondate di centinaia di partigiani che si sarebbero installati nel paese con gravissime perdite da parte repubblichina. Le notizie confondono, come vedremo, fatti a località diverse. (22) A Castelnuovo la XXIII Brigata fece la sua prima comparsa il 7 di giugno, un esiguo numero di partigiani entrò nel paese durante la notte e prese possesso delle armi trovate nella caserma della Guardia Repubblicana che era riuscita a dileguarsi. Non vi è fra la popolazione un ricordo preciso di questo episodio, nonostante sia stato un episodio di una certa gravità, i partigiani infatti non si limitarono ad entrare nella sede del fascio ed a prelevare le armi, ma prelevarono anche il giovane fascista Pietro Palmerini, impiegato comunale, che stava rientrando da Pisa con la corriera. Cirano Fiornovelli, un collega del Palmerini, ricorda così quell’episodio: […]Come mai è stato ammazzato questo io non l’ho mai saputo, però non credo che il Palmerini sia andato a Pisa a chiamare le SS, lo escludo nel modo più assoluto…..Il Palmerini era un bravo ragazzo, io l’ ho conosciuto in Comune e ti dico che era talmente ligio all’idea che lui pativa anche la fame, spesso mangiava qualche fico secco la mattina per colazione” TK-Ma lui dove lo hanno preso, tu lo sai? Stava rientrando da Pisa?” FC-Sì, stava rientrando con la Sadac, sai cos’era la Sadac? Era la Società Anonima Dettaglianti Acquisti Collettivi, distribuiva i generi alimentari, insomma rientrava da Pisa e secondo le voci sembra che a lui appena sceso si presentò una pattuglia e gli chiese i documenti e lui sembra che gli abbia esibito la tessera del fascio repubblichino, al che loro pare che gli abbiano detto – giovanotto avete un bel coraggio- sembra, se sarà vero io non lo so. (23) Il Palmerini fu portato in Carlina, sede della XXIII Brigata Garibaldi e giustiziato, di lui sappiamo poco, resta qualcosa nei documenti del CLN di Castelnuovo, tra cui una denuncia da parte dell’ impiegato Tito Bisogni nei confronti del Segretario comunale Lucacchini Mario e della moglie, impiegata all’Ufficio Annonario Tina Paiotti. Il Bisogni riporta infatti nella sua denuncia di aver sentito parlare la Paiotti circa la scomparsa del Palmerini, e di aver invocato l’arrivo delle SS a Castelnuovo. Il Signor Lucacchini rispondendo gentilmente ad una mia lettera afferma di essere stato alquanto sorpreso dalla denuncia del Bisogni, che egli aveva fatto personalmente assumere e dal quale non si si sarebbe mai aspettato una tale azione, “un’azione che comunque non diede luogo a procedere in quanto del tutto infondata e assurda”. Lucacchini aggiunge inoltre che a parer suo l’arrivo delle SS a Castelnuovo fu del tutto casuale e così il raggiungimento da parte degli stessi del villaggio di Niccioleta. Un altro episodio avvenuto in quei giorni, e forse degno di rilievo è l’arrivo a Castelnuovo di un camion tedesco con a bordo due militari di cui un sergente, i due restarono alcuni giorni in paese attribuendone il motivo ad un guasto del mezzo. Questo episodio è riportato tra gli altri dal dott. Giulio Bigazzi, allora appena diciottenne, il quale dichiara in una sua intervista di aver notato in paese questi due tedeschi aggirarsi con fare sospetto, addirittura lui tende ad attribuire la propria cattura avvenuta durante il rastrellamento del 10 a causa di un discorso fatto per strada in cui lui prefigurava la sconfitta dell’esercito nazista, il soldato che si aggirava nelle vicinanze non agì immediatamente, ma Bigazzi si rese conto di essere stato ascoltato: sarà uno dei quattro giovani di Castelnuovo arrestati per essere inviati in Germania. Bigazzi riuscirà poi a mettersi in salvo eludendo la sorveglianza e fuggendo a Rocca San Casciano durante una sosta. Lo stesso Cirano Fiornovelli ricorda perfettamente il sergente tedesco: […] Insomma io rientrai in Comune, entrai in quegli uffici, mi vide un sergente, non mi disse nulla perché lui mi aveva già visto nei giorni precedenti in ufficio, perché lui era un sottosergente, era arrivato giorni prima a Castelnuovo, se era arrivato come spia o come….lui disse che gli si era guastato un camion . TK-Parlava italiano? FC-Si faceva capire abbastanza bene, lui veniva su in Comune e diceva -sono stato al bar… io avere capito che là- e indicava le Carline- esserci partigiani, io fare venire SS, e sembra che lo abbiano visto qualche giorno prima montare sopra la linea telefonica per fare l’allacciamento… Dunque non si può escludere che sia stato il sergente tedesco ad informare il battaglione sui partigiani accampati sulle colline dirimpetto al paese, è famoso l’aneddoto secondo il quale quando i tedeschi chiedevano agli abitanti del paese quanti partigiani ci fossero in Carlina, i paesani esagerassero ingigantendone il numero – Ci sono mille partigiani- e i tedeschi sardonici -mille mosche a volare! Certo è che a Castelnuovo i fascisti locali iniziarono ad inquietarsi dopo la scomparsa di Palmerini, e certamente avrebbero gradito per la loro stessa incolumità una protezione maggiore, ma non abbiamo alcuna prova che abbiano fatto pressioni sul battaglione al fine di un suo intervento. 2.1. L’arrivo del III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien a Castelnuovo: tre operazioni di rastrellamento a confronto. Sappiamo con una certa sicurezza che il III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien era partito da San Sepolcro il 9 di giugno al mattino o nel primo pomeriggio, per giungere a Castelnuovo all’alba del 10 giugno. Il paese si trovava nella calma più assoluta, anche se in quel momento un gruppo di partigiani che stava cercando di prendere possesso dell’ammasso della biada al consorzio agrario, accortosi dei camion tedeschi in avvicinamento riusciva a lasciare il paese senza essere notato. Come sappiamo nel primo pomeriggio di quello stesso 9 giugno ebbe luogo l’occupazione di Niccioleta da parte di un’esigua squadra di partigiani della III Brigata, che liberò il paese dal controllo della guardia repubblicana e affidò l’ordine pubblico nelle mani di un comitato improntato dagli stessi minatori. Oggi possiamo dire con assoluta certezza che l’arrivo al paese dei partigiani della III Brigata Banda “Camicia Rossa”, non fu la causa diretta dell’invio del battaglione di polizia nella zona, questo infatti non poteva sapere di quanto sarebbe avvenuto qualche ora più tardi a Niccioleta, può averlo però saputo durante la permanenza a Castelnuovo e anche se non potremmo mai appurare con assoluta certezza questa eventualità, a me pare un’eventualità largamente probabile. Nella notte tra il 9 e il 10 giugno si ebbe un’altra azione importante presso Suvereto, località distante oggi una quarantina di chilometri da Castelnuovo, ma che all’epoca dovevano essere molti di più, distanza dunque rilevante visti gli scarsi collegamenti, tuttavia l’azione di Suvereto può aver svolto un suo ruolo nella vicenda. Il GAP di Suvereto compì infatti un’azione eclatante presso la caserma della G.N.R di Suvereto, i quattordici militi sorpresi nel sonno non reagirono, furono così prelevati portati al comando e dopo processo sommario, giustiziati. (24) Al fatto seguirono comprensibili polemiche, il CLN di Piombino sembrava non aver approvato l’esecuzione, il GAP rispose alle critiche con supponenza, cercando comunque di controllare tutti gli spostamenti dei reparti nazifascisti intorno al paese onde evitare rappresaglie minacciate dal fascio repubblicano del capoluogo, ma di reazioni vere e proprie non ve ne furono, visto le gravi difficoltà e l’isolamento in cui si trovavano i comandi repubblicani in quei giorni. L’azione compiuta contro la Guardia Repubblicana non rimase sconosciuta agli Alti Comandi Tedeschi che però confusero i nomi delle località come vedremo dal dispaccio del comando territoriale del generale Toussaint, il quale: […] nel riassumere l’attività partigiana dei primi giorni di giugno, oltre ad informare di un „forte aumento dell’attività delle bande” nel territorio appenninico tra Modena, Pistoia e Volterra, comunicava che nella Toscana meridionale forti bande avevano attaccato diverse località, infliggendo perdite alle truppe tedesche e italiane. Castelnuovo Val di Cecina sarebbe stata occupata da una formazione partigiana forte di 800 uomini, che avrebbe ucciso due italiani e sequestrato 15 militi della GNR. Pomarance, invece, risultava occupata da 400 partigiani (25). Tali azioni si sarebbero svolte l’8 di giugno mentre noi sappiamo con certezza che i fatti di Suvereto confusi con quelli di Castelnuovo avvennero nella notte tra il 9 e il 10 di giugno, ossia dopo la partenza del battaglione da San Seplocro, è evidente che il rapporto tedesco fu compilato in data successiva ai fatti, e in quel momento si sarà verificato l’errore di trascrizione, e comunque per quanto l’azione contro la Guardia Repubblicana possa aver aggravato il giudizio del comandante sul controllo territoriale delle bande, non può essere per la concomitanza dei fatti, motivo primario dello spostamento del battaglione su Castelnuovo. Un’altra azione importante avveniva in quella stessa notte del 9 giugno a Monterotondo Marittimo, anche in questa località un gruppo sostanzioso di partigiani della III Brigata fece il suo ingresso in paese disarmò i soldati della Guardia Repubblicana si apprestò ad aprire il Consorzio Agrario ed a distribuire le scorte alla popolazione; operazione quest’ultima impedita dal sopraggiungere di una colonna corazzata tedesca che all’alba riuscì a portarsi in contatto con il paese e con gli avamposti partigiani. I partigiani riuscirono a resistere per alcune ore permettendo alla popolazione di evacuare il paese e nel primo pomeriggio iniziarono il ripiegamento. Caddero in quest’azione cinque partigiani, molti furono feriti, ma anche tra le fila tedesche vi furono numerose perdite. Ricostruendo la storia del III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien abbiamo potuto appurare che la colonna motocorazzata che ebbe il combattimento a Monterotondo apparteneva allo stesso battaglione. E’ presumibile dunque che le operazioni di Castelnuovo e Monterotondo fossero state precedentemente pianificate, quindi attuate all’alba del 10 di giugno, e che nulla sapesse il comandante del battaglione, capitano Kruger, circa le operazioni partigiane in corso. Di rilievo a questo punto è da ritenersi il comportamento tenuto dall’ufficiale tedesco al suo ingresso nel paese di Monterotondo dopo che i partigiani si furono ritirati, infatti non vi fu nessuna reazione contro la popolazione che comunque constava di poche persone perlopiù anziane, alla quale fu rivolto un semplice discorso ammonitore. In qualche misura fu riconosciuta agli abitanti l’estraneità ai fatti avvenuti poche ore prima, non sappiamo con certezza se l’ufficiale che pronunciò il discorso fosse il tenente Blok, l’aiutante maggiore del comandante che operò il rastrellamento a Niccioleta, o il suo comandante Capitano Kruger o uno degli altri ufficiali posti al comando delle quattro compagnie che costituivano il III Bataillon, certamente si trattava di un ufficiale che stava applicando direttive precise in un’operazione pianificata di controllo del territorio. Il fatto che forse giocò un ruolo determinante nel rastrellamento di Monterotondo, furono le camice rosse cucite dalla popolazione monterotondina e distribuite ai partigiani al loro arrivo (26), queste infatti permisero il riconoscimento dei partigiani da parte delle truppe tedesche. Sappiamo quanto fosse importante per l’esercito tedesco l’identificazione del nemico; spesso nei processi celebrati nel dopoguerra i comandanti tedeschi richiamarono l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che i partigiani costituissero in realtà bande illegali, proprio per la loro non riconoscibilità. Così un comandante tedesco giudica la Resistenza italiana: [….] l’attività dei partigiani deve essere considerata come un’attività totalmente illegale: essi non combatterono sotto i loro veri colori o come un esercito di liberazione equipaggiato di una insegna riconoscibile, ma fecero uso di tutti gli artifici della organizzazione segreta e cospiratrice, e perseguirono i loro fini illeciti attraverso mezzi criminali. (27) Nella battaglia di Monterotondo i partigiani vennero individuati e questo con grande probabilità salvò la vita al resto della popolazione. Sappiamo quanto queste osservazioni siano poco significative sullo sfondo di massacri indiscriminati dove insieme ai partigiani furono sterminati interi nuclei familiari, se non intere comunità. Le operazioni tedesche contro le bande in zone di particolare interesse militare infatti sono tristemente note per l’effetto distruttivo rivolto contro interi paesi: case bruciate, villaggi rasi al suolo, civili trucidati in esecuzioni di massa. Questo non può comunque farci pensare che la zona di cui stiamo parlando, a cavallo fra le tre province di Pisa, Siena e Grosseto fosse priva di interesse per la campagna militare. La SS 439 era una strada di collegamento importante su cui ripiegavano in particolare le truppe tedesche che si ritiravano dall’Amiata, ed era certamente meno battuta dagli aerei alleati che non davano tregua ai rifornimenti delle truppe al fronte. Dunque se non possiamo considerare l’area di riferimento come una zona di operazioni di particolare importanza, era comunque una via di comunicazione necessaria per i rifornimenti e utile alla rapida ritirata, per questo dobbiamo ritenere che dovesse essere mantenuta sgombra dalle azioni partigiane di disturbo. In una comunicazione per l’OKW, il maresciallo Kesselring definiva la situazione venuta a crearsi nella Toscana meridionale nei seguenti termini: “Dopo l’appello del generale Alexander l’attività delle bande ha avuto uno straordinario rafforzamento. Numerosi ponti distrutti lungo le principali vie di comunicazione e agguati alle colonne di vettovagliamento mettono in pericolo i rifornimenti. Ag
  5. Elenco testimonianze IL CORO DI VOCI SOLE Raccolta di testimonianze orali sulla strage dei minatori della Niccioleta, 13-14 giugno 1944. A cura di Katia Taddei Premessa La raccolta di interviste presentata in questo volume è stata iniziata negli ultimi anni ’90 dalla sottoscritta, nel tentativo di reperire il maggior numero possibile di fonti orali necessarie alla ricostruzione storica dell’eccidio di Niccioleta ad opera del Prof. Paolo Pezzino dell’Università di Pisa, con il quale ho lungamente e strettamente collaborato. Stralci delle interviste sono state quindi utilizzati dall’autore nel suo lavoro dal titolo Storie di guerra civile, l’eccidio di Niccioleta, edito da Il Mulino Ricerca, Bologna, 2001, un lavoro meritorio di ricostruzione elaborata e circostanziata ove vengono scandagliate tutte le possibili risposte alla domanda di verità storica sulle responsabilità di questo efferato eccidio. Alcune delle interviste sono state raccolte dallo stesso Pezzino e da Giovanni Contini Bonaccorsi anch’egli autore di alcuni lavori sulle stragi naziste avvenute in Toscana, ed entrambi ringrazio sentitamente per averle gentilmente concesse ai fini della presente pubblicazione. Per poter raccogliere le testimonianze abbiamo dovuto prendere contatto con numerosi familiari delle vittime, è opportuno ringraziarli e non ci stancheremo mai di farlo perché la loro collaborazione è stata di grande importanza, così come ringraziamo tutti coloro che hanno voluto prestarsi all’intervista per la disponibilità mostrata e per la gentilezza con cui ci hanno accolto. Ciò che mi ha personalmente colpito è stata la pacatezza con cui si sono ricordati tanti particolari angosciosi, le lunghe pause, i silenzi, e nessuna voglia di vendetta, ma neppure distacco od oblio da parte dei nostri testimoni, che parlano sommessamente e ricordano con dignitoso dolore. Chi volesse trovare in questa raccolta una ricostruzione definitiva della strage dovrà constatare che non è questa l’intenzione di chi l’ha curata. Sulla vicenda della Niccioleta è appena uscito un saggio poc’anzi citato che aprirà forse agli storici un sentiero da battere in più direzioni. Le fonti a disposizione sono quelle, ma non è detto che non ve ne siano altre di nascoste o di insabbiate, appare assai strano infatti che al processo non siano stati ricercati i responsabili tedeschi, mentre si conoscevano in maniera circostanziata nomi, riferimenti e denominazione del battaglione. Le fonti orali avrebbero potuto essere anche più folte, non c’è dubbio, ma per motivi di spazio abbiamo dovuto selezionarne solo alcune. Ciò di cui siamo realmente dispiaciuti in realtà è di non avere la testimonianza di chi non ha voluto parlarci, alcuni dei militi che parteciparono a quell’azione sono conosciuti ed è stato chiesto loro, purtroppo senza esito, di rilasciarci un’intervista. Sarebbe stato indubbiamente importante, infatti sapere a quali ordini stava rispondendo il tenente che diresse l’azione, cosa sarebbe potuto accadere se a Niccioleta non fossero state trovate le note dei turni di guardia, se i fascisti di Niccioleta abbiano realmente chiamato il battaglione al villaggio o se invece la sua venuta sia stato solo il frutto di terribili coincidenze. Purtroppo non possiamo rispondere a questi interrogativi con certezza assoluta, ma soltanto con interpretazioni personali e parziali anche se un processo c’è stato e dei colpevoli sono stati individuati. Avere dedicato al massacro dei minatori di Niccioleta lunghi anni di studio e di ricerca, mi ha portato ad avere un quadro dai lineamenti tutto sommato definiti, non privo di contrasti, con luci ed ombre diffuse e punteggiato di particolari. Difficile dire se ritragga fedelmente il quadro reale, è questo un augurio vivo che io per prima mi faccio, ma ciò che è davvero importante più dell’insieme, sono i dettagli emersi durante le interviste e l’essere riusciti a coglierne qualcuno, a mostrarne i lati oscuri, dimenticati o mai svelati è per me motivo di grande soddisfazione. Il ruolo da me svolto nella ricerca sulla strage è stato relegato soltanto al reperimento delle interviste. Questo impegno inizia nel lontano 1994 , quando nel cinquantesimo anniversario della Liberazione mi viene affidato dalle forze democratiche del mio paese e dall’Amministrazione comunale, il compito di produrre un video (1) sui maggiori fatti che hanno interessato il nostro territorio durante l’anno di guerra 1944. Il video è seguito dall’incontro con Paolo Pezzino e dalla collaborazione con lo stesso e con Michele Battini alla ricerca di fonti inedite presso il Public Record Office di Londra, tradotte dalla sottoscritta quindi pubblicate nel volume Guerra ai civili di Battini, Pezzino, Saggi Marsilio, 1997. Purtroppo quella ricerca si rivelò infruttuosa per l’episodio di Niccioleta infatti poco o nulla fu ritrovato in quella occasione e soprattutto mancavano le carte processuali, poi rinvenute fortuitamente presso il tribunale di Firenze. Da questo ritrovamento nasce il progetto di una ricostruzione definitiva della strage, progetto che si è appena concluso e che ha prodotto le interviste qui integralmente pubblicate. Ovviamente nella ricerca è stato determinante il ruolo svolto dai testimoni, che ringraziamo sentitamente per la loro disponibilità a riaprire per noi una pagina di dolorosi ricordi. Le interviste che abbiamo raccolto e poi selezionato per questo studio sono state di una importanza vitale, senza gli occhi di chi ha veduto e vissuto quei momenti noi non avremmo fatto altro che affidarci alle carte, che per quanto importanti sarebbero state comunque insufficienti ad una ricostruzione circostanziata dei fatti. Come vedremo nella presentazione, gli elementi compresenti alla strage sono stati molteplici e per avere il quadro più dettagliato che sia possibile abbiamo dovuto considerarli tutti, ecco perché le nostre interviste non sono state indirizzate soltanto ai familiari più stretti delle vittime, ma anche ai partigiani e ad alcuni dei testimoni del rastrellamento di Castelnuovo. Gli anni trascorsi hanno fatto sì che i testimoni oculari già adulti all’epoca dei fatti siano ormai numericamente assai scarsi, mentre sarebbe stato certamente importante averli potuti ascoltare e ci riferiamo in particolare ad Emilio Banchi, impiegato della Montecatini che ha tenuto le redini della vicenda processuale, essendo il presidente del Comitato Familiari delle Vittime, oltre che il padre di Eros, una giovane vittima della strage. Il villaggio di Niccioleta ha subìto dopo la morte degli operai un cambiamento profondo, famiglie disgregate, senza salario, senza un domani certo; centinaia di persone dovettero reinventarsi un futuro o comunque videro modificarsi improvvisamente la propria vita. Una testimone ricorda: “S’era 51 vedove e 118 orfani” (2) … Le donne furono senz’altro le più colpite tra i sopravvissuti alla strage. Si trovarono a dover abbandonare il villaggio, le case, con i figli piccoli a loro carico. Chi aveva una famiglia vi fece ritorno, chi non aveva un sostegno adeguato dovette lasciare i figli più piccoli all’Istituto e mandare i più grandi a lavorare anche lontano da casa. Don. Luigi Rossi nella propria intervista parla di centinaia di bambini accolti presso il Rifugio Sant’Anna di Massa Marittima da lui diretto, alcuni vi rimasero a lungo, altri vi dimorarono fintanto che i loro familiari non ebbero trovato una sistemazione appropriata. Il ritorno per molti alla montagna amiatina o agli altri paesi di origine, significava perlopiù il ritorno alla miseria dalla quale si era fuggiti, in qualche modo, approdando a Niccioleta. Le giovani madri che si trovarono da sole con i loro neonati sono state certamente coloro che hanno sofferto di più, sia sul piano affettivo che su quello economico, l’asprezza di una vita sfortunata, vissuta all’insegna della fatica, senza il sostegno del proprio compagno. Ma i padri dei giovani uccisi nel massacro, coloro che furono liberati perché anziani, hanno dovuto soffrire un tormento se vogliamo ancora maggiore, per non essere riusciti ad impedire quella strage, per non aver compreso la gravità di quella che parve loro solo un’iniziativa innocua, quale non fu, quella di proteggere la miniera con le armi, e soprattutto per non aver preso nessuna precauzione per ovviare al pericolo di delazione, nonostante la presenza di aderenti alla Repubblica Sociale nella direzione e tra gli operai. Quei padri che hanno voluto fermamente il processo, pur senza ottenerne un esito soddisfacente, in quanto i colpevoli scontarono soltanto pochi anni, ormai non sono più, ma i bambini di allora chiedono oggi con forza a noi di andare avanti, per capire, per trovare una ragione che essi per lunghi anni non hanno mai smesso di cercare, ma soprattutto perché vi sia diffusione tra i mezzi d’informazione di quanto accadde cinquant’otto anni fa tra queste colline quiete e suggestive. Dare voce alle ragioni di questi morti è quanto ci proponiamo, Niccioleta è una strage dimenticata e forse capire questo silenzio ci aiuterà a proseguire sul cammino della verità. Katia Taddei. Quando il triste vento della sventura ci passa d’accanto, noi, nello smarrimento della bufera, ci guardiamo d’intorno e se vediamo che qualcuno cammina a nostro fianco e cerca di consolare il nostro dolore ci sentiamo assai confortati. Nella triste bufera che ci ha schiantato il cuore, togliendoci d’accanto i nostri più cari, Vi abbiamo saputo vicino a Loro, che morirono […] Dal CLN di Niccioleta al Sindaco, al CLN e alla Popolazione di Castelnuovo Val di Cecina. Miniera di Niccioleta 25 luglio 1944. 1. Niccioleta un villaggio in fermento La strage dei minatori di Niccioleta fu, a mio avviso, un atto estremo di guerra civile nel quale furono coinvolti anche molti giovani e giovanissimi che pur non avendo ancora maturato una compiuta coscienza antifascista si trovarono coinvolti, loro malgrado, in un episodio di Resistenza dai risvolti imprevedibili che li vide insieme agli altri, travolti dagli eventi senza avere la percezione della gravità di quanto stava loro accadendo. La consapevolezza del loro tragico destino gli operai poterono averla solo sull’orlo del vallino nel quale furono uccisi, ed è presumibile che a ciò sia dovuto il mancato tentativo di fuga degli uomini, i quali attesero la loro sorte senza opporre resistenza, illusi dalle false promesse dei militi che li tenevano in ostaggio, convinti che sarebbero stati interrogati e poi rilasciati. Non rientrava nella logica delle cose che avrebbero anche potuto essere uccisi tutti, non potevano supporre allora, che una guerra civile non segue alcuna logica, se non quella della violenza e della sopraffazione. Quando si parla di atto di guerra civile riferendosi alla strage dei minatori si implica ovviamente la “italianità” della vicenda, anche se la strage fu ordinata ed eseguita da un ufficiale tedesco, ma non ci si riferisce tanto ad una situazione politica in fermento creata e vissuta come tale da una comunità e che ebbe come epilogo la strage, bensì ad una sorta di esplosione improvvisa di odi latenti che probabilmente venivano in qualche misura sedati dalla stessa azienda, la quale in quegli anni di grandi sommovimenti politici conduceva la miniera con grande circospezione ed opportunismo. Tale odio aveva certamente una doppia connotazione: odio di classe, che contrapponeva i privilegi delle alte gerarchie al lavoro massacrante degli operai, e odio politico che prevaricava ogni gerarchia in quanto puramente ideale, quell’odio tra fascisti ed antifascisti che non si era mai sopito durante i venti anni di regime, una reminiscenza che può effettivamente essere vista come l’epilogo di un conflitto iniziato già nel 1919-22 (3). Molti dei minatori che giunsero a Niccioleta negli anni ’30 dalle miniere dell’Amiata o dagli altri centri minerari di Boccheggiano, Ribolla e così via, avevano alle spalle un passato di antifascismo e di lotte che in Maremma furono particolarmente aspre, non solo per la presenza degli Agrari che fiancheggiarono ampiamente il fascismo violento delle squadre punitive, ma anche per la presenza di importanti centri minerari, all’epoca vera scuola di socialismo. Chi lasciava la campagna per la miniera non solo non faceva una scelta facile, ma spesso vi era obbligato, perlopiù si trattava di braccianti licenziati per motivi politici; i minatori maremmani hanno una tradizione antica di lotta, come scrive Carlo Cassola in un suo articolo pubblicato su Nuovi Argomenti nel 1954: “In una recente Storia del PCI, quella di Bellini e Galli, i minatori maremmani sono indicati, accanto agli operai di Sesto San Giovanni, fra le più combattive avanguardie del Partito Comunista Italiano. Una prima agitazione contro la Montecatini risale agli anni precedenti la guerra d’Africa” (4) Fu a causa del Bedaux, una tecnica di cronometraggio del lavoro che fu subito rigettata dalle maestranze, ma il motivo reale dell’insurrezione fu la registrazione, da parte degli operai, di un decremento del salario, che vista la crisi, venne sospeso a diverse decine di operai di cui si chiedeva il licenziamento. Dopo il Bedaux vi fu un altro motivo di malcontento e di reazione al fascismo: la guerra. Le idee antifasciste tra gli operai si diffondevano con rapidità. Il villaggio minerario poteva esser definito come una realtà separata, un microcosmo aperto al mondo esterno solo attraverso gli operai pendolari. Qui il fascismo imponeva i suoi rituali ai ragazzi dell’età scolare, ma vista l’alta percentuale di manodopera contraria al regime, non si pretendeva da tutti gli operai un’adesione formale, com’è facile immaginare visto il tipo di lavoro assai carico di rischi qual’era quello del minatore. La Società teneva a bada con il ricatto di licenziamento i più facinorosi, ma non poteva in alcun modo impedire che si formassero tra gli operai idee contrarie al regime, nonostante vi fosse tra i sorveglianti chi aveva il compito di informarsi anche sulla connotazione politica dei dipendenti, quindi di riferire alla direzione della miniera. La Montecatini che segnerà la storia delle miniere maremmane, proprio con la pirite farà la sua fortuna e dalla piccola società qual’ era, sorta a Montecatini Val di Cecina (di cui l’omonimo nome) nel 1888 per lo sfruttamento del rame, divenne nel 1934 un colosso dai 500 milioni di capitale con il possesso della quasi totalità delle miniere grossetane. A Niccioleta si iniziò ad estrarre la pirite nel 1929, anche se sembra vi fosse un altro piccolo pozzo molto più antico detto “Niccioleta vecchia” ma nel 1934 vi fu la scoperta di una seconda grossa lente, una quantità tale da giustificare la costruzione di un villaggio minerario. Giunsero alla miniera operai di tutte le zone limitrofe: Gavorrano, Massa Marittima, Ribolla, Monterotondo e in particolare dal monte Amiata dove le miniere di cinabro, da cui si estraeva il mercurio, attraversavano in quegli anni una profonda crisi, ma vi giunsero anche minatori dalla Sicilia, dalla Calabria, dal Veneto. La Montecatini che all’inizio assicurava gli alloggi soltanto agli operai, i cosiddetti “camerotti”, ormai poteva accettare anche le famiglie. Il villaggio era stato costruito in modo che vi fosse una netta distinzione tra i diversi ceti sociali che lo occupavano: distribuito su tre livelli altimetrici, mostrava in alto la villa del direttore, poco più in basso le abitazioni degli impiegati e dei tecnici infine, di fronte al dopolavoro di inequivocabile stile fascista, intorno ad una piazza squadrata, sorgevano le palazzine degli operai. Le guardie giurate occupavano una casa isolata, posta all’ingresso del paese. Gli appartamenti degli operai erano comunque moderni, forniti di bagno e di stufa a legna, dobbiamo considerare che molti dei nuovi venuti non avevano mai avuto prima i servizi in casa. Nonostante si trattasse di un lavoro estremamente pesante e carico di rischi, un posto di lavoro nella miniera di Niccioleta era considerato un piatto invitante per molti minatori che avevano appena perduto il posto o che magari per dissensi manifesti contro il regime, non riuscivano a trovare un lavoro alternativo. La miniera era ed è certamente il più duro e il più rischioso tra i lavori manuali, il rischio di incidenti e di infermità all’epoca era altissimo: crolli, fuoriuscita di gas come il grisou, per non parlare della silicosi come inevitabile approdo per molti operai costretti a inalare polveri in anni di lavoro, rappresentavano i pericoli maggiori. La Società aveva creato comunque un villaggio ospitale dotato dello spaccio aziendale, una mensa impiegati alla quale si recavano anche gli scapoli, l’ambulatorio, la scuola, la sala da ballo, il cinema e il dopolavoro: […] perché lì a Niccioleta era un villaggio in cui la Società pensava a tutto, c’era lo spaccio, non c’era bisogno di andare in giro neppure a far la spesa, era tutto lì, il lavoro, la casa”(5)….. Questi erano luoghi accessibili a tutti e il clima che si era instaurato in quegli anni era, ma solo apparentemente, di pacifica convivenza. In miniera comunque vigeva una gerarchia precisa. Si legge in una cronaca del dopoguerra circa la vita di miniera: “In tutte le miniere il lavoro è continuativo, con tre turni di otto ore ciascuno. […] Il gruppo minimo estrattivo è la “compagnia”, composta di soli due operai, il minatore e l’aiuto-minatore. Un gruppo di compagnie è sorvegliato da un “caporale (nel gergo di miniera si dice “sorvegliante” Di solito il caporale è un operaio anziano, promosso a quel grado per qualità di provata esperienza. […] L’apparato propriamente direttivo è costituito da un ufficio tecnico composto di un certo numero di capiservizio, tutti ingegneri o periti minerari, con a capo il vicedirettore; e da un ufficio amministrativo, diretto da un capufficio. Il capufficio e il vicedirettore sono subordinati alla maggiore autorità della miniera, il direttore, che soprintende sia al lavoro tecnico che all’amministrazione. Ogni miniera ha anche un certo numero di guardie giurate, reclutate prevalentemente tra gli ex carabinieri. Le guardie hanno il compito della sorveglianza all’interno e all’esterno della miniera. Le guardie della “Montecatini” vestono una divisa nera, con il distintivo della società, piccozza e alambicco (6). Questo il funzionamento della miniera di Niccioleta anche prima dell’inizio della guerra, chi andava a lavorare in miniera veniva immediatamente a conoscenza dell’ordine imposto e doveva adeguarsi, pena il licenziamento. Durante la guerra lo stabilimento fu però dichiarato ausiliario, ciò significava che si era a disposizione dell’esercito, dunque sottoposti al ricatto: o in miniera rigando dritto, o al servizio dei tedeschi nei lavori più disparati: rifacimento di binari, costruzioni delle linee di difesa, ecc. oppure al fronte. Così si afferma in un’intervista: […] siccome lo stabilimento era ausiliario, quelli che lavoravano alla Niccioleta erano tutti militari, capito! Sicché il direttore se voleva ti mandava in galera o ti mandava alla guerra, se te mancavi due giorni al lavoro c’era un Capitano Trobia che ti diceva: “caro figliolo te domattina vai in Russia, perché se eri richiesto…questo è stabilimento ausiliario e di conseguenza parti”, Questa sorta di ricatto divenne un’imposizione già dall’inverno 1942/1943, quando la Todt iniziò il reclutamento degli operai per condurli a Montalto di Castro ove le truppe tedesche cercavano di erigere una linea di difesa. Gli operai che volevano sottrarsi ai reclutamenti forzati erano costretti a fuggire dal villaggio ed entrarono dall’autunno del ’43 nelle fila della Resistenza. In questa situazione di tensione vennero a crearsi delle contrapposizioni ancora più marcate fra gli operai e la direzione, vista come l’avversario naturale, tanto più che a fianco del direttore Mori Ubaldini venivano a trovarsi dei collaboratori quali Custer, Ferrari, Boeklin, ingegneri e tecnici schierati con i tedeschi e che divennero repubblicani all’indomani della creazione della Repubblica di Mussolini. E’ quindi naturale che vi fosse tra gli operai un’accesa opposizione ai tedeschi che cresceva con ritmo serrato dopo i racconti dei reduci rientrati dal fronte russo o africano. Tuttavia poco o nulla trapelava fuori dalle gallerie della miniera, se si escludono i più facinorosi, probabilmente le discussioni, i confronti e le esternazioni più imprudenti, avevano luogo laddove la solidarietà e la complicità tra i minatori si esprime ogni giorno: il luogo del lavoro. In famiglia non si parlava di politica, soprattutto con i giovani e i giovanissimi, che erano tenuti all’oscuro di tutto. Dobbiamo rilevare comunque che la direzione era consapevole di avere alle proprie dipendenze operai antifascisti, ma per ragioni comprensibili anche se di puro opportunismo, in una fase di gravi rovesci militari, l’azienda non fece altro che occuparsi dei propri interessi, chiudendo volentieri un occhio, se non entrambi, sulle vicende che vedevano gli operai unirsi idealmente alla Resistenza. Ecco il motivo per il quale tra gli antifascisti e la direzione non vi furono contrasti significativi, almeno nella seconda fase della guerra, mentre cresceva probabilmente l’odio tra i fascisti e gli antifascisti, i primi sentendosi forse sfuggire il terreno sotto ai piedi. Si segnalano tuttavia alcuni momenti di tensione tra gli operai e gli esponenti del fascio del villaggio intorno al 1938, quindi in un’epoca anteriore ai fatti: […] e poi da ragazzetto a quell’epoca io vidi… facevano le feste da ballo, non chiamavano la gente umile, però facevano le feste da ballo tra impiegati e l’ultimo di Carnevale fecero questo Carnevale morto, però in senso politico, almeno i fascisti lo interpretarono in questo senso qui e poi dopo s’è saputo che era proprio in quella direzione. Il carnevale morto voleva dire che uno faceva il morto sopra a una branda e quell’altri lo portavano e poi dietro con le candele….. loro volevano entrare nella sala e questi fascisti glielo impedirono allora lì ci fu una scaramuccia quello che era il principale del fascio della Niccioleta gli dettero un cazzotto lo buttarono in terra gli fecero fa’ sangue dalla bocca (7)…. I quattro operai accusati di aver provocato la zuffa furono condannati a sessanta giorni di prigione. Altri fatti di questo tipo seguirono, come quello del palco al Federale: […] era già iniziata la guerra, doveva venire il federale e allora gli operai avevano costruito un palco come un fornello da miniera, da una parte ci passava il personale e dall’altra il materiale, durante la notte questo palco fu buttato giù e si dette la colpa sempre ai soliti che furono portati dentro, invece pare che siano stati i fascisti a butta’ giù il palco per far ricadere la colpa su quell’altri” (8) Gli stessi Bianciardi e Cassola nel loro libro-inchiesta sulle miniere della Maremma toscana, affermano quanto segue: A Niccioleta si ebbero a più riprese manifestazioni antifasciste, con conseguenti arresti di parecchi operai per periodi più o meno lunghi. Gli anziani erano certo in gran parte antifascisti. E’ da credere invece che la fraseologia pseudorivoluzionaria del fascismo abbia fatto una certa presa sui giovani. Ma è indubbio che subito all’indomani del 25 luglio, le masse si ritrovarono nelle ideologie antifasciste e specialmente in quella comunista come nel loro elemento naturale (9). Il sentimento antifascista che animava gli operai aveva trovato probabilmente una sorta di acquiescenza nel direttore Mori Ubaldini che non operò scelte azzardate, ma si tenne inizialmente in disparte ben sapendo che i suoi operai avevano iniziato a sottrarre materiale esplosivo per donarlo ai partigiani, e successivamente acconsentì, non sappiamo quanto spontaneamente, a rifornire questi ultimi di materiale, vestiario e cibarie. E’ da supporre che anche i fascisti di Niccioleta fossero a conoscenza dei fatti ed è fortemente probabile che ne parlassero tra loro, con la sede del Fascio di Massa e con il Comando di Polizia di Villa Silvana (Pian dei Mucini) dove pare si recassero sovente per intrattenersi a parlare o a cercare qualcosa da mangiare. Gli antifascisti più in vista erano conosciuti non solo dalla direzione ma con certezza anche dal Comando di Pian dei Mucini che aveva una funzione di polizia e dunque di controllo della miniera. Nella relazione rilasciata dal CLN locale ai militari americani sopraggiunti a Niccioleta il 26 di giugno (10), appare evidente che già prima dell’ingresso in Niccioleta della squadra partigiana avvenuto il 9 giugno, e quindi ancor prima della fuga dei fascisti locali presso la Villa Silvana sede del Comando, vi fossero informatori dei tedeschi con l’intento di mettere al corrente il suddetto comando circa l’attività antitedesca svolta da elementi “comunisti” all’interno della miniera e del villaggio. Si legge nella suddetta relazione: […] Durante le prima settimana di giugno, quando ormai apparve evidente che gli alleati sarebbero ben presto arrivati, l’attività dei partigiani si intensificò, creando notevole disturbo alle truppe germaniche. Il 5 giugno 1944 il Capitano SENGEL e il Lt. ARNDT della Feldgendarmerie si stabilirono presso Villa Silvana in Pian di Mucini, vicino a Niccioleta; visitarono a Niccioleta il direttore della società Montecatini, certo Dr. LUCIANO MORI UBALDINI, e gli chiesero i nomi di tutti i minatori che avessero sentimenti anti-tedeschi. Ubaldini rispose loro che nessuno in miniera poteva dirsi di idee anti-tedesche, e che gli operai non avevano mai creato disturbo. Infatti, in miniera mai come allora aveva regnato assoluta tranquillità. Ubaldini venne rilasciato con l’ordine di ripresentarsi il giorno seguente presso il comando tedesco con un interprete locale identificato nella persona dell’ingegnere Valdemar BOEKLIN. Ubaldini si ripresentò . Dopo un vano tentativo di ottenere i nomi dei minatori anti-nazisti, gli ufficiali lo rilasciarono, stavolta con l’ordine di inviare alcuni operai al Comando tedesco. I loro nomi: CICALONI Eugenio, MASTACCHINI Agostino, ROSSI Socrate, FALLERINI Bruno e Pietro, ULIVELLI Primo e Agostino. Gli uomini, per non compromettere il direttore Ubaldini, si presentarono agli ufficiali tedeschi il giorno seguente (11). Il nucleo degli antifascisti più in vista era dunque esiguo, i fratelli Fallerini per giunta non sembra che facessero parte di quel nucleo ma è illusorio pensare che fossero degli isolati o che non avessero un seguito tra i minatori. Gli uomini furono dunque chiamati a comparire il 6 giugno 1944 presso la Gendarmeria di Pian di Mucini dove aveva sede il Comando tedesco. Il direttore prenderà le loro difese ponendosi da questo momento in una situazione assai delicata, in quanto con grande probabilità erano stati proprio i suoi più stretti collaboratori ad aver segnalato ai tedeschi i nomi degli operai. Altri uomini furono identificati come antifascisti il mattino dell’accerchiamento del villaggio in quanto trovati in possesso di oggetti compromettenti, subito interrogati e fucilati, si trattava della famiglia Sargentoni composta dal padre e due figli presso i quali fu rinvenuta una rivoltella (12) ed ancora di Baffetti Rinaldo, Barabissi Bruno e Chigi Antimo, di cui almeno il primo fu individuato in seguito a precise indicazioni dei fascisti locali giacché non gli fu rinvenuto nulla di compromettente. Furono ricercati inoltre gli organizzatori dei turni di guardia che per loro fortuna riuscirono a mettersi in salvo, quali Coppi, Pizzetti, Rotelli, ed altri elementi di spicco che si dovevano occupare di compilare gli elenchi, di custodirli e così via. Al villaggio c’erano anche una decina di famiglie di fede fascista, di cui gli uomini se occupavano spesso il ruolo di sorvegliante o guardia giurata, erano anche semplici minatori, quindi a contatto diretto con gli altri operai. I fascisti di Niccioleta erano certamente a conoscenza dell’attività antifascista svolta in miniera, e non fu difficile per loro dopo averli ospitati e rifocillati presso le proprie abitazioni, orientare i militi del battaglione verso le case dei “comunisti”. In quell’istante, ossia nel momento del contatto tra i fascisti di Niccioleta ed i militi repubblichini che operarono il rastrellamento, accadde quella che potremo definire una spaccatura del microcosmo; la nuova fraternizzazione materializzò al contempo un conflitto che era stato silente per anni ma che era già in atto da qualche tempo, e cioè da quando i fascisti si erano visti sottrarre gli strumenti di un potere tenuto per vent’anni. Quelle stesse famiglie intimorite dall’idea che la fucilazione dei primi sei uomini a Niccioleta avrebbe potuto far riversare su di loro l’odio del villaggio e comunque convinte che ormai si trattava di una scelta di campo, decisero di fuggire con i tedeschi verso il nord. Nel dopoguerra tutti i fascisti furono ricercati dalla giustizia, rintracciati, interrogati e perlopiù prosciolti, tranne Nucciotti e Calabrò, i quali furono rinviati a giudizio quindi condannati a 30 anni dalla Corte d’Appello di Firenze nel 1951 ma che in seguito si trasformò in soli cinque anni di carcere. Con loro fu condannato anche l’unico milite del reparto di Polizia, Luigi Picchianti, identificato da un giovane minatore di Niccioleta. Nucciotti e Calabrò avevano sposato due sorelle provenienti dal Bagnolo, località dell’Amiata, tutti li conoscevano come fascisti facinorosi. Nucciotti si mostrava più ostile nei confronti degli operai antifascisti e dunque evitava ogni frequentazione, mentre in molti affermano che non vi fosse tra l’operaio Calabrò e gli altri operai un odio manifesto, questi ad esempio si recava sovente a caccia con Bernardini Onorato (13) ucciso a Castelnuovo, il quale gli doveva spesso prestare le cartucce, inoltre aveva una figlia con gravi problemi di salute ed in paese avevano fatto per questa bambina una colletta. Probabilmente Calabrò che versava in condizioni economiche non agiate, avvertiva anche un senso di inadeguatezza: lui fedele al regime vive poveramente ed è costretto a fuggire dal villaggio all’arrivo dei partigiani, e altri operai magari antifascisti vivono in condizioni di agiatezza, con diversi membri della famiglia occupati in miniera o allo spaccio aziendale. Supposizioni suggerite da alcuni testimoni durante le interviste, le quali divengono univoche quando parlano di due uomini dalla condotta spesso esecrabile, che all’arrivo dei partigiani a Niccioleta il giorno 9 giugno, fuggono, si recano a Villa Silvana dove c’era un presidio tedesco e danno l’allarme. Rientreranno al villaggio solo la sera prima dell’accerchiamento, dichiarandosi ammalati si ritirano in casa e ne escono solo nel pomeriggio del 13 quindi si apprestano ad abbandonare il villaggio insieme ai tedeschi e ai minatori rastrellati. Calabrò si incontrerà di nuovo nel cinema di Castelnuovo al momento della selezione degli uomini da fucilare. I fatti sono noti, le testimonianze ce li illustrano con meticolosa precisione, ma è impossibile stabilire dopo cinquant’otto anni quali fossero le relazioni, i legami, le vicende personali sulle quali si articolava la vita di un’intera comunità, impossibile scoprire le responsabilità morali di questa strage, impossibile comprendere fino in fondo le motivazioni che hanno sospinto coloro che nei fatti hanno contribuito all’eccidio. Solo attraverso le testimonianze possiamo aprire uno spiraglio su questa carenza di informazioni funzionali di tipo emozionale, narrando queste un vissuto rivelatore di elementi che non possono essere contenuti nelle carte e che sono indispensabili ad una miglior comprensione delle dinamiche sociali e familiari sulle quali un paese vive e si muove. Dalle interviste intanto veniamo a conoscenza di un dato affatto scontato, ossia che gli antifascisti a Niccioleta rappresentavano circa il 50, 60% dell’intera popolazione, che i più in vista venivano da Abbadia San Salvatore, il paese rosso del Monte Amiata e che quasi certamente c’era un gruppo organizzato di antifascisti che rilasciava le tessere del PCI clandestino: TK- Secondo lei quanti comunisti c’erano a Niccioleta tra i minatori? LI-Eh! Parecchi! TK- Mi faccia una percentuale LI- Mah! Non saprei dire una percentuale…. TK- Quante persone ci stavano a Niccioleta? LI- Mille e tante persone…. mah, sicuramente un 50% anche il 60% c’erano, erano comunisti. TK- Anche i più giovani? LI- Sì, anche i giovani. TK- E questo era conosciuto dal direttore? LI- Grosso modo sì, ma mi pare che non influì affatto sulla miniera. TK- Vuol dire che c’era un buon rapporto tra la direzione e gli operai nonostante questi fossero antifascisti? LI- Sì, c’era un buon rapporto[…] (14) Leggiamo le stesse informazioni in un’altra intervista: […] io so che a Niccioleta erano quasi tutti rossi. CG- Anche durante il fascismo? MS- Certo, durante il fascismo perché erano tutta gente che erano andati giù perché il posto quassù non lo trovava, perché non c’era né tessera né niente e erano quasi tutti di quel colore lì, però era una cosa piuttosto clandestina, specialmente noi giovani, noi si seguiva l’era fascista, s’era balilla, avanguardisti e su, su…… noi non si sapeva nulla (15). E ancora: FM- […]perché qui non diciamo tutti, però in gran parte erano antifascisti… CG- Quanti saranno stati gli antifascisti? FM- Mah! Le famiglie contrarie al fascismo erano tante più del 60% senz’altro, ma gli esponenti diciamo quelli più in vista saranno stati una dodicina, vedrai c’era il Barabissi, il Baffetti, il Cicaloni, il Mastacchini il Coppi e il Pizzetti, poi ce n’erano degli altri… (16) Dunque un numero elevato di antifascisti, perlopiù comunisti che potettero manifestare apertamente i propri sentimenti in occasione dell’arresto di Mussolini, il 25 luglio. Allora il fascismo cadde con un’esplosione di esultanza generale, il paese pensò che la guerra stesse per finire, si fece baldoria, i fascisti del villaggio si allontanarono per poi rientrare successivamente, caddero gli stemmi e le effigi di un fascismo che si dileguò incredibilmente “senza un sussulto, senza un fremito, senza un atto di coraggio” come faceva notare incredulo Angelo Tarchi (17). È interessante vedere come all’atteggiamento dimesso dei fascisti all’indomani della destituzione di Mussolini si sia contrapposta durante la ritirata tedesca una reazione di ben diversa natura da parte dei nuovi fascisti repubblicani. La loro determinazione nella partecipazione allo sterminio dei minatori deve farci riflettere sulla cieca abnegazione di questi uomini e donne, essi sapevano che in seguito alla strage avrebbero dovuto abbandonare il villaggio ed il loro lavoro, sapevano di andare incontro ad un destino ignoto e che avrebbero dovuto trascinare con loro anche i figli, eppure non hanno esitato, anzi vi è stato per qualcuno un accanimento singolare, un odio che non poteva altro che covare da molto, molto tempo, probabilmente proprio da quel 25 luglio 1943. 1.1. Dalla caduta del fascismo alla collaborazione con le bande partigiane. I minatori allora sperarono come tutti nella fine del conflitto e si prepararono ad organizzare per il 18 agosto uno sciopero generale che nella zona ebbe luogo contemporaneamente in tutte le miniere della Montecatini: Boccheggiano, Gavorrano, Ribolla, Niccioleta, ecc. Si legge nel memoriale di un partigiano della banda Camicia Rossa: ” Il Piombini Lepanto era un po’ il capo dell’antifascismo del mio paese (Prata nda) a me diciottenne nel pomeriggio di martedi 17 agosto 1943, assegnò il compito di recarmi a Massa Marittima a prendere istruzioni sulle modalità dello sciopero da effettuarsi nelle miniere il giorno dopo.[…] Ad una certa ora andammo in Città Nuova nell’abitazione del Sarcoli, fu lì che per la prima volta udii Radio Londra[…] Oltre a Radio Londra riuscimmo ad intercettare Radio Italia Libera; era questa che ci interessava, infatti fu proprio da qui che venne confermata la notizia della proclamazione dello sciopero per la fine della guerra da farsi il giorno appresso, cioè il 18 agosto. Erano le nove e trenta di sera dopo l’ascolto della radio fu decisa la divulgazione della proclamazione dello sciopero nelle miniere di Niccioleta e Boccheggiano” (18) Lo sciopero riuscì, le miniere si fermarono e gli operai iniziarono una marcia che doveva collegare i diversi pozzi dislocati sul territorio, ma la festa fu interrotta dall’intervento dei Carabinieri e delle Guardie a servizio della Montecatini, fu così aperta un’inchiesta e seguirono degli arresti anche a Niccioleta. Il Capoufficio della miniera ricorda così quello sciopero: “Scioperarono tutti, compreso gli impiegati […] La direzione non fece niente, subì lo sciopero…” (19) Lo sciopero del 18 agosto segna un passo importante nella storia politica del villaggio minerario, infatti dal 25 luglio al 10 di settembre data di ingresso delle truppe germaniche di occupazione sul territorio grossetano la popolazione ebbe modo, a Niccioleta come dovunque, di esternare i propri sentimenti, gli operai più anziani già marcatamente antifascisti pur non istituendo un vero e proprio comitato di liberazione iniziarono a tessere rapporti con le prime bande partigiane che andarono a formarsi in quei giorni sul territorio. Il comune di Massa Marittima vanta infatti il primato di aver assistito alla creazione dei primi gruppi di resistenti del paese, già attivi alla fine del settembre di quell’anno. I minatori di Niccioleta fornivano ai partigiani polvere, detonatori e quanto erano in grado di sottrarre alla miniera, questo senz’altro non era sconosciuto né alla direzione, né alle famiglie di fede fascista, il villaggio era piccolo ed era quindi impossibile nascondere questi contatti con la Resistenza. Niccioleta si trova in un’area che vide formarsi due diverse Brigate partigiane, la III e la XXIII Brigata Garibaldi. I minatori avevano contatti con entrambe le Brigate, sia con la XXIII dal momento in cui si trasferì dal Berigone nei poderi dislocati sulle Carline, sia con la III Brigata “Camicia Rossa” guidata all’inizio da Elvezio Cerboni, poi dal Capitano Chirici . Molti degli operai della Montecatini confluirono nella Camicia Rossa, al punto che il gruppo dei partigiani che fecero irruzione nel villaggio il 9 giugno era costituito prevalentemente da operai di Niccioleta: Checcucci, Cocolli, Zazzeri ecc. Questo ci porta a fare una considerazione sul fatto che ancora una volta il microcosmo appare integro, non c’è un elemento esterno che viene a turbare la pace nel villaggio, si tratta di minatori conosciuti, che conoscono il villaggio, i suoi uomini e la direzione. Certamente si tratta di uomini armati, quindi riconoscibili, ma non vi è tra loro e i promotori dei turni una sostanziale differenza, infatti quando alla sera, alla dipartita dei partigiani, i minatori si muniranno di armi ed inizieranno la guardia armata alla miniera, entreranno sia idealmente che materialmente a far parte dei partigiani combattenti. Di questo non vi fu piena coscienza tra gli uomini di Niccioleta. I giovani operai, poiché a 16, 17 anni si entrava in miniera, conoscevano poco degli orientamenti politici degli adulti, e quando li conoscevano non avevano la capacità di capirne l’essenza, nella maggior parte dei casi non prendevano parte attiva al nascente movimento antifascista, ma si rimettevano alle decisioni degli adulti secondo una logica gerarchica che li vedeva al margine non solo della vita sociale, ma anche economica e produttiva; il loro salario era infatti molto basso. 1.2 I giovani a Niccioleta. Ventitre degli ottantatre uccisi avevano un’età compresa tra i sedici e i venticinque anni, erano nati quindi sotto il fascismo e cresciuti tra le parate e le divise, erano stati giovani italiani, balilla, avanguardisti e così via, sentivano parlare di politica soltanto in miniera, conoscevano a malapena le vicende degli anni venti, di quando lo squadrismo insanguinava la Maremma. Solitamente non si interessavano alla politica e non avevano potuto partecipare alle lotte contro il Bedeaux, sui temi del lavoro, sulla retribuzione, sulle precarie condizioni di salute in cui molti di loro versavano, sapevano poco di antifascismo o di comunismo. Vedevano scaramucce, provocazioni ed intuivano che non tutti erano favorevoli al regime. Qualcuno come Ado Sargentoni, nonostante la giovane età si era già schierato apertamente contro il fascismo, altri lo avranno fatto, ma nessuno degli intervistati racconta di essersi confrontato con il padre o con gli altri fratelli, nessuno afferma di aver sentito parlare di politica gli adulti, erano più che altro percezioni. Vista la divisione gerarchica del villaggio, accadeva che i figli degli operai si frequentassero tra loro, così come i figli degli impiegati e così via, la divisione tra i giovani era dunque di classe, ma non politica, accadeva così che il figlio maggiore di Calabrò aderente alla Repubblica Sociale facesse la corte alla figlia di Vicarelli Ugo, fucilato a Castelnuovo, antifascista e fratello di un comunista che non mascherava, al dire della nipote, le sue tendenze politiche. E’ evidente dunque che tra i giovani non vi era alcun dissenso, alcun contrasto, alcuna consapevolezza che quella guerra opponesse ferocemente fascisti e antifascisti: […]perché credetemi alla Niccioleta non c’era stato mai, mai niente! Niente che poteva …anche fra noi…. l’odio, la cattiveria, niente! Non c’era stato assolutamente niente (20). La vita a Niccioleta per questi giovani scorreva senza grandi turbamenti e se consideriamo come una parentesi gli scioperi dell’agosto 1943, possiamo dire che nulla accadde di rilevante durante l’occupazione fino al giugno, mese del tragico epilogo. I giovani erano cresciuti in un ambiente in cui sebbene il lavoro fosse duro per tutti, vi si conduceva una vita decorosa, vi era un dopolavoro, una sala da ballo, un cinema, quindi momenti di svago. Alla fine delle dure giornate di lavoro, o alla domenica, l’entusiasmo giovanile, specie nei celibi, si orientava verso altri soggetti ben diversi dalla politica, è naturale che essi fossero perlopiù estranei all’attività antifascista perseguita dagli “anziani”, è altrettanto naturale che si frequentassero senza stare a guardare gli orientamenti politici delle rispettive famiglie di provenienza. Nei quattro giorni, dal 9 al 13 giugno, che videro l’arrivo dei partigiani a Niccioleta, l’organizzazione dei turni di guardia e l’accerchiamento del villaggio, quei giovani escono per la prima volta allo scoperto, accompagnano i partigiani mentre si recano alle case dei fascisti, bruciano le camice nere, intimano ai fascisti di non uscire di casa, impugnano delle armi, partecipano ai turni, cantano le canzoni dei ribelli. Pensano che la guerra sia finita, giocano alla vittoria facile, partecipano insomma all’ottimismo generale del villaggio, mentre gli antifascisti più anziani preparano le note dei turni di guardia al villaggio e alla miniera. I giovani cadono in una trappola che non era almeno intenzionalmente, tesa per loro. Il conflitto che vede i due antagonisti politici a confronto, all’inizio riguarda soltanto la generazione degli “anziani”, anche se usare questo termine per uomini appena quarantenni oggi ci fa sorridere, i più giovani ne erano pressoché fuori. Chi aveva fatto la sua scelta di resistente si trovava alla macchia già da mesi, chi rimase invece accettò di giocare una partita assai pericolosa, nella totale inconsapevolezza. La domanda che tutti si pongono su questo massacro è perché almeno i più giovani non abbiano cercato di mettersi in salvo. Una delle risposte l’abbiamo forse data e sta nella totale fiducia di quegli uomini verso un’ideale astratto di giustizia: chi sa di essere innocente non fugge, pensa di non aver nulla da temere e crede fermamente di dover agire nella più completa onestà di intenti per non incrinare minimamente quel velo di innocenza che rimane, nei momenti difficili, l’unico appiglio alla salvezza. Dunque nessuno poté davvero credere di essere ucciso poiché non vi erano ragioni sufficienti per giustificare tale esito, neppure per coloro che si erano lasciati prendere dall’euforia all’arrivo in paese dei partigiani ed avevano cantato l’internazionale o bruciato in piazza i vessilli neri del fascismo. Nessuno si aspettava una risposta tanto feroce ad atti certamente oltraggiosi per le famiglie dei fascisti ma in fondo di modesta entità, ammesso che tra azione e reazione vi sia stato un reale nesso di causa ed effetto. La miniera era chiusa da giorni, si attendeva la fine della guerra, l’euforia era grande, gli operai erano incontenibili, ma anche gli impiegati, persino il figlio del direttore Ubaldini partecipava ai turni di guardia, e riuscirà a mettersi in salvo proprio grazie al fatto che quella notte lui era di guardia e si accorse dell’arrivo dei tedeschi. Questi giovani di Niccioleta decisero così di mettersi in gioco, alcuni seguendo le orme dei padri degli zii o dei fratelli più grandi, altri in opposizione alla volontà delle famiglie che li avrebbero voluti più prudenti. L’atteggiamento sconsiderato degli uomini di Niccioleta che lasciarono fuggire i fascisti senza minimamente preoccuparsene, si basava essenzialmente sulla totale fiducia che essi riponevano nel movimento partigiano, ormai si pensava che il territorio fosse pienamente sotto il controllo della Resistenza, nessuno poteva immaginare che si stesse preparando il peggio. La selezione nel cinema di Castelnuovo seguì perlopiù la legge tedesca di guerra per cui i giovani dai 17 ai 26 anni che non figuravano nelle note dei turni di guardia furono deportati nei campi di concentramento in Germania e costretti al lavoro coatto fino alla fine della guerra. Se le note rinvenute in una busta gialla nella caserma dei carabinieri, siano state manipolate, noi non possiamo saperlo, sappiamo che alcuni giovani che fecero i turni non furono chiamati all’appello e quindi ebbero salva la vita, mentre altri che i turni non li avevano fatti furono inviati nel gruppo destinato alla fucilazione. Chi si trovò a udire il proprio nome tratto dalle liste non ebbe scampo, gli anziani, tra cui molti padri dei giovani fucilati furono rimandati a casa sotto minaccia di venire anche loro uccisi se a Niccioleta fossero avvenuti altri atti contrari al nazismo. Noi crediamo che ritornare a casa dopo aver lasciato i propri figli morti lì a Castelnuovo, senza neppure sapere dove, immaginando come, sia stato un enorme dolore per quegli uomini. Purtroppo non abbiamo potuto raccogliere le loro testimonianze, nessuno di loro è sopravvissuto così a lungo, ma durante il periodo in cui ci siamo avvicinati ai familiari delle vittime per raccogliere le interviste, abbiamo potuto scorgere nel ricordo di molti una sorta di inquietudine, di turbamento profondo che il dolore non è riuscito ad assorbire, e senza dubbio questa tensione fu più marcata nella Niccioleta del dopoguerra, quando l’attribuzione dell’intera responsabilità ai fascisti del paese non poteva e non poté di fatto affievolire un dolore che nasceva da dentro e che io credo sia rimasto “dentro” per tutti questi anni. Un ricordo lacerante dunque, che il passaggio generazionale modifica, almeno sul piano emotivo. Restano per i familiari i ricordi dei padri, dei coniugi e dei fratelli morti senza un motivo apparente, o per ragioni che possono loro apparire imperscrutabili, così come spesso appare la natura umana, ma rimane il senso di una colpa mai espiata, una responsabilità che anche se in misura diversa, grava su più soggetti.. Niccioleta resta dunque a mio avviso un fatto di guerra assai atipico, per la compresenza di fatti fortuitamente coincidenti, per l’assoluta imprevedibilità del tragico epilogo, per i diversi gradi di responsabilità che non hanno impedito comunque l’elaborazione di un lutto condiviso e per l’impegno unitario dei familiari affinché si celebrasse il processo, infine per il silenzio che è calato sulla strage, sepolta anch’essa come le vittime sotto il macigno di Marzabotto o di Sant’Anna, quasi gli unici massacri riconosciuti dai mezzi di informazione. I familiari delle vittime avvertono questo distacco, questo silenzio angosciante e lo sentono come un’ulteriore prevaricazione. L’aver subito una sentenza iniqua ad un processo che si era tenacemente perseguito e in cui si era creduto, ha probabilmente chiuso per loro e soprattutto per quei padri che ritornarono a casa ogni porta alla speranza di una giustizia giusta. 2. La comunità di Castelnuovo Val di Cecina, luogo dell’eccidio. Il massacro è avvenuto a Castelnuovo Val di Cecina, nei pressi della zona boracifera, ove un tempo si sfruttavano i lagoni, in un luogo che certamente era stato individuato in precedenza e ritenuto ideale a quello scopo. Una sorta di declivio roccioso a forma semicircolare nei pressi della centrale geotermoelettrica, fuori dal paese; sassi fumanti di vapore endogeno, nell’aria il rumore assordante dei soffioni lasciati aperti, dato che in quei giorni la centrale non era funzionante, tutt’intorno campi di grano e nei pressi almeno due poderi abbastanza vicini: Le Bertole e Collina, dai quali si poteva vedere e fu visto infatti operarsi il massacro. Il paese crescendo ha inglobato nel suo ventre il vallino ove sono caduti i minatori che è divenuto sede elettiva della memoria, parte delle sue radici, come se il paese e il luogo della strage non potessero più vivere separatamente l’uno dall’altro. La cerimonia che si tiene annualmente da più di mezzo secolo il 14 giugno, giorno dell’eccidio, è una cerimonia breve, ma sentita da tutti, è un rituale che si ripete ogni anno: un autobus che parte da Massa Marittima, fa sosta a Niccioleta, raccoglie i familiari delle vittime e giunge a Castelnuovo nel primo pomeriggio. Il ritrovarsi davanti al Cippo dei caduti che oggi è circondato da un boschetto di sempreverdi ed ha perduto la sua immagine di luogo infernale quale sarà sembrato ai familiari delle vittime cinquant’otto anni fa, significa soprattutto ostinarsi a non disperdere la memoria, quello è un luogo ove il fatto di ritrovare ogni anno facce note non provoca delusione, ma al contrario dà un piacevole senso di protezione e di condivisione. Per quale motivo i minatori di Niccioleta furono trasportati proprio a Castelnuovo, è cosa nota: proprio in questo paese, il 10 giugno, si era stanziato il comando del battaglione di polizia che aveva operato a Niccioleta il rastrellamento. E’ interessante a questo punto tracciare un parallelo tra le operazioni di accerchiamento e rastrellamento avvenute a Niccioleta il 13 giugno e quelle operate a Castelnuovo e a Monterotondo Marittimo il 10 giugno dallo stesso battaglione, ed è necessario a tal fine cercare di ricostruire tutti gli eventi significativi di quei giorni e di seguire gli spostamenti del battaglione, anche se non sappiamo esattamente quale fosse il motivo originario della sua comparsa a Castelnuovo. Sappiamo che a San Sepolcro (21) dove stanziava, aveva ricevuto un dispaccio allarmante circa l’attività partigiana intorno a Castelnuovo, notizie infondate di centinaia di partigiani che si sarebbero installati nel paese con gravissime perdite da parte repubblichina. Le notizie confondono, come vedremo, fatti a località diverse. (22) A Castelnuovo la XXIII Brigata fece la sua prima comparsa il 7 di giugno, un esiguo numero di partigiani entrò nel paese durante la notte e prese possesso delle armi trovate nella caserma della Guardia Repubblicana che era riuscita a dileguarsi. Non vi è fra la popolazione un ricordo preciso di questo episodio, nonostante sia stato un episodio di una certa gravità, i partigiani infatti non si limitarono ad entrare nella sede del fascio ed a prelevare le armi, ma prelevarono anche il giovane fascista Pietro Palmerini, impiegato comunale, che stava rientrando da Pisa con la corriera. Cirano Fiornovelli, un collega del Palmerini, ricorda così quell’episodio: […]Come mai è stato ammazzato questo io non l’ho mai saputo, però non credo che il Palmerini sia andato a Pisa a chiamare le SS, lo escludo nel modo più assoluto…..Il Palmerini era un bravo ragazzo, io l’ ho conosciuto in Comune e ti dico che era talmente ligio all’idea che lui pativa anche la fame, spesso mangiava qualche fico secco la mattina per colazione” TK-Ma lui dove lo hanno preso, tu lo sai? Stava rientrando da Pisa?” FC-Sì, stava rientrando con la Sadac, sai cos’era la Sadac? Era la Società Anonima Dettaglianti Acquisti Collettivi, distribuiva i generi alimentari, insomma rientrava da Pisa e secondo le voci sembra che a lui appena sceso si presentò una pattuglia e gli chiese i documenti e lui sembra che gli abbia esibito la tessera del fascio repubblichino, al che loro pare che gli abbiano detto – giovanotto avete un bel coraggio- sembra, se sarà vero io non lo so. (23) Il Palmerini fu portato in Carlina, sede della XXIII Brigata Garibaldi e giustiziato, di lui sappiamo poco, resta qualcosa nei documenti del CLN di Castelnuovo, tra cui una denuncia da parte dell’ impiegato Tito Bisogni nei confronti del Segretario comunale Lucacchini Mario e della moglie, impiegata all’Ufficio Annonario Tina Paiotti. Il Bisogni riporta infatti nella sua denuncia di aver sentito parlare la Paiotti circa la scomparsa del Palmerini, e di aver invocato l’arrivo delle SS a Castelnuovo. Il Signor Lucacchini rispondendo gentilmente ad una mia lettera afferma di essere stato alquanto sorpreso dalla denuncia del Bisogni, che egli aveva fatto personalmente assumere e dal quale non si si sarebbe mai aspettato una tale azione, “un’azione che comunque non diede luogo a procedere in quanto del tutto infondata e assurda”. Lucacchini aggiunge inoltre che a parer suo l’arrivo delle SS a Castelnuovo fu del tutto casuale e così il raggiungimento da parte degli stessi del villaggio di Niccioleta. Un altro episodio avvenuto in quei giorni, e forse degno di rilievo è l’arrivo a Castelnuovo di un camion tedesco con a bordo due militari di cui un sergente, i due restarono alcuni giorni in paese attribuendone il motivo ad un guasto del mezzo. Questo episodio è riportato tra gli altri dal dott. Giulio Bigazzi, allora appena diciottenne, il quale dichiara in una sua intervista di aver notato in paese questi due tedeschi aggirarsi con fare sospetto, addirittura lui tende ad attribuire la propria cattura avvenuta durante il rastrellamento del 10 a causa di un discorso fatto per strada in cui lui prefigurava la sconfitta dell’esercito nazista, il soldato che si aggirava nelle vicinanze non agì immediatamente, ma Bigazzi si rese conto di essere stato ascoltato: sarà uno dei quattro giovani di Castelnuovo arrestati per essere inviati in Germania. Bigazzi riuscirà poi a mettersi in salvo eludendo la sorveglianza e fuggendo a Rocca San Casciano durante una sosta. Lo stesso Cirano Fiornovelli ricorda perfettamente il sergente tedesco: […] Insomma io rientrai in Comune, entrai in quegli uffici, mi vide un sergente, non mi disse nulla perché lui mi aveva già visto nei giorni precedenti in ufficio, perché lui era un sottosergente, era arrivato giorni prima a Castelnuovo, se era arrivato come spia o come….lui disse che gli si era guastato un camion . TK-Parlava italiano? FC-Si faceva capire abbastanza bene, lui veniva su in Comune e diceva -sono stato al bar… io avere capito che là- e indicava le Carline- esserci partigiani, io fare venire SS, e sembra che lo abbiano visto qualche giorno prima montare sopra la linea telefonica per fare l’allacciamento… Dunque non si può escludere che sia stato il sergente tedesco ad informare il battaglione sui partigiani accampati sulle colline dirimpetto al paese, è famoso l’aneddoto secondo il quale quando i tedeschi chiedevano agli abitanti del paese quanti partigiani ci fossero in Carlina, i paesani esagerassero ingigantendone il numero – Ci sono mille partigiani- e i tedeschi sardonici -mille mosche a volare! Certo è che a Castelnuovo i fascisti locali iniziarono ad inquietarsi dopo la scomparsa di Palmerini, e certamente avrebbero gradito per la loro stessa incolumità una protezione maggiore, ma non abbiamo alcuna prova che abbiano fatto pressioni sul battaglione al fine di un suo intervento. 2.1. L’arrivo del III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien a Castelnuovo: tre operazioni di rastrellamento a confronto. Sappiamo con una certa sicurezza che il III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien era partito da San Sepolcro il 9 di giugno al mattino o nel primo pomeriggio, per giungere a Castelnuovo all’alba del 10 giugno. Il paese si trovava nella calma più assoluta, anche se in quel momento un gruppo di partigiani che stava cercando di prendere possesso dell’ammasso della biada al consorzio agrario, accortosi dei camion tedeschi in avvicinamento riusciva a lasciare il paese senza essere notato. Come sappiamo nel primo pomeriggio di quello stesso 9 giugno ebbe luogo l’occupazione di Niccioleta da parte di un’esigua squadra di partigiani della III Brigata, che liberò il paese dal controllo della guardia repubblicana e affidò l’ordine pubblico nelle mani di un comitato improntato dagli stessi minatori. Oggi possiamo dire con assoluta certezza che l’arrivo al paese dei partigiani della III Brigata Banda “Camicia Rossa”, non fu la causa diretta dell’invio del battaglione di polizia nella zona, questo infatti non poteva sapere di quanto sarebbe avvenuto qualche ora più tardi a Niccioleta, può averlo però saputo durante la permanenza a Castelnuovo e anche se non potremmo mai appurare con assoluta certezza questa eventualità, a me pare un’eventualità largamente probabile. Nella notte tra il 9 e il 10 giugno si ebbe un’altra azione importante presso Suvereto, località distante oggi una quarantina di chilometri da Castelnuovo, ma che all’epoca dovevano essere molti di più, distanza dunque rilevante visti gli scarsi collegamenti, tuttavia l’azione di Suvereto può aver svolto un suo ruolo nella vicenda. Il GAP di Suvereto compì infatti un’azione eclatante presso la caserma della G.N.R di Suvereto, i quattordici militi sorpresi nel sonno non reagirono, furono così prelevati portati al comando e dopo processo sommario, giustiziati. (24) Al fatto seguirono comprensibili polemiche, il CLN di Piombino sembrava non aver approvato l’esecuzione, il GAP rispose alle critiche con supponenza, cercando comunque di controllare tutti gli spostamenti dei reparti nazifascisti intorno al paese onde evitare rappresaglie minacciate dal fascio repubblicano del capoluogo, ma di reazioni vere e proprie non ve ne furono, visto le gravi difficoltà e l’isolamento in cui si trovavano i comandi repubblicani in quei giorni. L’azione compiuta contro la Guardia Repubblicana non rimase sconosciuta agli Alti Comandi Tedeschi che però confusero i nomi delle località come vedremo dal dispaccio del comando territoriale del generale Toussaint, il quale: […] nel riassumere l’attività partigiana dei primi giorni di giugno, oltre ad informare di un „forte aumento dell’attività delle bande” nel territorio appenninico tra Modena, Pistoia e Volterra, comunicava che nella Toscana meridionale forti bande avevano attaccato diverse località, infliggendo perdite alle truppe tedesche e italiane. Castelnuovo Val di Cecina sarebbe stata occupata da una formazione partigiana forte di 800 uomini, che avrebbe ucciso due italiani e sequestrato 15 militi della GNR. Pomarance, invece, risultava occupata da 400 partigiani (25). Tali azioni si sarebbero svolte l’8 di giugno mentre noi sappiamo con certezza che i fatti di Suvereto confusi con quelli di Castelnuovo avvennero nella notte tra il 9 e il 10 di giugno, ossia dopo la partenza del battaglione da San Seplocro, è evidente che il rapporto tedesco fu compilato in data successiva ai fatti, e in quel momento si sarà verificato l’errore di trascrizione, e comunque per quanto l’azione contro la Guardia Repubblicana possa aver aggravato il giudizio del comandante sul controllo territoriale delle bande, non può essere per la concomitanza dei fatti, motivo primario dello spostamento del battaglione su Castelnuovo. Un’altra azione importante avveniva in quella stessa notte del 9 giugno a Monterotondo Marittimo, anche in questa località un gruppo sostanzioso di partigiani della III Brigata fece il suo ingresso in paese disarmò i soldati della Guardia Repubblicana si apprestò ad aprire il Consorzio Agrario ed a distribuire le scorte alla popolazione; operazione quest’ultima impedita dal sopraggiungere di una colonna corazzata tedesca che all’alba riuscì a portarsi in contatto con il paese e con gli avamposti partigiani. I partigiani riuscirono a resistere per alcune ore permettendo alla popolazione di evacuare il paese e nel primo pomeriggio iniziarono il ripiegamento. Caddero in quest’azione cinque partigiani, molti furono feriti, ma anche tra le fila tedesche vi furono numerose perdite. Ricostruendo la storia del III Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien abbiamo potuto appurare che la colonna motocorazzata che ebbe il combattimento a Monterotondo apparteneva allo stesso battaglione. E’ presumibile dunque che le operazioni di Castelnuovo e Monterotondo fossero state precedentemente pianificate, quindi attuate all’alba del 10 di giugno, e che nulla sapesse il comandante del battaglione, capitano Kruger, circa le operazioni partigiane in corso. Di rilievo a questo punto è da ritenersi il comportamento tenuto dall’ufficiale tedesco al suo ingresso nel paese di Monterotondo dopo che i partigiani si furono ritirati, infatti non vi fu nessuna reazione contro la popolazione che comunque constava di poche persone perlopiù anziane, alla quale fu rivolto un semplice discorso ammonitore. In qualche misura fu riconosciuta agli abitanti l’estraneità ai fatti avvenuti poche ore prima, non sappiamo con certezza se l’ufficiale che pronunciò il discorso fosse il tenente Blok, l’aiutante maggiore del comandante che operò il rastrellamento a Niccioleta, o il suo comandante Capitano Kruger o uno degli altri ufficiali posti al comando delle quattro compagnie che costituivano il III Bataillon, certamente si trattava di un ufficiale che stava applicando direttive precise in un’operazione pianificata di controllo del territorio. Il fatto che forse giocò un ruolo determinante nel rastrellamento di Monterotondo, furono le camice rosse cucite dalla popolazione monterotondina e distribuite ai partigiani al loro arrivo (26), queste infatti permisero il riconoscimento dei partigiani da parte delle truppe tedesche. Sappiamo quanto fosse importante per l’esercito tedesco l’identificazione del nemico; spesso nei processi celebrati nel dopoguerra i comandanti tedeschi richiamarono l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che i partigiani costituissero in realtà bande illegali, proprio per la loro non riconoscibilità. Così un comandante tedesco giudica la Resistenza italiana: [….] l’attività dei partigiani deve essere considerata come un’attività totalmente illegale: essi non combatterono sotto i loro veri colori o come un esercito di liberazione equipaggiato di una insegna riconoscibile, ma fecero uso di tutti gli artifici della organizzazione segreta e cospiratrice, e perseguirono i loro fini illeciti attraverso mezzi criminali. (27) Nella battaglia di Monterotondo i partigiani vennero individuati e questo con grande probabilità salvò la vita al resto della popolazione. Sappiamo quanto queste osservazioni siano poco significative sullo sfondo di massacri indiscriminati dove insieme ai partigiani furono sterminati interi nuclei familiari, se non intere comunità. Le operazioni tedesche contro le bande in zone di particolare interesse militare infatti sono tristemente note per l’effetto distruttivo rivolto contro interi paesi: case bruciate, villaggi rasi al suolo, civili trucidati in esecuzioni di massa. Questo non può comunque farci pensare che la zona di cui stiamo parlando, a cavallo fra le tre province di Pisa, Siena e Grosseto fosse priva di interesse per la campagna militare. La SS 439 era una strada di collegamento importante su cui ripiegavano in particolare le truppe tedesche che si ritiravano dall’Amiata, ed era certamente meno battuta dagli aerei alleati che non davano tregua ai rifornimenti delle truppe al fronte. Dunque se non possiamo considerare l’area di riferimento come una zona di operazioni di particolare importanza, era comunque una via di comunicazione necessaria per i rifornimenti e utile alla rapida ritirata, per questo dobbiamo ritenere che dovesse essere mantenuta sgombra dalle azioni partigiane di disturbo. In una comunicazione per l’OKW, il maresciallo Kesselring definiva la situazione venuta a crearsi nella Toscana meridionale nei seguenti termini: “Dopo l’appello del generale Alexander l’attività delle bande ha avuto uno straordinario rafforzamento. Numerosi ponti distrutti lungo le principali vie di comunicazione e agguati alle colonne di vettovagliamento mettono in pericolo i rifornimenti. Ag

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